Ayelet Waldman.
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L'amore e altri luoghi impossibili.
Parte 1.
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Titolo originale dell'opera: LOVE AND OTHERIMPOSSIBLE PUBSUITS. 2006.
Traduzione di: Cinzia Antonioli e Giovanna Scoccher.
2010.  RCS Libri, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano 
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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A Central Park, ci sono angoli che Emilia Greenleaf attraversa a occhi bassi, col passo svelto di chi vorrebbe essere gi lontano; sono quei luoghi impossibili fatti di scivoli e altalene, bambini allegri e mamme sorridenti. Emilia non pu pi avere nulla di tutto questo: la sua bambina se n' andata per sempre, e a lei non restano che i cocci taglienti dell'amore perduto, e una rabbia che prende tutto lo spazio. A farne le spese  il piccolo William, cinque anni, figlio di suo marito - un bambino saputello e indisponente, con una straordinaria capacit di portare alla disperazione la sua nuova mamma. Costruire un rapporto con lui ha tutta l'aria di un'impresa senza speranza, tanto pi che William ha un difetto imperdonabile: non potr mai sostituire la figlia che Emilia ha perduto. Eppure, a volte l'amore e la felicit si nascondono nei luoghi e nelle persone pi insospettabili: e sar proprio attraverso William, in fondo nient'altro che un bambino in cerca d'affetto, che il destino offrir a Emilia un'altra possibilit di provare amore.
Con spiazzante sincerit, Ayelet Waldman - la scrittrice che diede scandalo dichiarando di amare il marito pi dei suoi figli - esplora in questo coraggioso romanzo le sfumature pi intime e segrete dell'amore materno e dell'animo femminile. Parlandoci con straordinaria lucidit del dolore, della fragilit, delle inconfessabili paure di una madre.
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L'AUTRICE.
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AYELET WALDMAN (1964)  autrice di saggi e romanzi di successo. Il suo ultimo, controverso libro  Bad Mother, uscito negli Stati Uniti nel 2009. Vive a Berkeley col marito, lo scrittore Michael Chabon, e i loro quattro figli.
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L'amore e altri luoghi impossibili.
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Dedica:
Ai miei genitori, Ricky e Lonard Waldman
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CAPITOLO 1.
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Di solito, se abbasso gli occhi e cammino speditamente, riesco a superare indenne il parco giochi dell'81esima Ovest.
Inizio la preparazione in ascensore, gli occhi fissi sulla lunga freccia in ottone che scandisce i piani: settimo, sesto, quinto, quarto. A volte l'ascensore si ferma per far salire qualche vicino, e allora non ho scelta, devo schiudere la mia corazza di solitudine e simulare una parvenza di civilt.
Se  uno dei pi giovani, per esempio il chitarrista col ciuffo rosso e la pelle screpolata, o il produttore cinematografico coi jeans sgualciti e la giacca di nappa chiara, riesco a cavarmela con un cortese cenno del capo. I pi anziani invece non si accontentano. Le donne coi capelli color acciaio, nei loro abiti volutamente bohmien, strati di viola che sbucano dagli orli delle mantelle nere, pretendono di chiacchierare del tempo, o del bordo consunto del tappeto persiano nella hall, o della pagina della cultura.
E questo  troppo, lo sopporto a stento. Non vedono che sono impegnata? Come fanno a non rendersi conto che l'autocommiserazione ossessiva  un lavoro a tempo pieno che non lascia spazio alla conversazione? Non sanno che l'ingresso del parco  proprio accanto ai giardinetti dell'81a e che, se io non sono preparata a dovere, se non ho la mente sgombra, se non chiudo le orecchie a qualunque suono che non sia quello del mio respiro,  possibilissimo, addirittura probabile che - invece di oltrepassare il parco giochi con passo deciso e gli occhi fissi sui rami grigi degli alberi - io crolli davanti al cancello, mentre le voci stridule dei bambini mi trafiggono il cranio? Non capiscono, queste vedove di banchieri, con le loro petizioni e le loro voluminose borse Tod's, che se permetto loro di distrarmi parlando di Repubblicani che hanno truccato le elezioni o della signora Katz dell'appartamento 2B che avrebbe visto il nuovo portiere, Anthony, addormentato dietro il bancone lo scorso marted notte, io non riuscir a superare i giardinetti e a trovare rifugio pi in l, nel parco? Non si rendono conto che il barbaro assalto delle loro voci e i colpi sordi dei bastoni da passeggio, che scandiscono la loro incalzante attesa delle mie risposte borbottate, mi impediranno di raggiungere l'unico posto della citt dove riesco a provare una vaga sensazione di pace? In questo modo mi costringeranno ad arrancare per la 79esima, lungo sudici muri di pietra, e a inalare i gas di scarico degli autobus cittadini fino all'East Side. O, peggio ancora, mi costringeranno a prendere un taxi.
Grazie a Dio oggi l'ascensore rimane vuoto fino al piano terra.
Buona passeggiata, signora Woolf dice Ivan aprendomi la porta.
Aveva cominciato il giorno dopo il mio matrimonio.
Le prime volte avevo cercato di spiegargli che, nonostante avessi sposato il signor Woolf, il mio cognome era e rimaneva Greenleaf. Sono certa che Ivan aveva capito.
Non  uno stupido. Si era limitato a sorridere, e con un accondiscendente cenno del capo mi aveva detto: Certo, signora Greenleaf, per poi salutarmi, il giorno seguente, con un Buon giorno, signora Woolf.
 comunque sempre meglio di quando mi ero appena trasferita a vivere con Jack. Allora avevo farfugliato qualcosa del tipo: Oh, no, la prego, mi chiami Emilia. Ivan non si era nemmeno preso la briga di sorridere o annuire.
Mi aveva fissata da dietro gli spessi occhiali scuri, aveva scosso la testa come se fosse stato il mio maestro delle elementari e io l'avessi deluso per non aver fatto i compiti o, peggio, per aver detto parolacce in classe. No, signora Greenleaf aveva risposto. Solo questo. Non
Non potrei mai... e neppure Non sarebbe giusto....
Semplicemente No. Perch era ovvio che non avrebbe mai chiamato per nome un'inquilina del palazzo; il solo fatto che io lo avessi proposto era inaudito.
Oggi sorrido, faccio un cenno col capo a Ivan, esco dal portone e mi dirigo verso il parco.
Febbraio  il mese pi lungo dell'anno.
L'inverno ci sta addosso ormai da mesi e la primavera pare non debba arrivare mai. Il cielo  grigio e fitto di nuvole che incombono sulla citt, di quelle che annunciano non una nevicata da cartolina natalizia o un bel rovescio di pioggia gelida, ma aghi pungenti che sciolgono la neve all'istante, cos che quella che piove dal cielo sembra una sorta di poltiglia giallastra. Ai lati dei marciapiedi sono ammassati cumuli di neve orlata di nero, e arrischiarsi oltre il bordo  come una puntata alla roulette russa che pu concludersi con un piede immerso fino alla caviglia nell'acqua gelida e sporca, scarpa e calzino inzuppati.
Io di solito me ne sto rintanata in casa; accendo il fuoco nel camino, mi avvolgo in coperte di ciniglia e calze di lana, rileggo Jane Austen e mi auguro che le giornate corte e buie passino pi in fretta. Quest'anno invece aspetto con ansia di gettarmi nelle braccia del lugubre febbraio newyorkese. Quest'anno ho bisogno di febbraio.  come se la citt si fosse accorta della mia tristezza e gi adesso, a fine gennaio, si stesse prodigando per mostrarmi compassione.
Gli alberi del parco sono particolarmente spogli e protendono i loro rami nudi verso il cielo cupo; rami che hanno perso non solo le foglie, ma anche la speranza di rivederle.
L'erba  diventata marrone e si  diradata per lasciare il posto a un pantano ricoperto da un velo di ghiaccio chiazzato di escrementi di cane. Il Bridle Path e il sentiero lungo il Reservoir sono pieni di fango e a tratti sconnessi, con radici contorte e nodose che deturpano il manto stradale un tempo liscio, facendo lo sgambetto ai runner, avvolti nei loro completi di pile.
Eppure il campo giochi Diana Ross  pieno di bambini. I
bambini di New York giocano all'aperto con qualsiasi tempo, tranne il pi inclemente, perch tate e mamme non vedono l'ora di evadere dai loro appartamenti, per quanto spaziosi.
Anche nella pi deprimente delle giornate invernali, quando le altalene sono cos bagnate da inzuppare perfino le tutine da neve idrorepellenti, quando la costosa pavimentazione antiurto si gela e diventa dura come il cemento, quando l'ultimo pezzo di metallo rimasto nel parco giochi - rigorosamente a prova di bambino -  cos freddo che una piccola lingua rosea gli resta incollata all'istante, finch un'imperturbabile tata dominicana versa l'ultimo goccio di caff caldo su quel lembo di carne attaccata all'altalena, i bambini sono l, con le loro grida e le loro risate. Accelero il passo. La mia corsa  goffa e scomposta, i chili di troppo rimbalzano sui fianchi allargati e le ossa mi fanno male ogni volta che coi tacchi affondo nel terreno.
Non appena le voci dei bimbi si affievoliscono per perdersi nel ronzio di sottofondo del parco rallento l'andatura, che si riduce a una camminata affannosa. D'estate i suoni di Central Park sono quelli della campagna, o una versione di campagna dove il canto degli uccelli gareggia con il sibilo degli skateboard sul cemento e con i flauti dei suonatori peruviani che interpretano melodie andine in stile Simon & Garfunkel.
In primavera, quando i ciliegi sono in fiore e le collinette intorno a Sheep Meadow sono ricoperte di giunchiglie gialle,  facile amare Central Park. D'estate, quando lo Shakespeare Garden  un groviglio di fiori e cerimonie nuziali e non puoi fare un passo senza imbatterti in un cane che rincorre un
frisbee, amare Central Park  naturale. D'inverno, invece, i piccioni volano tra gli olmi spogli senza allontanarsi troppo dalle panchine coperte di neve del Mail, luoghi di ritrovo di vecchie signore sole e premurose che si portano dietro sacchetti di croste di pane. D'inverno il parco  di quelli di noi che lo amano nel modo pi sincero, che non hanno bisogno di pergolati di glicine, che si accontentano degli alberi di robinia coperti di neve, delle colline chiazzate di fango e del sibilo del vento tra i rami nudi. Ho sempre saputo che la vera bellezza sta nell'evasione che questi quattro chilometri quadrati di terra ci offrono. Il carnevale di colori della primavera e dell'estate e le sgargianti tonalit di rosso bruciato e arancione
dell'autunno sono solo inutili fronzoli.
Prendo una scorciatoia verso nord, lungo il sentiero che costeggia il Reservoir. C' un altro parco giochi sul mio cammino, ma  abbastanza distante dalla strada da permettermi di tenere gli occhi lontani dalle altalene e dallo scivolo giallo e rosso.  tardi per le mammine con i passeggini da jogging, e se la fortuna continua ad assistermi le eviter del tutto. Mercoled scorso sono uscita di casa un paio d'ore prima per incontrare un'amica convinta che un'ora di shopping mi avrebbe scossa dal mio malinconico torpore, facendomi tornare la persona piacevole di cui un tempo apprezzava la compagnia. Ovviamente Mindy non ha detto proprio questo. Ha detto che suo marito le aveva regalato per il compleanno un paio di scarpe Manolo Blahnik del numero che lei gli aveva fatto credere di portare, e che adesso voleva controllare se il negozio aveva il quarantadue di quel modello.
Quel giorno mi sono imbattuta in un'intera fila di neomamme accovacciate dietro i passeggini, con sederoni post parto protesi all'infuori, le mani aggrappate al maniglione mentre si rialzavano prima di abbassarsi di nuovo, senza mai smettere di coccolare i loro piccoli infagottati che strillavano, ridevano o dormivano in passeggini Bugaboo Frogs da 750 dollari, identici a quello parcheggiato nel corridoio fuori dal nostro appartamento, vicino alla consolle con le orchidee di seta; quel Bugaboo di denim blu che mi fa stringere lo stomaco ogni volta che aspetto l'ascensore.
Si abbassavano e si rialzavano insieme, le mammine, ma nessuna ha aperto bocca quando mi sono fermata davanti a loro e ho emesso un gemito come se qualcuno mi avesse dato un pugno. Mi hanno guardata e poi si sono scambiate un'occhiata, ma nessuna ha fiatato, nemmeno quando ho iniziato a piangere, e nemmeno quando sono corsa via per il sentiero da dove ero arrivata, superando il primo parco giochi e poi il secondo, per sbucare di nuovo in Central Park West.
Oggi sono fortunata. Le mammine sono rimaste a casa, o forse stanno prendendo insieme un caffellatte dopo la palestra.
Ne vedo una solo quando arrivo al Bridle Path, nell'East Side. Mi supera correndo cos veloce che ho appena il tempo di notare i muscoli tesi dei suoi polpacci che guizzano dentro i lucidi pantaloni da jogging rosa coordinati con i copri orecchie di pelo. I bimbi dentro il doppio Bugaboo sono dei fagottini viola dal naso rosa, e spariscono subito. Ho solo il tempo di avvertire una passeggera fitta di dolore.
Sulla 90a, dopo essere riuscita ad attraversare il parco senza troppi traumi, guardo l'orologio. Merda. Sono di nuovo in ritardo, ho solo qualche minuto per arrivare alla 92esima, e da l dirigermi verso Lexington Avenue. Accelero, premendo le dita sul fianco che mi fa male. Le falde del cappotto sbattono sulle gambe e con la mano libera faccio del mio meglio per tenerlo chiuso. Riesco ad abbottonarlo, adesso, ma l'effetto  orribile: il mio petto voluminoso mette a dura prova la tenuta dei bottoni, facendo tendere la stoffa che li separa. Non sono vanitosa al punto da comprarmi un cappotto nuovo. Non spendo centinaia di dollari per un capo di abbigliamento che tra un mese sar costretta, e fermamente decisa, a non usare pi. L'imbarazzo mi spinge a lasciare il cappotto aperto e a difendermi dall'umidit penetrante con una grossa sciarpa.
 soltanto dopo aver aggirato la cancellata bianca e le fioriere di cemento, dopo aver mostrato la carta d'identit alla guardia nell'ingresso, dopo essere passata attraverso il metal detector ed essermi precipitata davanti agli ascensori, che mi ricordo di aver messo l'orologio avanti di un quarto d'ora proprio per questo: per non essere un'altra volta in ritardo, per non dare a Carolyn un motivo in pi di chiamare Jack e rimproverarlo per la mia capricciosa negligenza, la mia mancanza di rispetto nei confronti suoi e di tutto ci che ha di pi sacro. Mi sembra di sgonfiarmi, come se le uniche cose a tenermi ancora in piedi fossero l'agitazione e l'ansia. Quando l'ascensore arriva sono ormai piccola come un topo; sono la persona pi piccola della 92esima Y.
Salgo insieme a un gruppetto di donne. Due di loro sono incinte, una porta un bambino appeso al petto in un marsupio Bjrn di pelle nera. L'ultima sta spingendo un Bugaboo sempre identico a quello parcheggiato fuori dal mio appartamento. Perch, naturalmente, l'ironia sta nel fatto che, nonostante sia perfettamente in grado di tracciare una mappa delle aree di Central Park dove non ci sono bambini, la mia destinazione  proprio la tana del lupo: la mia meta, la fine del mio viaggio,  la scuola materna della 92esima Street Y.
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CAPITOLO 2.
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Se mi fossi imbattuta in tanta fecondit mentre ero ancora nel parco non ne sarei uscita viva. Central Park  il mio rifugio, e vederlo invaso da orde di bambini mi fa infuriare e mi devasta. Invece, alla scuola materna sono abituata a un certo tipo e a una certa misura di disperazione.
Qui non ho mai provato che infelicit e disagio. Scoppiare a piangere in ascensore davanti alla guancia arrossata di un neonato ubriaco di latte rientra nella norma.
Le donne in ascensore prendono atto della mia presenza con un cenno quasi impercettibile del capo, lo stesso che io riservo ai vicini che mi permettono questa freddezza.
Rispondo allo stesso modo e guardo imbambolata i pulsanti illuminati sopra la porta, cronometrando la salita verso il sesto piano.
Il corridoio della scuola , come sempre, tappezzato dai vivaci disegni dei bambini, che cambiano in occasione di ogni nuova festivit ebraica. In questo periodo si celebra Tu B'Shevat - il Capodanno degli alberi - e i piccoli ne hanno preparati di vari tipi. Il corridoio  un proclama esplicito di quel rapporto studente-insegnante di cui la scuola si vanta tanto. Dimostra che gli alunni sono seguiti in modo sicuro e paziente, che le idee e la creativit sono indirizzate con cura e attenzione, che il budget per l'acquisto dei materiali fa invidia a quello della Scuola di Arti Visive. Scorro i disegni cercando quello di William; voglio vedere se anche lui ne ha fatto uno.  un artista provetto, per la sua et, il piccolo William. Ha ereditato le dita agili e aggraziate della madre. Gli piacciono soprattutto i temi marini: pesci e polipi, squali dai denti affilati e murene. La sua ultima creazione  appesa fuori dalla classe. A quanto pare William  stato l'unico a non aver reso omaggio al Capodanno degli alberi. In un primo momento penso che il suo disegno non sia altro che un grande scarabocchio di colore rosso, ma quando mi avvicino per guardarlo meglio mi rendo conto che in fondo alla pagina l'artista ha disegnato un pesce pappagallo, di tutti i colori dell'arcobaleno.
Il pesce  disteso su un fianco perch un pesce spada gli ha trafitto la pancia. Il rosso che domina la scena  il sangue che sgorga dalla ferita. Forse il significato  allegorico, forse il pesce pappagallo simboleggia cosa succederebbe al popolo ebraico nel caso non dovesse riconoscere il legame con la propria terra. Ma ne dubito.
Prendo il cappotto e il berretto di William dall'attaccapanni e aspetto che si apra la porta dell'Aula Rossa.
Quest'anno William  tra i Rossi. L'anno scorso era dei Blu, e l'anno prima ancora tra gli Arancioni, i suoi preferiti.
Fatto che non si stanca mai di ripetere. A quanto pare l'arancione  un colore molto pi interessante. Tra le cose preferite di William ce ne sono molte arancioni. Ma non le arance: sarebbe troppo banale. Non che William abbia qualcosa contro la frutta, anzi. Adora i mandarini cinesi, soprattutto la marmellata. Ma le cose arancioni che preferisce sono la paella allo zafferano, le farfalle Monarca, gli Orangemen dell'Irlanda del Nord, la mascotte dell'Universit di Syracuse e, soprattutto, i coni spartitraffico. A William piace parlare di queste cose. E anche discutere delle somiglianze e delle differenze tra i diversi tipi di dromeosauridi, in particolare tra il dromeosauro e il velociraptor, di come sar il suo daimon
(naturalmente un gatto, come quello di Will Parry), e della riclassificazione di Plutone come appartenente alla Fascia di Kuiper. (William  contrario: secondo lui Plutone si  preso una fregatura, e pensa che siccome Plutone  sempre stato un pianeta - fin da quando fu scoperto da Clyde Tombaugh il 18 febbraio 1930 - ha diritto di restare tale). Questo bambino ha cinque anni, e a volte parla come se fosse un piccolo sessantaduenne. La gente trova delizioso quel suo modo di esprimersi. La sua precocit , a detta di tutti, incantevole.
Tutti tranne me. Io trovo William insopportabile.
Che razza di persona prova sentimenti del genere nei confronti di un bambino innocente, anche se questo bambino corregge la tua pronuncia della parola travois, calcola con esattezza il tuo indice di massa corporea mentre stai mangiando una fetta di torta al cioccolato, e respinge i tuoi tentativi di accontentarlo con un ghigno sprezzante molto pi adatto al viso brufoloso di un adolescente che alle guance paffute di un bimbo? Tra i due l'adulto sono io, quindi dovrei essere in grado di amare questo piccolo nonostante le sue stranezze e nonostante il senso di colpa che provo per aver distrutto la sua famiglia.
Apro il suo cestino del pranzo e getto via gli avanzi, trattenendo il respiro per non sentire il tipico odore di latte inacidito misto a plastica. Mi rendo conto, purtroppo in ritardo,
che le altre mamme mi stanno guardando. Sono certa che una di loro riferir a Carolyn che ho buttato i resti del pranzo di William senza prendere nota di ci che ha mangiato e non ha mangiato. Un'altra nota di demerito.
L'ennesima prova della mia inaffidabilit. Senza volere incrocio lo sguardo della mamma con il marsupio. Io arrossisco, lei no. Si volta dall'altra parte e appoggia la guancia sulla testa del piccolo. Mi sembra quasi di sentire la pelle morbida a contatto con la mia guancia, quel ciuffo di capelli sulle mie labbra, il battito felpato sotto le ossa sottili del cranio. Chiudo per un istante gli occhi, poi mi volto verso il disegno cruento di William: voglio analizzarlo con attenzione.
L'atrio  ormai pieno di tate e mamme. Le porte delle classi si aprono e sbuca fuori la testa di un'insegnante. 
gi qui la tata di Nora? Fa uscire dall'aula una bambina grassoccia dai capelli rossi. Lungo il corridoio, davanti alle stanze Blu, Verde, Gialla, Viola e Rossa si sta svolgendo una specie di coreografia di benvenuto. A uno a uno i bambini si precipitano fuori, strillando i saluti alle donne che li aspettano. Loro si inginocchiano tutte insieme e li sollevano in alto con le braccia.  il turno di William. In piedi sulla porta dell'aula Rossa aspetta paziente mentre una donna a forma di triplo cono gelato al cioccolato stringe al petto una bimbetta lentigginosa. I capelli della tata sono una riproduzione in miniatura del suo stesso corpo, una torre che traballa mentre lei si alza in piedi con la bambina in braccio. William si abbassa per passare sotto le gambe penzoloni della compagna di classe e viene verso di me. Mi allungo in avanti e lo stringo a me in modo goffo, con un braccio solo; lui si irrigidisce, poi sembra rassegnarsi alla mia presa.
Ci sei tu, oggi? chiede.
 mercoled.
In effetti.
Quale bambino di cinque anni dice In effetti?
Dai gli dico. Andiamo. Devo fuggire dalla pressione di questi piccoli corpi. Sento i loro odori, il sudore che sa di latte inacidito, il profumo dello shampoo alla fragola.
Si muovono vorticosamente intorno alle mie gambe, come sabbie mobili fatte di mani appiccicose e guance rosa. Il rumore che le suole di gomma delle scarpette da ginnastica producono a contatto con il pavimento  peggio di quello delle unghie su una lavagna. Inciampo in un cestino per il pranzo di Spiderman, e scaravento un paio di stivali da pioggia dall'altra parte del corridoio. Le loro teste mi arrivano all'altezza della vita, e le mie dita darebbero qualsiasi cosa per scivolare tra quei capelli soffici, avvolgere quei riccioli. Mi viene in mente il biglietto che la maestra ha messo nella cartella di William il mese scorso. Probabilmente hanno tutti i pidocchi.
William, andiamo! ripeto, il tono della mia voce pi alto di quanto volessi. Due mamme mi guardano inarcando le sopracciglia, con le labbra increspate in una smorfia di disapprovazione. Siamo in ritardo sussurro, stringendomi nelle spalle a mo' di spiegazione, come se questo bastasse a impedire la telefonata che faranno a Carolyn. Non solo irresponsabile, pure prepotente.
William si lascia mettere il cappotto. Gli annodo i cordoni del berretto ben stretti sotto il mento.
Dove sono i tuoi guantini?
Li tira fuori dalla tasca e io glieli infilo in modo energico sulle mani molli. Il pollice sinistro rimane con le altre dita, rifiutandosi di andare al suo posto. Per qualche secondo provo a girare il guanto cercando di sistemarlo; alla fine mi arrendo.
Tutto a posto dico, con un sorriso fasullo.
William mi lancia un'occhiataccia e si incammina verso l'ascensore. Io prendo il seggiolino rialzato che sua madre ha lasciato nel ripostiglio fuori dalla classe, e quando finalmente lo raggiungo  l che mi aspetta mentre guarda le porte dell'ascensore chiudersi.
L'abbiamo perso dice.
Scommetto dieci dollari che ne arriva un altro.
Non avevo intenzione di provare sentimenti del genere verso questo bambino. Anzi, ero convinta che l'avrei amato.
Amo cos tanto il padre che mi sembrava inevitabile adorare anche il figlio. Desideravo davvero che William mi volesse bene. Dopo che ci frequentavamo ormai da sei mesi, e a poche settimane dall'inizio della nostra convivenza, Jack ci fece incontrare. Avrebbe potuto presentarci prima, ma aveva deciso che sarebbe stata Carolyn a stabilire il momento giusto, per darle l'impressione che, almeno su questo, era ancora lei ad avere l'ultima parola. Jack aveva preso in mano la situazione soltanto quando fu chiaro che, se fosse dipeso da Carolyn, William avrebbe vissuto il resto dei suoi giorni nella beata ignoranza della donna che ora divideva il letto con suo padre. Fu una delle ultime discussioni tra Jack e la ex moglie di cui non conobbi ogni dettaglio, quindi non ho idea di quanto abbia dovuto insistere perch io, lui e William ci incontrassimo un sabato mattina allo zoo di Central Park.
Mi preparai al primo incontro con il figlio con molta pi trepidazione che non al primo appuntamento con il padre.
Era cos importante per me: in quel momento i nostri sguardi si sarebbero finalmente incontrati! Durante il tragitto in metropolitana verso il centro continuavo a immaginarmi la scena. Era settembre, ma sembrava ancora agosto.
L'aria era calda e afosa; una tipica giornata da estate indiana, quando la banchina della metropolitana diventa un forno e si fatica a respirare, come se ogni molecola d'aria fosse appesantita da una specie di polvere liquida che ti si appiccica ai polmoni e dentro le narici. Avevo preso la metropolitana sotto il mio appartamento a Stuyvesant Town, e quando le porte si aprirono sulla 59a, dopo appena due misere fermate al fresco dell'aria condizionata, alzarmi e uscire dalla carrozza mi era sembrata un'impresa quasi impossibile.
Jack e William mi stavano aspettando all'entrata dello zoo. Jack teneva William sulle spalle e, anche se aveva solo tre anni, le sue gambe penzoloni arrivavano quasi alla cintola del padre. Jack  un uomo bello, solido e robusto, come mio padre. La sua altezza oscilla tra il metro e sessantacinque e il metro e settanta, a seconda dell'umore.  ottimista e allegro, e quando  felice sembra molto pi alto.
Nelle rare occasioni in cui si lascia prendere dallo sconforto rimpicciolisce, si ripiega su se stesso, come se volesse scomparire. Una volta Jack mi ha detto che una delle primissime cose che lo hanno attratto di me  che, nonostante sia bassa, non scompaio mai. Anzi, pare sempre che faccia di tutto pur di farmi notare. Lo dice perch non mi ha mai vista schiva e impacciata alla scuola materna di William.
La madre di Jack  un'ebrea siriana, e lui ha preso i tratti somatici da quel ramo della famiglia. Ha il naso dritto e affilato, narici delicate, capelli scurissimi, quasi neri, occhi blu.  un colore che riesce a essere penetrante, profondo e vellutato allo stesso tempo, un colore che non avevo mai visto, e fin dal primo incontro mi sono chiesta se fosse una sua prerogativa o se si sarebbe trasmesso ai figli.
Gli occhi di William sono di un azzurro normalissimo.
Jack  corridore e alpinista;  molto forte, nonostante la statura, o forse proprio per questo. Ha muscoli lisci e tonici e la vita stretta. Sta benissimo in giacca e cravatta, e possiede una grazia e un'eleganza naturali, innate. Per esempio, anche se non gli importa molto dei vestiti, non indossa mai giacche a doppio petto. Dice che lo fanno sembrare un nano. Qualche settimana prima che ci incontrassimo, quando - da poco laureata in legge - ero andata a rifarmi il guardaroba per quella nuova vita che avevo davanti, nel mucchio di vestiti e giacche a prezzo scontato che acquistai c'era anche un abito di marca a doppio petto. Da quando
Jack mi ha spiegato la sua teoria non sono pi riuscita a indossarlo senza sentirmi come a un'audizione per la parte di un Ghiottone nel Mago di Oz. Ho dato il vestito in beneficenza, a un'associazione che fornisce abiti alle donne che, dopo anni di sussidio statale, cercano di entrare nel mondo del lavoro.
Avanzando a fatica nel caldo opprimente verso il mio fidanzato e suo figlio, vidi Jack prendere i piedi di William e piegarsi all'indietro, facendo finta di lasciarlo cadere. Gli strilli di gioia del bambino che cercava di rimettersi dritto aggrappandosi ai capelli del padre si sentivano fino in fondo al sentiero. Se non fosse stato cos caldo forse sarei tornata indietro, ripercorrendo di corsa la strada e i sei isolati che mi separavano dal refrigerio della metropolitana.
Sembravano cos felici, questo padre e figlio, davanti allo zoo, sotto il Delacorte Clock. Sembravano cos felici, mancava solo una madre per completare l'idilliaco quadretto famigliare. La madre, per, era nel suo appartamento al numero 1010 di Fifth Avenue, all'angolo con l'82a, a inzuppare un fazzoletto di lacrime, o a prescriversi una doppia dose di Ativan o di Xanax. La madre, forse, stava frugando tra vecchie foto e vecchie lettere, cercando una spiegazione per quel tradimento che aveva completamente distrutto il triangolo perfetto che una volta era stata la sua famiglia.
La madre non c'era pi; al suo posto c'ero io, un sorriso speranzoso stampato sul viso e un pacchetto stropicciato nella mano umida di sudore. Io, che cercavo di corrompere questo bambino per fargli dimenticare che avevo distrutto la sua vita del tutto e per sempre.
Innamorarmi di Jack era stato cos facile che avevo dato per scontato che dovesse esserlo anche innamorarmi del figlio. Non ero cos ingenua da credere che il bambino avrebbe ricambiato subito il mio amore. Mi immaginavo che avrei dovuto conquistarlo un po' alla volta, che con il
passare delle settimane e dei mesi, o forse addirittura degli anni, la forza del mio amore avrebbe fatto crollare le sue difese, spazzato via i suoi dubbi e il suo rancore. William avrebbe imparato a volermi bene, e un giorno si sarebbe reso conto che il mio affetto aveva fatto breccia nella sua vita e nel suo cuore. In fin dei conti era un bimbo molto piccolo, aveva solo tre anni. Presto non avrebbe neanche pi ricordato che c'era stato un periodo della sua vita in cui io non c'ero. Magari non mi avrebbe mai amata come una madre, mi avrebbe vista come un'adorabile zia, una confidente, un'amica leale. E lui sarebbe stato il mio complice, il mio co-cospiratore, il piccolo con cui mi sarei esercitata a fare la mamma. Io adoro i bambini, li ho sempre amati. Da ragazzina ero una babysitter molto richiesta e un'animatrice di campi scuola affidabile (e ben pagata).
Ora, finalmente, ecco un bambino che aveva diritto alla mia incondizionata devozione. Era il figlio dell'uomo che amavo. Come potevo non amare anche lui?
Quando alla fine si accorse di me, Jack afferr William e lo fece dondolare in aria, per poi metterlo a terra.
Era cos agitato che gli tremava la voce. Guarda, Will.
Ecco Emilia!
Se William avesse fatto le bizze e si fosse gettato a terra, agitando braccia e gambe come un forsennato, per me sarebbe stato pi semplice. Se mi avesse urlato contro, o si fosse rifiutato di guardarmi, o addirittura mi avesse presa a calci, avrei strizzato l'occhio a Jack in modo comprensivo e li avrei preceduti dentro lo zoo. Se fosse scoppiato a piangere implorando il padre di riportarlo a casa dalla mamma, avrei rassicurato il mio fidanzato con una carezza delicata e condiscendente, e li avrei lasciati andare.
Invece William mi porse quella sua mano molle con le dita affusolate. Piacere di conoscerti si present. Sorrisi imbarazzata e presi la mano nella mia. Le dita erano fredde e leggermente sudate, le unghie tagliate con cura, non smangiucchiate.
Il piacere  mio dissi. Ti ho portato una cosa. Gli diedi il pacchetto. Lo apr e tir fuori il dinosauro di peluche che gli avevo comprato. Jack mi aveva detto che William aveva un'ossessione per i dinosauri, che il suo posto preferito era il Museo di storia naturale.
Quel bambino di tre anni allung il braccio e tenne il dinosauro davanti a s. I teropodi hanno soltanto tre dita
osserv.
Guardai il pupazzo sorridente, le sue zampette anteriori che dondolavano. Era verde, con dei pois di velluto blu.
Immagino che non sia esattamente realistico dissi.
Non importa. Grazie. William diede il dinosauro imbottito al padre, che se lo infil sotto il braccio e mi sorrise come per scusarsi.
Ora era finalmente giunto il momento per quella strizzatina d'occhio dispiaciuta, ma per qualche motivo non mi riusc.
Sono quasi le dieci e mezza esclam Jack. Non vorremo perderci quando danno da mangiare ai pinguini, vero?
Lo seguimmo dentro lo zoo.
Se sono con William, fermare un taxi fuori dalla 92a Y  un'impresa pressoch impossibile. Non ho mai di questi problemi quando vengo qui per una conferenza, e nemmeno le rare mattine in cui lo porto a scuola, quindi so che
il motivo per cui i tassisti non si fermano non  il posto in s.  quel maledetto seggiolino rialzato. Sanno benissimo che dovr lottare per sistemarlo sul sedile posteriore, e poi lottare ancora per farci salire sopra il bambino e per smontarlo dall'auto una volta a destinazione, il tutto sprecando minuti preziosi del loro tempo. A volte penso che dovrei portare un cartello con su scritto: PROMETTO CHE NON VE
NE PENTIRETE. Oppure: GUARDATE, QUESTA SITUAZIONE
NON PIACE A ME COME NON PIACE A VOI.  SUA MADRE CHE
INSISTE, E GIURO SU DIO CHE VI DAR CINQUE DOLLARI IN
PI PER IL DISTURBO, QUINDI, PER LA MISERIA, VOLETE FERMARVI
E CARICARCI SUL TAXI, PER FAVORE?
Finalmente si ferma un tassista sikh compassionevole o forse disperato, con in testa un turbante azzurro. Spalanco la portiera e lancio la borsa e il cestino del pranzo di William dentro l'auto. Il seggiolino  di quelli con cinque punti di aggancio e deve essere installato sul sedile posteriore utilizzando la cintura di sicurezza. Un po' di tempo fa, quando William si era appena qualificato per il passaggio dalla navicella al seggiolino rialzato, ne avevo visto uno
su Internet studiato per sollevare il bambino e permettergli di essere allacciato alla sola cintura di sicurezza. Quel seggiolino mi avrebbe fatto risparmiare almeno tre minuti all'andata e tre al ritorno e chiss quante occhiatacce da parte dei tassisti. Ne avevo mostrato la foto a Jack, ma quando lui ne parl a Carolyn, fu come se avessi suggerito di legare il bambino al paraurti anteriore.
Una volta sistemato il seggiolino mi giro verso William.
Okay, puoi salire.
Lui fa finta di essere molto impegnato a guardare un pezzo di sterco indurito e in parte sepolto da una crosta di neve.
William, andiamo.
Chiss a che temperatura gela la cacca...
William!
Siccome la cacca  calda gela pi in fretta di un ghiacciolo, lo sapevi? L'acqua calda gela prima di quella fredda.
Molti pensano che l'acqua fredda geli pi velocemente perch ha una temperatura pi vicina allo zero, ma non  vero. L'acqua calda gela pi in fretta.
William, per favore, non  giusto far aspettare il tassista.
Sto perdendo la pazienza. Tra due secondi lo prendo e lo scaravento dentro il taxi.
 per via dell'evaporazione. L'acqua calda evapora pi in fretta.
William, sali.
Lui sospira e dice: Non voglio sedermi su un seggiolino per neonati.
Ti ho detto di salire sul taxi!
Non voglio sedermi su un seggiolino per neonati ripete, questa volta con un tono di voce pi alto, come a voler imitare gli altri bambini quando fanno i capricci. Dopo tutto, ha visto che nel loro caso funziona. Ha visto madri arrendersi alle richieste pi assurde: qualsiasi cosa, purch la smettano di strillare.
Non  un seggiolino per neonati ribatto digrignando
i denti. La mascella inizia a farmi male. Non  colpa di William se ho una disfunzione temporo-mandibolare. L'avevo gi prima di incontrare suo padre.  iniziata all'universit, quando mi preparavo per gli esami alla biblioteca Radcliffe, raggomitolata su un'orribile sedia di legno massiccio, con una dieta a base di Diet Coke e uvetta ricoperta di cioccolato, e digrignavo i denti in continuazione. Ora che ci penso, mi sembra che il rivestimento tutto sdrucito di quella sedia fosse di tweed arancione.
 sicuramente a causa di William, per, che ho iniziato a portare un paradenti. Non sono pazza. So che non  stato lui a impormelo. Ma sarei pronta a scommettere che, se non fosse perch ha solo cinque anni e poca dimestichezza
(o almeno spero) con quello che io e suo padre facciamo nel nostro bel letto rialzato, avrebbe comunque finito per impormi quel pezzo di plastica giallastra che devo togliermi dalla bocca e appoggiare sul comodino in un lago di saliva viscida e vagamente puzzolente quando voglio fare sesso orale con suo padre.
Non  un seggiolino per neonati ripeto.
Il tassista suona il clacson e sia io sia William saltiamo per lo spavento.
Oddio esclama William alzando il piede.  finito proprio sulla crosta congelata della cacca di cane, arrivando a toccarne il centro molle e schifoso.
Maledizione, William impreco. Chiedo scusa al tassista, afferro la gamba del bambino e sfrego la suola della scarpa contro il marciapiede, cercando di togliere pi merda possibile. Poi lo prendo in braccio e lo metto nel seggiolino.
Lo allaccio stretto e corro dall'altro lato del taxi.
Mentre spalanco la portiera sento il clacson di un'auto.
Che cazzo combini! mi urla qualcuno. Vuoi farti ammazzare?
Voltando la testa guardo l'auto che per poco non mi ha strappato di mano la portiera. Faccio spallucce, in segno di scusa o indifferenza, a voi la scelta. Scivolo dentro il taxi e
chiudo la portiera sbattendola. Il tassista sikh mi osserva dallo specchietto retrovisore. Ha gli occhi molto tristi. Anche lui, come il portiere, come mio marito, come tutti a quanto pare,  deluso dal mio comportamento.
Central Park West e 81a dico.
Mentre attraversiamo il parco il taxi si riscalda e mi tolgo la sciarpa. Io e William non parliamo. Non lo facciamo mai. Lui guarda fuori dal suo finestrino e io dal mio. Un odore quasi impercettibile ma pestilenziale mi sfiora le narici e mi fa arricciare il naso. La cacca di cane sotto la scarpa ha iniziato a scongelarsi.
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CAPITOLO 3.
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Nei libri della serie Olivia non importa se la piccola porcellina bianca non ha per niente sonno. Deve fare lo stesso il riposino. William, invece, non ha costrizioni del genere.
Sua madre ha decretato che, siccome la sua immaginazione  cos attiva, siccome  cos sveglio, cos creativo, cos tanto intelligente, ha un bisogno costante di stimoli, perci non deve essere obbligato a dormire durante
il giorno. Non posso fare a meno di pensare che Carolyn abbia emesso una sentenza del genere solo perch non  mai lei quella che deve stimolare la piccola personalit attiva di suo figlio. Quando il bambino non  con Jack o con me,  con Sonia, la tata. I giorni liberi di Sonia coincidono con quelli stabiliti dall'accordo di custodia: il mercoled e un fine settimana s e uno no. Solo allora Sonia si rifugia nelle viscere del Queens a bere addirittura Sljivovica, a suonare la guzla o a vestire i panni della pupa di un gangster croato. Oppure a fare tutto quello che fanno i nuovi immigrati dalla Dalmazia nei giorni in cui non devono soddisfare i bisogni e i capricci dei bambini super privilegiati dell'Upper East Side. In realt non so praticamente nulla di lei, a parte il nome della regione croata da cui viene, e che una volta ha detto a Jack che uno dei suoi nonni era ebreo prima della guerra. Non so cosa significhi ebreo prima della guerra. Non so da quanto tempo Sonia sia in
America. Non so dove abita quando non  nella stanzetta vicino alla cucina che una volta, durante una cena aziendale, ho visto di sfuggita mentre cercavo il bagno, prima che Carolyn sbattesse Jack fuori di casa, prima che scopassi con lui sulla poltrona nera dietro la scrivania del suo ufficio alla Friedman, Taft, Mayberry & Stein, la scrivania che Carolyn aveva scelto per lui quando era diventato socio dello studio legale e gli avevano dato un ufficio ad angolo e i soldi per arredarlo.
Sonia si prende cura di William ogni giorno dopo la scuola, tranne il mercoled, il giorno in cui William sta con me, e per questo Carolyn non ha idea di quanto sia duro intrattenere il figlio per un pomeriggio intero. Da quanto ho letto facendo una ricerca su UrbanBaby.com, la dottoressa Carolyn Soule  una delle poche ostetriche di New York, forse l'unica, a non farsi mai sostituire da altri colleghi, a far nascere di persona i bambini di tutte le sue pazienti, anche nel cuore della notte, o durante il fine settimana, o la mattina di Natale. In effetti  disponibile qualsiasi giorno dell'anno, a eccezione delle tre settimane che ogni agosto trascorre a Nantucket, nella casa di famiglia. Questo la rende un medico molto desiderabile e rassicurante, ma un po'
meno desiderabile e rassicurante come moglie. (Quest'ultimo commento non proviene da UrbanBaby.com.) Presumo che durante i rari fine settimana in cui non lavora, quando non deve andare in ospedale per far nascere un bambino o tenere sotto controllo una paziente ad alto rischio, Carolyn resti in compagnia di William per ore e ore. Pu darsi che abbia pi risorse di me. Forse  entusiasta quanto suo figlio all'idea di leggere il dizionario dall'inizio alla fine e di discutere i pregi di ogni singola definizione. Forse trova strano quanto lui che si utilizzi il termine mattino per indicare il periodo che va dall'alba a mezzogiorno invece della pi appropriata espressione ore antimeridiane. Forse madre e figlio custodiscono in un cassetto della cucina una coppia di lenti d'ingrandimento in modo da poter leggere
gli ingredienti di ogni confezione di cibo, alla ricerca delle tanto temute molecole di grano, lattosio, e, Dio non voglia, olio vegetale parzialmente idrogenato. Carolyn deve per forza amare tutto questo, o forse non resiste pi di mezz'ora accanto a suo figlio e poi chiama Sonia, perch altrimenti non si spiega il motivo per cui abbia vietato
l'utilizzo di quell'infallibile ancora di salvezza che  la televisione.
Non mi lamento quasi mai di questi pomeriggi, perch, dopo tutto, si tratta di una mia debolezza. Una matrigna migliore non saprebbe forse inventarsi una serie di modi affascinanti per passare il tempo? Magari costruendo un modellino perfettamente in scala della grande diga Hoover Dam con zollette di zucchero, oppure iniziando un programma di riproduzione per moscerini della frutta geneticamente modificati, con il duplice scopo di scoprire una cura per il daltonismo e allo stesso tempo insegnare agli insetti ad andare su minuscole biciclette. Di tanto in tanto me ne lagno con mia madre, che mi fa giurare di non parlare mai di questo malumore con Jack. Io protesto, per le do ascolto. Anche lei  stata matrigna. Per essere precisi  la mia matrigna modello: non per il successo dei suoi sforzi, ma per il suo fallimento catastrofico, epico e plateale. Le mie sorelle maggiori la odiarono fin dal primo momento, anni dopo che la loro stessa madre le aveva abbandonate alle cure inesperte e riluttanti di mio padre. Mia madre era una giovane moglie che traboccava di devozione per queste bimbe abbandonate, le figlie trascurate di quell'uomo molto pi grande di lei che l'aveva fatta innamorare e convinta a lasciare l'universit per sposarlo. Nonostante avesse dedicato la vita a prendersi cura di Lucy e Allison, otto e dieci anni, a portarle a lezione di musica e pattinaggio, a preparare loro il pranzo da portare a scuola, a fissare gli appuntamenti dal dentista, a lavare i loro vestiti, ad appendere al frigorifero i loro impeccabili compiti di ortografia, le due non cambiarono mai opinione. Non smisero mai di disprezzarla.
E non smisero mai di farglielo sapere.
Anzi, quando i miei genitori divorziarono, dopo quasi trent'anni di amarezze, ne furono cos sollevate da essere persino pronte a riconoscere una parte di responsabilit.
Lucy mi disse: Sono sicura che non  stato facile per tua madre occuparsi di due ragazzine che non l'hanno mai voluta tra i piedi. Poi mi chiese se fosse ingrassata dopo il divorzio e se avessi gi incontrato la nuova fidanzata di pap, che era, a detta di Lucy, Semplicemente favolosa. E
bella. Magrissima. E si era messa a ridere.
Per questo, quando mia madre mi dice di non raccontare a Jack quanto mi stanchi passare del tempo con William, al punto da causarmi un potente mal di testa proprio al centro del cranio, le do retta. Mi cullo nella ridicola illusione che ogni giorno potrebbe essere quello in cui io e William entreremo magicamente in sintonia, che arriver prima o poi la volta in cui scopriremo di parlare la stessa lingua. L'altra fantasia che ho  quella di pagare un simpatico studente della Columbia University perch trascorra i pomeriggi con
il piccolo mentre io me ne vado al cinema. Quando lavoravo a tempo pieno, il mercoled pomeriggio William andava a casa di sua madre con Sonia, e Jack lo andava a prendere dopo l'ufficio. Poi per ho lasciato il lavoro e abbiamo cambiato programma, concedendo a Sonia un giorno libero.
Non mi sembra giusto toglierglielo solo perch faccio una fatica insopportabile a intrattenere il bambino che di solito  lei ad avere in custodia. Soprattutto perch sono determinata a non far sapere a Jack della mia inaccettabile e assurda incapacit di amare suo figlio.
Sai che cos' eBay? chiede William, interrompendo i miei pensieri. Come al solito, anzich un pisolino, stiamo facendo uno spuntino. William ruota veloce il cucchiaio nel frapp privo di grassi e derivati del latte.  intollerante al lattosio, secondo la madre. Beve latte di soia, mangia cibi a base di tofu e frapp senza latticini.
S rispondo distrattamente.
Il pap del mio amico Bailey vende cose su eBay.
Uhm.
Bailey dice che suo pap prende tutte le cose vecchie e le vende su eBay. Le cose che loro non vogliono pi. Come la vecchia bici di Bailey e gli sci di suo pap quando era al college.
Annuisco, senza prestare molta attenzione.
Emilia?
S, William.
Il pap di Bailey fa un sacco di soldi su eBay. Un sacco.
Buon per lui.
Tu non vai mai su eBay?
Lo guardo sospirando. No, non direi.
Magari dovresti.
Oppure potrei semplicemente chiedere al pap di Bailey.
Sono sicura che mi venderebbe un paio di vecchi sci, se ne avessi bisogno.
William corruga la fronte. No, no. Voglio dire che tu dovresti vendere delle cose. Per fare soldi, come il pap di Bailey. Non hai della roba vecchia?
Potremmo vendere gli sci di tuo padre. Oppure uno sci solo. Che ne dici? Uno sci della Vlkl, vecchio di due anni. E una racchetta.
William scuote la testa. Che stupidaggine! Nessuno comprerebbe uno sci solo. Dovremmo vendere le cose da neonato.
Non rispondo. Seduta all'altro lato del tavolo della cucina stringo la tazza del caff cos forte che mi sorprende non vederla andare in frantumi tra le mie dita.
Potremmo vendere la culla continua. La culla  costata mille trecento undici dollari. A William piace sapere quanto costano le cose. E su eBay potremmo ricavarci duemila dollari. O magari anche diecimila.
No, non  vero dico.
eBay funziona in questo modo mi spiega paziente.
Uno prende tutte le cose che non gli servono pi e la gente gli d un mucchio di soldi per averle.
Osservo la testa di William. Ha i capelli castano chiaro, come quelli di Carolyn, ma mentre a lei scendono dolcemente sulle spalle e sono di una lucentezza innaturale, senza mai una doppia punta o una ciocca scomposta, quelli del bambino si dividono in ciuffi ribelli, stanno rialzati da un lato della fronte e abbassati dall'altro. Sono anche sottili, e attraverso le ciocche si vede il cuoio capelluto giallo.
Jack dice che  la crosta lattea, anzi,  Carolyn che lo dice, e la sera dobbiamo spalmargli in testa olio per bambini, utilizzando prima una spazzola a setole morbide, poi un pettine a denti fitti per rimuovere delicatamente le scaglie.
Quando Jack ne parla devo sforzarmi per tenere la bocca chiusa e non fargli presente che il bambino  troppo grande per avere la crosta lattea, e che, a mio parere, si tratta solo di un brutto caso di forfora.
Non ricaveremo mai diecimila dollari vendendo la culla su eBay dico.
Possiamo vendere anche il passeggino. Scommetto che
il passeggino vale almeno cinquemila dollari.
William, eBay non funziona cos. Non  magica. Le persone offrono soldi soltanto per le cose che desiderano.
Nessuno far un'offerta di migliaia di dollari per... per un passeggino che possono comprare nuovo di zecca a ottocento settanta cinque.
Serro la mascella cos forte che il dolore mi risale dietro le orecchie, lungo le tempie, per concentrarsi sopra la testa.
Il pap di Bailey dice...
Devi aver capito male quello che ha detto il pap di Bailey. Oppure  Bailey che ha capito male.
William mette il broncio. Tu non lo conosci neanche, Bailey. E nemmeno suo padre.
William, non ne voglio parlare di vendere le cose da neonato.
Ma eBay serve proprio a questo. Uno deve vendere le cose che non gli servono pi. E tu non hai bisogno di tutte quelle cose, dei vestitini o dei pannolini. Quella bambola
scema che hai comprato  ancora nella scatola. Dovresti vendere quella stupida Samantha su eBay.
Adesso  davvero troppo. Stai zitto, William. Davvero.
Smettila.
Mi alzo dal tavolo. La sedia cade sbattendo sul pavimento.
La guardo, mi sento gi in colpa, e questo mi infastidisce ancora di pi. A volte sembra che William sia il piccolo portavoce di Carolyn, un surrogato del suo pungolo.
Mi stuzzica e mi provoca finch non soddisfo le loro aspettative pi meschine, finch non dimostro ancora una volta di essere una persona terribile. Mi dico che non sta cercando di incastrarmi, non sta cercando di costringermi a mettere a nudo debolezze e difetti.  solo un bimbo. Eppure sia io sia Carolyn gli abbiamo attribuito molto pi potere di quanto dovrebbe avere qualsiasi bambino.
Lascio la sedia per terra, William seduto al tavolo ed esco dalla stanza. Mi fermo sulla soglia della cameretta in fondo al corridoio, quella che era stata concepita come stanza della domestica quando fu costruito il palazzo. 
verde muschio con una fascia di rose rosa tutto intorno.
L'ho dipinta io con lo stencil, e per questo i contorni sono imperfetti, quasi sbavati. Guardando con attenzione si vede che la fila di rose  storta, che procede incerta sulla parete e lungo il perimetro della stanza abbassandosi sempre di pi, tanto che quando le rose arrivano alla sinistra della finestra sono almeno cinque centimetri pi in basso rispetto a dove sono partite, sulla destra. La cosa mi d sui nervi, e vorrei poter ridipingere la fascia o aver pagato qualcuno per farlo come si deve.
Mi appoggio allo stipite e premo con le dita nella carne molle del ventre. Riesco a sentire l'utero, mi chiedo se sia ancora gonfio e congestionato. Tasto quel rotolo gelatinoso e cadente che una volta era il mio giro vita, e schiaccio con l'indice e il medio lo spazio sotto l'ombelico. Mi fa male, e ne sono contenta. Non potrei sopportare l'idea che tutto  tornato alla normalit, che tutto  stato cancellato
o oscurato, che l'unica prova di quanto  successo  una decorazione storta su un muro pitturato male.
I miei occhi sono fissi sulla fascia di rose, non guardo il resto della stanza. Non guardo la culla dal prezzo esorbitante con le lenzuola rosa: grandi rose sbocciate da una parte e quadretti dall'altra. Non guardo il fasciatoio, le pile ordinate di pannolini, lo scalda salviettine con il filo della confezione avvolto tutto intorno come un serpente morto, i barattoli di crema per l'eritema da pannolino e di lozione per neonati. Non guardo il tappeto artigianale, in una sfumatura di rosa tanto rara che l'antiquario mi assicur di non averne mai visto uno uguale. Non guardo la sedia a dondolo con il sedile di pelle color crema e il poggiapiedi abbinato, ordinati appositamente da mia madre come regalo. Mio padre ci diede 5000 dollari in titoli di Stato.
Cosa si deve fare con dei titoli intestati a una persona che non c' pi?
 solo dopo essermi leccata le labbra e aver sentito il sapore del sale che capisco di aver pianto tanto da farmi colare il naso. Mi asciugo il viso con la manica e torno in cucina.
Devo convincere William a non dire a sua madre che ancora una volta ho dimostrato di essere una cattiva matrigna, che gli ho detto di starsene zitto e che mi sono fatta vedere in lacrime.
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CAPITOLO 4.
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Jack  stato il primo uomo sposato con cui sia mai uscita.
Per me le donne che frequentano uomini sposati sono crudeli e irresponsabili, e tradiscono le loro sorelle. Anzi, peggio, credo siano stupide. Se pensano che i mariti che seducono saranno fedeli, allora si illudono. Un uomo che tradisce una moglie ne tradir sicuramente un'altra. La fedelt  un tratto caratteristico della persona, non dipende dal caso specifico.  questione di indole, non di circostanze.
La mia relazione con Jack inizi nel pi classico dei modi.
Io ero una giovane associata dello studio legale di cui  partner. Lui era il mio capo. Ci scambiammo il primo bacio durante un viaggio di lavoro, fuori dalla porta della mia stanza, al terzo piano del Claremont Hotel di Oakland, in California. La prima volta che facemmo l'amore, come ho gi detto, fu nel suo ufficio. Avevo trent'anni quando iniziammo a frequentarci; Jack stava lottando per accettare il fatto che di l a poco ne avrebbe compiuti quaranta. Sono la sua Porsche rossa.
Potrebbe essere tutto molto squallido e banale, sordido e umiliante, se non fosse che io lo amo. Lo amo cos tanto che, pur sapendo che anche altre persone amano allo stesso modo, non riesco a capire come possano continuare la vita di tutti i giorni senza fermare sconosciuti per strada e proclamare la magnificenza dei loro innamorati. Lo amo
cos tanto da vivere nella paura costante che possa accadergli qualcosa. Vorrei avvolgerlo nell'ovatta e mettermelo in tasca, dove so che sar al sicuro. Sono tranquilla soltanto quando ce l'ho davanti agli occhi e non rischia di morire in un incidente aereo, o di essere investito da un taxi, o che una palla da bowling cada dal tetto di un palazzo e gli fracassi il cranio. Lo amo cos tanto che vorrei inghiottirlo, a cominciare dalle dita rosa e curve dei piedi, e poi sempre pi su fino ad arrivare alle orecchie, due spirali piccole e ben disegnate.
Non sapevo che ci si potesse sentire cos. Credevo di essere gi stata innamorata in precedenza. C' stato un israeliano
- lavorava per una grossa ditta di traslochi - col quale ero convinta che avrei dovuto sposarmi. C' stato poi un ragazzo nel mio gruppo di orientamento alla facolt di giurisprudenza che probabilmente avrei sposato se solo lui non fosse stato convinto che mettersi con una donna bianca gli avrebbe distrutto ogni probabilit di ricoprire cariche pubbliche (si  appena trasferito con la moglie color caffellatte a Washington D.C. come rappresentante del Diciannovesimo Collegio Elettorale di New York). Ce ne sono stati altri, tantissimi (e ora che passare da un letto all'altro  tornato di moda posso considerarmi una vera e propria pioniera). Eppure non ho mai provato nulla che assomigliasse nemmeno lontanamente a ci che ho sentito per Jack dal primo momento in cui l'ho visto. L'ho amato per due anni senza che si accorgesse di me, e solo il terzo anno finalmente mi tocc.
Vidi Jack il mio primissimo giorno di lavoro allo studio Friedman, Taft, Mayberry & Stein. La responsabile del personale mi stava accompagnando all'ufficio che avrei condiviso con un altro neoassunto, un giovane laureato a Yale apatico e dalle palpebre pesanti, un tipo che dava l'impressione di non essere particolarmente interessato al lavoro presso lo studio - faceva lunghe pause pranzo e se ne andava presto la sera - ma che sarebbe poi diventato la
persona pi giovane in assoluto a diventarne socio, dopo aver messo in piedi una serie di accordi nel settore delle telecomunicazioni che lasciarono la controparte sbigottita da tanta inaspettata avidit e ipocrisia. Seguii la responsabile del personale, lo sguardo fisso sui talloni che sporgevano dai sabot. Erano troppo corti e rischiava di perderli a ogni passo. Facevo del mio meglio per apparire sveglia ed entusiasta, non volevo sembrare ingrata per quel lavoro con uno stipendio a sei cifre. Non volevo far capire quanto il posto mi deprimesse: l'elegante ingresso con pannellatura in legno, il sorriso spento dell'addetta alla reception, i lunghi corridoi, un labirinto di uffici poco pi grandi di un cubicolo, tutti con le porte spalancate per dare la possibilit ad avvocati tirati a lucido di mostrare la loro solerzia a tiranni generosi solo in apparenza.
Quando iniziai la facolt di legge non avevo progetti chiari riguardo al futuro, e tre anni dopo, verso la fine degli studi, le mie ambizioni non erano certo meno confuse.
Ancora oggi non saprei dire perch sono diventata avvocato, forse  solo perch lo  anche mio padre: un ottimo motivo sia per evitare gli studi di giurisprudenza sia per esserne attratta. Non che lui si sia mai lamentato della sua professione. Anzi, ne  molto soddisfatto. Si occupa di diritto immobiliare ed esercita nel New Jersey, vicino alla citt dove sono cresciuta, in uno studio poco distante dalla Route 17. Una volta  stato presidente dell'Ordine degli Avvocati del New Jersey. Ma a mettermi in guardia non doveva essere un eventuale malcontento di mio padre, quanto piuttosto il fatto che, da bambina, la sola cosa che riuscisse a far riposare il mio cervello insonne era una discussione con pap riguardo uno dei suoi casi. Un ulteriore motivo per scegliere una professione diversa  che mia sorella Allison  avvocato presso la Divisione di appello dell'associazione Legal Aid di Manhattan. Loro dicono che molto presto passer alla magistratura. Loro sono Allison e mio padre.
Non mi iscrissi alla facolt di giurisprudenza subito dopo il diploma, a differenza loro. Viaggiai per qualche anno e mi cimentai in quei lavori vagamente artistici che i diplomati con poca ambizione e ancor meno talento trovano quando si trasferiscono a New York. Poi feci l'esame di ammissione alla facolt di giurisprudenza. Per gioco, credo, o forse perch ero stufa di vivere in un appartamento dove potevo accendere la macchina del caff in cucina senza alzarmi dal divano letto del salotto dove dormivo. A essere sinceri non ricordo esattamente il motivo per cui sostenni l'esame. Comunque ottenni un ottimo risultato -
migliore di quello di Allison - e di conseguenza la facolt di legge sembr inevitabile. Iniziai col vago proposito di specializzarmi in diritto pubblico, ma il diritto penale era l'unica cosa per cui nutrissi un minimo interesse, e inoltre avevo il timore di seguire le orme fin troppo capaci della sorella maggiore. Alla fine dell'ultimo anno di corso, quando stavo gi facendo colloqui di lavoro, decisi che se il mio lavoro era destinato a essere monotono tanto valeva fosse redditizio. E cos mi ritrovai da Friedman & Associati, a seguire il frusciante fondoschiena della responsabile del personale con i sabot troppo corti.
Ne perse uno fuori dall'ufficio di Jack. Non so bene come accadde, in qualche modo le sfugg dal piede e ci inciamp sopra. Io le camminavo troppo vicino e quando lei perse l'equilibrio per poco non le caddi addosso. Rimasi in piedi aggrappandomi al piedistallo di una scultura in legno
- un nudo di donna - esposta nel corridoio. La scultura oscill avanti e indietro e per un attimo temetti che tutte e due, io e la donna di legno, potessimo crollare sulla responsabile del personale. Per fortuna non successe. La scultura si tenne stretta al suo basamento, e io ritrovai l'equilibrio e rimasi in piedi. Mi pentii subito di averlo fatto.
Un uomo attraente era chino accanto alla responsabile del personale e le teneva il piede tra le mani.
Fa male se stringo? chiese. I muscoli della schiena
erano tesi sotto il morbido tessuto bianco della camicia. Li vedevo flettersi mentre sollevava delicatamente il piede nel palmo della mano. Provai un bisogno quasi irrefrenabile di inginocchiarmi dietro di lui e di premere il mio corpo contro il suo, di schiacciare seno e ventre sulla sua schiena, di far scorrere le dita intorno ai suoi fianchi.
Ahia! mormor la responsabile del personale con una smorfia. Che commediante!
Mi sa che ti sei slogata la caviglia disse lui.
Le pos il piede a terra, dolcemente, con un soffio si allontan un ricciolo dagli occhi - stava attraversando una fase capello selvaggio - e le pass un braccio attorno alla vita. La rimise in piedi e l'accompagn, sorreggendola, nel suo ufficio. Marilyn chiam. Vedi se riesci a trovare del ghiaccio.
La segretaria, che aveva la scrivania nel corridoio fuori dall'ufficio di Jack, si alz in piedi e si gir verso di me.
Frances la stava accompagnando da qualche parte prima della tragica perdita della scarpa? Non sembrava avere troppa fretta di cercare il ghiaccio.
S, mi stava accompagnando al mio nuovo ufficio.
Per un po' credo che dovr rimanere da sola. Come si chiama?
Emilia Greenleaf. Sono una nuova associata.
In che ufficio ?
Guardai la cartellina che avevo in mano. Nella pagina in cui erano indicati il mio codice, l'interno del telefono e l'indirizzo email, c'era anche un numero di ufficio.
1818 risposi.
Doppia vita replic la segretaria.
Prego?
I numeri. Significano quello. Lei mi soppes con lo sguardo.  ebrea, vero?
S.
Io mi chiamo Marilyn Nudelman.
Non sono praticante o che.
Marilyn si strinse nelle spalle. Venga, le mostro il suo ufficio.
Marilyn  ancora la segretaria di Jack, e anche se ha ballato la bora al mio matrimonio, anche se le basta il fatto che io sia pi ebrea di Carolyn Soule, discendente di dodicesima generazione del Mayflower, ancora non mi considera abbastanza ebrea. Lo si capisce chiaramente dai regali che mi manda: un calendario ebraico ogni anno prima della festivit di Rosh Hashanah, una scatola di gelatine alla frutta in corrispondenza della Pasqua ebraica, un sacchettino di monete d'oro per Hanukkah. Ogni dono  accompagnato da un bigliettino esplicativo, come se io davvero non fossi in grado di capire il significato delle monete o dei dolci senza farina di frumento. Tutta questa offerta di regali mi sembra tradire un disturbo passivo-aggressivo, ma accetto la sfida volentieri. Compro cose costose da regalare a Marilyn: maglioni di cachemire di Saks, una ventiquattrore Coach con portafoglio abbinato, buoni omaggio per un giorno di trattamenti di bellezza presso un centro Elizabeth Arden. Poi insisto perch Jack gliele consegni la vigilia di Natale.
 probabile che questa mite battaglia continui per sempre, o almeno fino a quando Marilyn non andr in pensione.
Inizi la sera in cui Jack si arrese per la prima volta ai segnali che gli inviavo ormai da tre anni, da quando non si era nemmeno accorto che ero in piedi davanti al suo ufficio, dietro la povera Frances Defarge senza una scarpa.
Era tardo pomeriggio, verso le sei. Avevo preparato un verbale per Jack a sostegno di una mozione per ricusare un giudice del Texas che per ben due volte si era riferito a lui definendolo l'avvocato degli ebrei di New York. Non era il primo incarico che Jack mi aveva affidato durante i miei tre anni di lavoro alla Friedman & Associati. C'erano stati altri piccoli progetti di ricerca, resoconti che potevano essere certamente assegnati anche a un neoassunto, ma io avevo colto al volo l'opportunit di lavorare con lui.
Questo caso mi dava finalmente l'occasione per mettermi un po' in mostra. Ero brava a redigere verbali. Quando ero ancora all'universit avevo imparato che lo stile, nonostante non possa sostituire del tutto una ricerca appropriata e un'approfondita conoscenza delle leggi, pu fare la differenza tra un'argomentazione avvincente e una soporifera, di quelle che fanno addormentare il giudice. Lo scopo del verbale non era convincere il giudice del Texas.
Probabilmente aveva gi i suoi problemi a decidere ogni mattina quale toga indossare - se la nera o la bianca - e per lui anch'io non sarei stata altro che l'ennesimo avvocato senza scrupoli degli ebrei di New York. Avevo scritto quel documento per la Corte d'Appello, e l'avevo scritto per Jack. Era chiaro, incisivo, faceva a pezzettini il giudice bigotto e lo lasciava a sanguinare su una croce dai precedenti illustri. E in pi era divertente.
Ero seduta su una sedia davanti alla scrivania di Jack e
lo guardavo leggere. All'inizio il suo volto rimase inespressivo, ma proseguendo con la lettura un accenno di sorriso gli incresp gli angoli della bocca. Jack ha labbra molto rosse, sembra che porti un rossetto color prugna, eccetto nel cuore dell'inverno, quando va a sciare, e allora si screpolano e si ricoprono di pellicine bianche. Il labbro superiore gli si arriccia ai lati, e il sorriso parte dal lato destro della bocca. Il labbro si mosse a formare un mezzo sorriso, una volta, poi un'altra ancora. Quando arriv alla fine del documento stava ormai ridendo.
Hai fatto un ottimo lavoro disse.
Grazie.
Al giudice Gibbs verr un colpo quando lo legger.
Ho la pelle lentigginosa e molto chiara; arrossisco facilmente, ma non in modo carino. Mi riempio di chiazze.
Sapere che sto arrossendo mi rende consapevole del fatto che sono un brutto spettacolo, e cos divento ancora pi rossa finch, spesso, qualcuno mi chiede se ho bisogno di un medico. Jack osserv l'effetto
dei suoi complimenti su di me. Con uno scatto spost gli occhi sulla
mia scollatura. Quel giorno indossavo una camicia bianca di cotone, il colletto inamidato in ali rigide ai lati del collo. Avevo la gola nuda, e ci produceva un effetto che quella stessa mattina mi era sembrato timidamente erotico.
Ora serviva da palcoscenico per il pi sensazionale spettacolo pirotecnico che il mio sistema cardiovascolare avesse mai messo in piedi.
Intendevo in senso buono disse Jack.
Lo so.
Analizz la mia gola, e qualcosa sul suo viso mut; era come se iniziasse ad ardere. Ora so che anche lui stava arrossendo, per in quei giorni non conoscevo ancora bene la topografia della sua pelle e non capivo cosa significassero le variazioni di tonalit e colore. Ha la carnagione olivastra di sua madre, e quando si emoziona non diventa rosso come me. Al contrario, il suo viso assume sottopelle una sfumatura brunita, color rame.  un mutamento impercettibile: dapprima sembra solo che diventi pi attraente, pi vivo, pi vibrante. Jack  splendido quando  in imbarazzo o si vergogna.
Ho solo un paio di commenti aggiunse.
Sparse le pagine del verbale sulla consolle nera contro la parete pi lontana dell'ufficio. Il mobile  un tantino troppo basso per essere comodo, e quando mi avvicinai per guardare i suoi appunti dovetti piegarmi un po'. Il piano di appoggio era di legno verniciato a lucido, e nel momento in cui ci trovammo l, fianco a fianco, le nostre immagini riflesse erano nitide, come in uno specchio. Riuscivo a vedere sotto la mia camicia. Un seno ricadeva in avanti uscendo dalla coppa preformata del reggiseno, quasi a scoprire il capezzolo. Jack era alla mia sinistra, appena dietro, e con una mano spingeva da parte i fogli uno a uno; l'altra la teneva infilata in tasca. Ora so, perch me l'ha detto lui, che stava facendo del suo meglio per mascherare un'erezione.
Indossavo una minigonna nera, non cos corta da essere sconveniente, ma nemmeno tanto lunga da superare l'esame della direttrice di una scuola cattolica. Sotto portavo delle calze con la giarrettiera. Fosse stato luglio o agosto, avrei potuto dire che indossavo quel tipo di biancheria ormai fuori moda perch faceva caldo, e mettere i collant a New York in estate equivale a un caloroso benvenuto per la candida. Infatti era proprio questo il motivo per cui possedevo una giarrettiera. Solo che era marzo. Tra i resti dell'ultima nevicata iniziavano a fare capolino i primi crochi.
Portavo le calze con la giarrettiera perch avevo fantasticato di sedurre Jack. Mi ero vestita per quella fantasia, anche se non l'avevo programmata. Non pensavo che avrei trovato il coraggio.
Mi piegai abbassandomi sul tavolo e riscrissi una frase che Jack aveva evidenziato. Bench d'accordo con lui sul fatto che la mia resa in quel punto fosse poco efficace, mi sembrava che la correzione lo fosse ancora meno. Appoggiai la guancia alla mano sinistra, buttai gi una frase migliore rispetto a quella che aveva scritto lui, e cancellai un tratto del paragrafo successivo che ora sembrava ridondante.
A quel punto mi resi conto che la gonna si era alzata, che sicuramente erano in evidenza le stringhe nere della giarrettiera che premevano sulla carne dietro le cosce, che il bordo delle calze si era abbassato quanto bastava per lasciar intravedere qualche centimetro di pelle nuda, bianca, morbida. Indugiai, la penna sospesa sul foglio. Sentivo che Jack respirava con un sibilo dal naso. Prima che potessi fermarmi, prima ancora di riuscire a riflettere sulle implicazioni di quanto stavo facendo, separai appena le gambe e mi spinsi all'indietro con delicatezza, finch non sentii la lana dei suoi pantaloni sfiorarmi la coscia.
Jack ricambi la pressione. Era come essere alle superiori, alle feste del venerd sera, quando si balla muovendo le natiche contro l'irrimediabile erezione di un ragazzo brufoloso il quale sa benissimo che non riuscir
mai a portarsi a letto nessuna, nemmeno tra cent'anni.
Qui per non c'era alcun movimento di natiche, solo pressione, una pressione leggera, insistente. E io mi sarei scopata Jack all'istante, proprio l, con la porta aperta perch tutti vedessero.
Mi girai verso il corridoio. In piedi sull'uscio, la mano sulla maniglia della porta, c'era Marilyn. I nostri occhi si incontrarono per un attimo, poi lei chiuse la porta con uno scatto deciso della serratura.
Un acuto senso di colpa mi pugnal allo stomaco. Mi sentivo come se avessi inseguito Jack, come se l'avessi pedinato, ucciso, e poi me lo fossi caricato sulle spalle, senza alcun pensiero per sua moglie e suo figlio. Ma non  vero.
Pensavo anche a loro. Ci pensavo in continuazione. Mi sentivo colpevole, disgraziata: mi odiavo per quella mia voglia cos sfrenata e pressante di portarglielo via, non solo perch ero consapevole del fatto che rincorrere un uomo sposato era riprovevole, ma perch sapevo esattamente come si sentivano Carolyn e William. Sapevo cosa significava essere ingannata dall'uomo con cui avevi costruito la tua vita, essere scaricata e rimpiazzata da un oggetto del desiderio pi giovane e attraente.
Quando mia sorella Lucy mi inform delle tante infedelt di pap, non mi stava dicendo niente di nuovo. In effetti ci sono certi segreti su di lui che la scandalizzerebbero a morte, se li conoscesse. Ero io a tenere i capelli di mia madre lontani dal viso mentre vomitava per la disperazione nel water azzurro della casa in cui sono cresciuta. Ero
io quella seduta nella sala d'aspetto del ginecologo - lo stesso che, dieci anni prima, mi aveva prescritto lo Zovirax e mi aveva fatto una ramanzina sul sesso sicuro - mentre mia madre, stesa sul lettino, cercava di spiegargli senza piangere perch una donna di cinquantatr anni che era stata con un solo uomo in tutta la sua vita avesse bisogno di fare un test per l'HIV. Solo io - non le mie sorelle, non gli amici dei miei genitori, n la nonna, n, suppongo, i soci
in affari di mio padre -, solo io so che non  stato lui a lasciare la mamma.  stata lei a cacciarlo di casa dopo aver scoperto che aveva speso la bellezza di 50.000 dollari l'anno per mantenere una spogliarellista russa. Sono l'unica a saperlo, e mio padre non lo sospetta nemmeno. Gliel'ho tenuto nascosto e non l'ho mai rivelato a nessuno, nemmeno a Jack, a cui ho raccontato tutto il resto. Ho tenuto al sicuro il segreto di mio padre, nonostante quello che mi  costato. Ogni volta che lo vedo assieme a mio marito mi sento sporca, come se, con il mio silenzio complice, l'oscenit di pap si fosse trasmessa pure a me. Non so perch non l'ho confessato a Jack. Non so se  perch temo che provi disgusto nei confronti miei e di mio padre, o perch temo ancora di pi che non lo provi affatto, che quel comportamento per me terrificante sembri invece normale all'uomo che amo.
In fondo, temo sia qualcosa che fanno tutti gli uomini.
Magari esiste un mondo sommerso, vasto e segreto, di cui mogli e figlie sono all'oscuro. Magari gli uomini sono tutti l, nei locali notturni del New Jersey, a guardare una ragazzina poco pi che adolescente, le natiche rosa chiaro colorate da un leggero rossore di acne, mentre spalanca le cosce sottili indossando solo un perizoma di poliestere reduce da un bucato malriuscito. Magari tutti gli uomini se ne stanno seduti in locali bui, le dita ansiose di esplorare i corpi paffuti di ragazze pi giovani delle loro figlie. Magari  perfettamente normale infilare biglietti da cento dollari nelle mani di grassi magnaccia con catene d'oro che sprofondano nelle pieghe del collo, e poi affittare una stanza per un paio d'ore in un hotel di terza categoria, pagando un extra perch il preservativo resti nella sua confezione, e ancora di pi per fare cose che mogli e figlie non potrebbero neppure immaginare.
O magari mio padre  semplicemente uno psicopatico del cazzo. Voto per questo. Pensare che sia uno squilibrato mi aiuta a non odiarlo. Mi aiuta ad avere un minimo rapporto
con lui, dopo che ha lasciato la mamma sola e disperata in una casa di cinque camere da letto in finto stile Tudor, a piangere dentro un bicchiere di vino chiedendo alla figlia, io, se secondo lei, le sarebbe stato fedele se non fosse ingrassata tanto nel corso degli anni. Pensare che soltanto gli uomini che soffrono della stessa malattia psichica
- compulsione sessuale, ossessione sessuale... ci sar pure una categoria nel Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali sotto cui archiviare mio padre - si comporterebbero in questo modo mi aiuta ad amare mio marito.
S, conosco il tradimento e le sue conseguenze. Mentre ero piegata sul mobile di Jack con la sua erezione che mi premeva contro il sedere, ancora prima di vedere il disgusto che provavo riflesso negli occhi di Marilyn, una parte di me si sentiva addolorata e dispiaciuta per quello che stavo facendo a Carolyn e a William. Soprattutto, per, ero felice, cos piena di gioia di fronte all'evidenza tangibile del fervore di Jack da allontanare l'idea della devastazione che avrei procurato a sua moglie e a suo figlio.
Io ero la bomba atomica del desiderio e loro erano Hiroshima e Nagasaki. Non c'era tempo per la piet. Avevo una guerra da vincere.
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CAPITOLO 5.
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Quando Jack rincasa, William  nella sua stanza intento a costruire un Lego Bionicle. William mi ha gi fatto notare due volte che l'et consigliata sulla scatola di questa elaborata costruzione dall'aspetto violento  sette-dodici anni, e dopo aver espresso stupore e ammirazione per la sua bravura ho anche aggiunto che gli sbruffoni non piacciono a nessuno. Io sono in cucina e sto tirando fuori la cena dall'alluminio e dai contenitori di cartone nei quali  arrivata.
Per l'ennesima volta uno di questi non  sigillato bene e uno strato di salsa al curry uscita dalla vaschetta dei gamberoni ricopre il fondo della busta di plastica. L'olio si  separato dal latte di cocco e piccoli grumi di salsa di arachidi rappresa mi si appiccicano alle dita. Mi lavo le mani consumando quasi met flacone di detersivo per piatti prima di rendermi conto che sto interpretando una vera Lady Macbeth al lavello della cucina.
Mi ha insegnato a cucinare mia madre. Lei ha un talento naturale. Ha cominciato da ragazza aggiungendo spezie piccanti alla ricetta di famiglia dell'arrosto, per poi esplorare modi alternativi di cucinare la carpa che puntualmente, ogni venerd, nuotava nella vasca da bagno con i piedi in ottone, e passando poco dopo a piatti francesi intrisi di burro descritti nel ricettario di Julia Child. Due dei libri che conservo pi gelosamente sono vecchie edizioni economiche
sulla cucina regionale francese e italiana scritti da Elizabeth David, che mia madre mi regal quando partii per l'universit. Non sopportava l'idea che dovessi per forza accontentarmi dei pasti del pensionato dopo che lei mi aveva cresciuta a coq au vin de Bourgogne e saltimbocca alla romana. Nonostante fosse cresciuta, come molte ragazze ebree della sua generazione, seguendo una dieta ferrea a base di pollo bollito e kasha, e nonostante avesse tirato su la sua famiglia nel deserto culinario degli anni Settanta, in vita sua mia madre non ha mai scotto un fagiolino o velocizzato una ricetta con una zuppa di cipolle precotta o una gelatina al limone. Qualsiasi verdura mettesse in tavola cedeva leggermente sotto i denti prima di spezzarsi con un colpo secco, a meno che non dovesse sciogliersi in bocca, e in quel caso lo faceva con classe. Coltivava erbe aromatiche e ortaggi, e guidava per ore alla ricerca di un pomodoro speciale o di un presunto luogo segreto in cui crescevano le spugnole. Se non si fosse sposata sarebbe potuta diventare uno di quegli chef rivoluzionari che, verso la fine del secolo scorso, hanno trasformato il gusto americano.
Di certo avrebbe potuto aprire un ristorante, se dopo
il divorzio fosse stata abbastanza giovane da sostenere lo sforzo fisico che fare il cuoco di professione richiede. O
perlomeno  quello che mi piace immaginare. Lei dice che sarebbe tornata all'universit per completare la laurea in biblioteconomia.
Non ho mai raggiunto il suo livello di raffinatezza, ma il primo pasto che cucinai per Jack fu per lui una rivelazione.
Il suo appartamento era ancora quasi del tutto privo di mobili e dovetti portarmi pentole e tegami. Preparai una zuppa fredda di pomodori gialli con aggiunta di peperoni, cetrioli e basilico, polpette di vitello con carciofi, olive e salvia e poi una semplice insalata di fichi e rucola. E per finire, come dolce una torta al limone cotta al forno. Feci tutto davanti ai suoi occhi; mi affaccendavo in cucina avvolta in un lungo grembiule bianco con i capelli raccolti in alto.
Lui era seduto sul piano di lavoro della cucina e apriva la bocca obbediente quando io gli infilavo pezzi di pane intinti nell'aceto balsamico, olive, verdure croccanti e cucchiai di panna montata. Ero la strega del bosco, e Jack si era offerto di farmi da Hansel. Solo che non ingrass mai e io rimasi una mangiatrice di uomini solo in senso figurato.
Ormai sono mesi che non cucino pi un pasto. Faccio ancora la spesa come se avessi intenzione di ricominciare.
Ogni due o tre giorni vado al supermercato e riempio il cestino di verdure fresche, morbidi formaggi stagionati, salmone rosso e polli biologici da fare arrosto. Vorrei nutrire Jack. Deliziargli il palato e riempirgli lo stomaco con un pranzo che so lo render felice. Ma a quanto pare non riesco ad affrontare i miei tegami di ferro meravigliosamente invecchiati, il mio girarrosto Le Creuset, le stoviglie di marca che mia madre mi ha portato di ritorno da una sua recente vacanza in una scuola di cucina da qualche parte nel North Carolina. E cos la verdura marcisce, le bistecche e le braciole cominciano a puzzare. Ogni due settimane vengono gli addetti alle pulizie e gettano via il contenuto rancido del frigorifero.
Dopo aver girato la chiave nella serratura e aperto la porta dell'appartamento Jack si ferma, e io so che, con la testa ben alzata, sta annusando l'aria per sentire se profuma di timo e dragoncello, di burro fuso e vino bianco, dell'aroma pungente delle scorze di limone. Oppure, per l'ennesima volta, dei gamberoni da asporto di Empire Szechwan.
Ciao, tesoro dice Jack entrando in cucina. Ti do una mano a preparare la cena?
 tutto sotto controllo rispondo, alzando il viso per ricevere il suo bacio.
Cos'avete fatto di bello oggi?
Le solite cose: abbiamo costruito un reattore nucleare a fusione fredda con degli elastici e dei bastoncini da cocktail.
Jack fa una risata di circostanza e io ricordo a me stessa che devo smetterla di scherzare sulla precocit di suo figlio.
C' uno scalpitio nel corridoio e William arriva come un fulmine in cucina, slittando sul pavimento e lanciandosi addosso al padre. Affonda la faccia nella pancia di Jack stringendolo forte e gridando: Pap, pap, pap! Mi sei mancato cos tanto!
Anche tu mi sei mancato, ometto dice Jack prendendo il bambino in braccio. So che  una scena commovente.
So che dovrei giungere le mani e sorridere in modo benevolo ai miei ragazzi.
Cosa c' per cena? mi chiede Jack.
Thailandese rispondo.
Fantastico dice, e io vorrei che non lo facesse. Vorrei che invece mi dicesse: maledizione, Emilia, ho lavorato tutto il giorno, ti costerebbe tanto prepararmi la cena?
Vorrei che mi chiedesse come passo il tempo mentre lui timbra il cartellino di una lunga e redditizia giornata di lavoro.
Ma  troppo gentile, ha troppo rispetto per me e per
il mio cuore infranto. Non  giusto da parte mia desiderare che si renda conto di come la sua gentilezza spiani la strada alla mia deprecabile indolenza.
Emilia mi ha detto di starmene zitto dice William.
Jack posa il bambino a terra e guarda prima lui e poi me.
Cos' successo?
Mi giro verso il sacchetto del takeaway e finisco di tirare fuori le vaschette di alluminio con i coperchi di cartone.
Chiedi a lui rispondo.
Jack si china accanto al figlio. William?
Stavo insegnando a Emilia come funziona eBay, pap, e lei mi ha detto di starmene zitto.
Secondo William dovremmo vendere le cose da neonato su eBay ribatto. Il passeggino. La culla. La bambola.
Come? dice Jack. William, cos' questa storia? Fa
del suo meglio per non alzare la voce, e la sua rabbia repressa mi rende molto felice. E poi subito colpevole, per essere cos meschina, immatura e contenta di fomentare il conflitto tra questo bambino e suo padre.
Non dobbiamo vendere proprio quella roba continua William. Va bene qualsiasi cosa che non usiamo pi. Per esempio potremmo vendere le mie vecchie costruzioni.
Perch ormai non ci gioco pi.
Jack gli passa una mano tra i capelli. Tesoro mio, cos'ha di tanto speciale questa eBay?
Voleva vendere le cose da neonato! dico io. Voleva prendere tutti i vestitini e i giocattoli e metterli all'asta su eBay.
Jack mi appoggia una mano sul braccio. Dammi solo un secondo, d'accordo? Si volta verso William. Ometto?
Volevi davvero vendere le cose da neonato?
Non posso credere che in qualche modo questa faccenda si sia trasformata in un battibecco che ha bisogno di un giudice, non posso credere che Jack dubiti di me.
Lacrime di glicerina non ancora versate inumidiscono le ciglia di William. Io volevo usare eBay e cercavo di pensare a delle cose che non ci servono. Pensavo che siccome la bambina  morta non avr pi bisogno della sua roba.
Non volevo far arrabbiare cos tanto Emilia.
Jack alza lo sguardo verso di me. Mi sento avvampare.
Emilia non  arrabbiata dice Jack.
S che lo .
No, tesoro, non  arrabbiata.
E invece s che lo sono.
Emilia  solo molto triste per via della bambina, ed  difficile per lei parlare di vendere le sue cose su eBay. Hai ragione, non useremo mai le cose da neonato, ma non le venderemo su eBay.
Mi dispiace, pap. William ora lascia sfogare il suo pianto e nasconde il viso nella pancia del padre.
Va tutto bene, tesoro mormora Jack prendendolo in
braccio. Va tutto bene. So che non volevi ferire i sentimenti di nessuno.
No, non volevo ferire i sentimenti di nessuno singhiozza.
Io volevo solo usare eBay.
Lo so, e lo sa anche Emilia, non  vero, Emilia? Dispiace anche a lei, tesoro. Jack mi guarda da sopra la testa di William, mi fa un mezzo sorriso in segno di incoraggiamento o di preghiera.
S, mi dispiace, certo che mi dispiace. Mi dispiace per cos tante cose. Mi dispiace che tuo figlio riesca a trafiggermi il cuore con infallibile precisione. Mi dispiace non riuscire a lasciar correre, non riconoscere che lui  un bambino e io un adulto. Mi dispiace che la bambina sia morta e che io mi sia ridotta uno straccio, piena di rabbia e sensi di colpa, incapace di ridere all'idea di fare soldi vendendo passeggini su eBay. Non ti immagini nemmeno quanto mi dispiaccia, Jack. Mi ameresti se sapessi tutto quello per cui dovrei essere dispiaciuta?
Tiro fuori tre piatti color verde trifoglio. Chi vuole una spruzzatina di lime sul suo thailandese?
...
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CAPITOLO 6.
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Quella sera, a letto, Jack  il primo a parlare: William non si rende conto di quello che dice.
Lo so.
Sta solo cercando di capire come affrontare la cosa.
Lo so.
Manca anche a lui.
Invece di rispondere ripeto mentalmente il nome della bambina. L'avevo scelto quando ero incinta di poche settimane, prima ancora di aver condiviso la notizia con Jack.
Lui mi stava parlando di sua nonna, la madre di suo padre, che aveva lasciato Marsiglia per gli Stati Uniti quando era ancora ragazzina ma si era ostinata a parlare con un forte accento francese fino al giorno della sua morte. Mentre raccontava di lei, mi aveva avvolto un foulard di Prada intorno al collo, dicendomi che a sua nonna sarebbe piaciuto molto; pur non essendo mai stata ricca, aveva un debole per l'alta moda e amava i colori vivaci. Avevamo consumato un pranzo costoso da Nobu, e fatto una lunga passeggiata fino a Barneys. Era l'anniversario della prima volta che avevamo fatto l'amore, e nonostante ci fossimo trastullati con l'idea di festeggiarlo ripetendo le nostre acrobazie sulla poltrona del suo ufficio, avevamo deciso di risparmiare la delicata sensibilit di Marilyn e di comprarci invece dei regali di lusso. Jack teneva in mano una borsa
con dentro una giacca di pelle marrone scuro che mi avrebbe portato via buona parte del mese successivo di stipendio.
Quanto a me, dovetti scansare tre o quattro borse nere piene di acquisti per far s che Jack potesse annodarmi con mano esperta quel taglio di seta verde smeraldo intorno al collo.
Dovremmo chiamare la bambina come tua nonna
dissi mentre mi ammiravo allo specchio.
Eh? disse Jack, come se non avesse sentito.
Voglio dire, se mai avessimo un figlio.
Jack mi prese le dita con la mano e le strinse. Avremo un bambino, Emi. Un giorno. Per non adesso, tesoro, okay?
Non dissi nulla.
Il mio divorzio non  ancora definitivo. William ha appena cominciato ad abituarsi all'idea che noi due viviamo insieme. E tu hai solo trentun anni; sei tu stessa poco pi di una bambina.
Avrei tanto voluto lasciarmi andare a una risata argentina, tracciare con il dito una lunga linea immaginaria sulla sua guancia, e gridare a squarciagola: Be', amore mio, troppo tardi! Stai per diventare pap! Esprit de l'escalier.
Invece scoppiai in un fiume di lacrime soffocanti, che diventarono presto una scia di lumaca sul foulard di Prada, pagato in contanti da Jack per non dover aspettare nemmeno il tempo necessario alla transazione con la carta di credito e trascinarmi di corsa fuori dal negozio.
Otto mesi dopo nacque nostra figlia.
Era una bambina sanissima, e il parto, a detta dell'ostetrica, fu semplice e privo di complicazioni. Io, comunque, darei un'altra versione di come sono andate le cose. Tra le mie amiche, quelle che sono sopravvissute a un travaglio lungo (una in particolare non perde occasione per lamentarsi, con irritante sbruffoneria, delle sue quarantaquattro ore di inferno) sono poco indulgenti verso questa parte della mia esperienza di maternit. (A ogni modo, sono cos piene di comprensione per tutto ci che  venuto dopo
che la maggior parte di loro non riesce neppure a telefonarmi.
Piuttosto inviano delle email di conforto, vagamente ermetiche, che non citano mai il nome della bambina n fanno la minima allusione, ma chiedono solo come va e sperano che mi stia facendo forza e che mi senta meglio. In tutta onest, chi pu biasimarle? Nemmeno io sarei tanto entusiasta di chiamare qualcuno che soffre di una tristezza cos desolata e contagiosa da infettare una persona anche attraverso i cavi a fibre ottiche. Se i ruoli fossero invertiti, avrei fatto qualcosa di pi che mandare un cesto di frutta e un biglietto di condoglianze solidale ma non troppo sdolcinato? Probabilmente no.) Il mio travaglio dur solo nove ore. Avevamo programmato di trascorrerlo il pi possibile nel nostro appartamento, nella vasca da bagno, oppure rimbalzando sul pallone viola che Felicia, l'ostetrica, ci aveva procurato. E invece finimmo all'ospedale. Ero stata cos serena mentre facevamo gli esercizi di respirazione nella classe preparto, dove ci avevano dato una manciata di ghiaccio per simulare i dolori del travaglio. Inspiravo con il naso ed espiravo con la bocca, visualizzando petali di fiori di loto sospesi sopra la mia testa. Ma alla prima vera contrazione iniziai a lamentarmi e a iperventilare.
Andammo all'ospedale, accompagnati dagli auguri di Ivan che ci ricord, con molta premura, di vestire bene il neonato quando l'avremmo portato a casa, perch a novembre fa sempre pi freddo di quel che sembra. Durante
il viaggio in taxi attraverso il parco appoggiai la testa sulle ginocchia di Jack. Mi picchiettava dolcemente intorno agli occhi con i polpastrelli, come fa quando ho mal di testa.
Baciami dissi.
Si pieg e premette le labbra sulle mie. Erano un po'
screpolate; era andato a sciare una volta, perch sapeva che non avrebbe avuto molto tempo per farlo per il resto della stagione. Leccai la pelle ruvida del suo labbro inferiore.
Mi baci di nuovo. Proprio allora inizi una contrazione;
cercai di liberarmi, ma Jack me lo imped. Mi baci durante la contrazione, muovendo la sua lingua contro la mia, esplorando e leccando la mia bocca fino a che non riuscii pi a capire se lo spasimo che mi turbinava nel ventre fosse di piacere o di dolore.
La nostra bambina nacque al Presbyterian Hospital di New York, su York Avenue, ma se avessimo fatto a modo mio sarebbe nata al Mount Sinai. Il medico che la fece nascere  il dottor Fletcher Brewster (e non Brewster Fletcher, come riporta in modo errato UrbanBaby.com), ed  stato il primo medico non ebreo ad aver toccato una qualsiasi parte del mio corpo, intima e non, fatta eccezione per il dentista nepalese che mi aggiust il dente che mi ero rotta inciampando su uno zoccolo di mucca lungo una strada di Katmandu.
Anche se non ho pregiudizi nei confronti di medici non ebrei e non sono sciovinista come mio padre, ho la certezza, per quanto errata e frutto di superstizione, che se il mio dottore si fosse chiamato Abramowitz o Cohen, se avessi partorito al Mount Sinai, se non fossi stata toccata da quelle mani pagane in quell'ospedale pagano, mia figlia sarebbe ancora viva.
La dottoressa Carolyn Soule, a ogni modo, esercita al Mount Sinai Hospital.
Ora, stesa accanto a Jack, pronuncio in silenzio il nome della bambina. Muovo le labbra senza emettere alcun suono, cos che lui non possa sentire.
Isabel.
Jack sospira. Anche William  triste ripete.
Lo so.
Incrocia le braccia dietro la testa e fissa il soffitto. Conto i capelli grigi che ha sopra l'orecchio sinistro. A volte lo faccio ad alta voce, mentre lui finge di non prendersela.
Non credo gli piaccia molto; gli ricorda il fatto che ha nove anni pi di me.
Emi mormora Jack con voce tenera e velata.
Lo so dico.
Sai cosa?
So che dobbiamo sgombrare la stanza della bambina.
Jack non dice nulla. Ha smesso molto tempo fa di chiedersi come faccio a leggergli nel pensiero, a sapere cosa pensa e cosa sente ancora prima che lo sappia lui stesso.
Gli ho spiegato che  perch lui  il mio bashert, il mio predestinato.
Lo capii dal primo momento che lo vidi. Secondo una leggenda ebraica - un Midrash - prima di venire al mondo un angelo ci fa fare un giro turistico della nostra vita e ci mostra la persona con cui dovremmo sposarci. Poi l'angelo ci colpisce sotto il naso, creando quel leggero incavo nella pelle tra le narici e la bocca, facendoci dimenticare ci che abbiamo visto. Ma non del tutto. Ne rimane una traccia, sufficiente a provocare un sussulto al riconoscimento del nostro bashert, se siamo cos fortunati da incontrarlo nel corso della nostra vita. Quando vidi Jack inginocchiato sul tappeto con il piede di Frances Defarge tra le mani, capii che era il mio bashert. Lo riconobbi.
Non ce la faccio a chiudere tutto in uno scatolone, non ancora.
Va bene dice Jack.
Mi scivola con un braccio dietro al collo e io strofino la guancia sul cotone morbido della manica del suo pigiama.
Jack lo indossa solo quando William rimane a dormire da noi. Io no. Ci ho provato, all'inizio, ma mi giravo e rigiravo, intrappolata nel groviglio dei miei indumenti da notte.
Finivo sempre per sfilarmeli via mentre dormivo. Ora appoggio una camicia da notte in fondo al letto, e quando William si sveglia e chiama oppure viene nella nostra stanza, la prendo svelta e me la infilo.
Non voglio trasformarla in una specie di reliquiario
aggiungo.
Lo so, Emi.
 solo che... Non ancora.
Va bene.
Mi dispiace di aver detto a William di starsene zitto.
Jack cambia argomento. Cos'hai fatto oggi, prima di portarlo a casa?
Alzo le spalle. Niente di che. Ho letto il giornale. Ho parlato con mio padre.
Come sta il Vecchio Greenleaf? dice Jack.  cos che lui e mio padre si chiamano. Vecchio Greenleaf e Vecchio Woolf. Tutto cominci, credo, perch all'inizio mio padre era molto arrabbiato per la mia relazione con Jack, inorridito dalla differenza di et. Ma mio padre, che aveva sposato una donna di quattordici anni pi giovane, e poi l'aveva tradita con una ragazza poco pi che ventunenne, sembrava non cogliere affatto il lato ironico delle sue osservazioni.
Quando gli ricordai del suo matrimonio (ma non del tradimento, tenendo a freno la lingua) dovette ammettere suo malgrado che avevo ragione, anche se mi fece notare che, alla fine, da mamma aveva comunque divorziato, e che forse avrei dovuto trarne una lezione. Gli ricordai che il loro matrimonio era durato trent'anni, e ancora una volta riuscii a non tirare in ballo la spogliarellista. Poi incontr Jack, e lo prese subito in simpatia. Lo stuzzicava, chiamandolo vecchio mio. L'affetto era reciproco e Jack ricambi lo scherzo.
Da qui, Vecchio Greenleaf e Vecchio Woolf. Scherzano, si prendono in giro, ridono alle rispettive battute. Sono contenta del loro rapporto, anche se, quando siamo in compagnia di mio padre, passo la maggior parte del tempo a pensare cosa direbbe mio marito se sapesse che il Vecchio Greenleaf ha infilato un bel po' di contanti nella provocante biancheria intima di una spogliarellista acrobatica.
Il Vecchio Greenleaf sta bene dico. Ha litigato con Lucy.
A che proposito?
Non lo so; non ero molto attenta. Sono sicura che Lucy ha fatto qualcosa di male. So di essere ingenerosa nei confronti delle mie sorelle, soprattutto di Lucy, ma non le ho mai perdonate per come hanno trattato mia madre. Si sono comportate in modo orribile per cos tanti anni che, se
anche dovessero chiedere scusa, non so se riuscirei a perdonarle.
Ma visto che nessuna delle due pensa minimamente di aver agito male, non mi trover mai di fronte a questa eventualit. Per sarebbe bello se un giorno si pentissero del loro comportamento e chiedessero scusa, non a me ma a mia madre.
All'improvviso mi rendo conto di non aver spedito a Lucy un biglietto per ringraziarla delle cose che ha mandato: il set di posate per neonato in argento inciso, comprato da Tiffany, e i piattini colorati. Cosa prevede l'etichetta in queste occasioni? Si deve inviare un biglietto? E
se s, cosa si scrive? Grazie per il regalo, peccato che il bambino non lo user mai? Si deve restituire il regalo? E
se chi l'ha comprato ha voluto sottolineare che si tratta di un oggetto costoso, acquistandolo in un negozio che ti fa pagare un sovrapprezzo solo per l'inconfondibile confezione azzurra con fiocco bianco? Forse un manuale di galateo potrebbe tornarmi utile. Sono sicura che non sono la prima ad avere questo problema. Domani voglio dare un'occhiata a uno di quei siti Internet dove si incontrano le madri di neonati morti. Pu darsi che qualcuna abbia gi dato una risposta a questa domanda specifica.
Di solito cerco di evitare questi siti, cos come anche i vari gruppi di supporto che ci sono in citt. La compagnia di altre madri in lutto non mi conforta. Mi fa solo sentire pi depressa. E la cosa vale anche per la compagnia di tutte le altre mamme in generale. A parte Jack, riesco a tollerare soltanto le persone che non sono mai state n mai saranno genitori, come il mio amico Simon, gay e dichiaratamente single. Una volta Jack cerc di convincermi a partecipare a un incontro di un gruppo di sostegno per genitori che avevano vissuto la gravidanza e la perdita del neonato.
Gli dissi di leggersi un articolo del Times su alcuni studi che dimostravano come chi ha sofferto per la perdita di una persona cara, nella maggior parte dei casi, non abbia bisogno n tragga alcun giovamento dal partecipare
a gruppi di gente in lutto o dal ricevere supporto psicologico per l'elaborazione del lutto.
Hai sentito tua madre? mi dice ora Jack.
Annuisco. Non c' neanche bisogno di chiederlo. Parlo con lei tutti i giorni, anche pi volte al giorno, ancora pi spesso quando  in ansia per me: cio sempre, da quando  morta Isabel. Sono diventata la sua occupazione principale, e sono sinceramente preoccupata per la situazione in cui ha lasciato il Banco Alimentare della Contea di Bergen e l'Associazione di Quartiere di Glen Rock.
Jack si allunga e spegne la luce dalla sua parte. Fa scivolare timidamente la mano sul letto e la posa sul mio fianco, seguendo con il dito mignolo una linea dove la pelle  molle e soffice per la gravidanza.
Mi irrigidisco. Ti dispiace se leggo? dico. Non sono ancora stanca.
No, figurati. La sua delusione  cos ovvia da risultare quasi divertente. Sembra un bambino di cinque anni che ha appena aperto il suo regalo di Natale sperando di trovare una pistola laser e invece ha trovato un libro.
Povero Jack. Probabilmente aveva immaginato, sposando una donna pi giovane di quasi dieci anni, che la sua vita sarebbe stata una lunga lettera al forum di Penthouse. Per oltre un anno e mezzo le sue notti erano state dei veri e propri baccanali, con quel modo di fare l'amore che ti lascia esausto, umido e sudato, con residui agli angoli della bocca e sotto le unghie. Forse pensava che sarebbe durato per sempre e che avrebbe dovuto cominciare a prendere il Viagra per stare al passo con me. E invece sono due mesi e mezzo che non gli permetto di toccarmi in nessun modo che non sia puramente affettuoso. Due mesi e mezzo dal giorno in cui  nata Isabel.
Apro il libro, un romanzo che parla di giovani newyorkesi che vivono in una scintillante girandola di ristoranti, vernissage di gallerie d'arte, club sadomaso e metamfetamine.
Questo  l'unico genere di libri che riesco a sopportare ultimamente: niente bambini, nemmeno la possibilit
di riproduzione. Quando sono certa che Jack stia dormendo fermo il dito nel punto in cui sono arrivata a leggere, poi piego l'angolo della pagina, sistemo il libro sul comodino senza rumore, e piano, pianissimo, apro il piccolo cassetto dove conservo gli oggetti pi intimi e segreti del nostro matrimonio. Preservativi, lubrificante, un vibratore blu con una punta a sfera in argento. Le pinzette che uso per strappare i peli tra le sopracciglia di Jack e quelli che mi crescono intorno ai capezzoli. Uno spinello nascosto in una scatola di fiammiferi. Una busta con delle fotografie.
La settimana prima di partorire avevo comprato a Jack una macchina fotografica digitale. Mi aveva presa in giro per mesi dicendomi che avrebbe filmato la nascita con la videocamera, che avrebbe zoommato tra le mie gambe proprio mentre scaricavo il contenuto del mio colon prima di spingere fuori la testa della bambina. Gli dissi che sapevo che erano minacce vuote: col divorzio, Carolyn si era presa la videocamera. Aveva ottenuto anche la macchina fotografica, e l'unica che avevo io, una Nikon F3 con la messa a fuoco manuale, era troppo complicata per Jack. Alla fine non fece poi cos tante fotografie, non quante avrei voluto, non quante ne avrebbe scattate se avesse saputo che della nostra bambina sarebbero rimaste solo quelle.
Per l'esattezza ci sono diciassette fotografie di Isabel Greenleaf Woolf. Jack deve averle scaricate sul computer prima che lei morisse e ordinato le stampe su Internet da un servizio di sviluppo e consegna a domicilio. Erano arrivate un giorno con la posta e io le avevo prese senza dirgli nulla.
La prima  una foto del suo viso, viola per lo sforzo, gli occhi chiusi, le guance gonfie come un pallone e increspate, una macchia di vernice caseosa su un occhio. Il resto del suo corpo  ancora dentro di me. Subito dopo aver scattato quella foto Jack diede la macchina fotografica a Felicia e si inginocchi accanto al dottor Brewster. Mise le mani sopra le sue, come da istruzioni, e, aprendole, afferr Isabel.
Nel sentire l'aria fredda e il tocco caldo del padre, mia figlia si lasci andare a un pianto straziante, che termin non appena il dottor Brewster, dopo averla pulita con l'asciugamano, me la mise sul ventre. Felicia insistette perch mi facessero allattare la bambina per qualche minuto prima di portarla via per pesarla e misurarla, e Isabel si attacc come se l'avesse sempre fatto, o come se avesse aspettato con impazienza dentro di me l'occasione per mettere la bocca su quel seno che considerava una sua propriet esclusiva.
Ci sono due fotografie di Isabel mentre viene pesata; in una si riesce a leggere il display della bilancia digitale: tre chili e quattrocento grammi. Un bel peso. Nella media.
Perfetto. Ce n' una del dottor Brewster mentre la tiene in braccio, e un'altra di lei tra le braccia di una delle infermiere.
Una di lei e Felicia. Un'altra sfocata di Jack che assieme a un'infermiera le fa il primo bagnetto, un'ora circa dopo la nascita. Ce n' una, poi, pi nitida di Jack che la tiene in braccio nella stanza dell'ospedale. Jack sorride cos tanto che gli zigomi quasi nascondono gli occhi. Isabel ha un occhio aperto e uno chiuso, e nell'angolo in basso a destra si intravede il mio piede gonfio coperto dal calzino in acrilico verde chiaro dell'ospedale. Questa  la sola fotografia che abbiamo di noi tre insieme.
Ce ne sono altre tre di me e Isabel nel mio letto d'ospedale.
Ho i capelli sfibrati flosci e sporchi, incollati sulla testa.
Ho il faccione rotondo e la pelle  gonfia e tirata. E il mio corpo sembra essere stato attaccato a un compressore e gonfiato fin quasi a esplodere. Isabel, al contrario,  molto carina per essere una neonata. Ha le guance paffute e la testa ricoperta da una peluria scura e soffice che si arriccia sulla punta delle orecchie. Jack dice che William aveva esattamente lo stesso tipo di capelli, e che gli sono caduti tutti entro il secondo mese.
Isabel ha la bocca di Jack, identica, un amore di bocca color prugna. Ha gli occhi rotondi, non semplici fessure senza ciglia come quelle di certi bambini. Sono blu. Ne sono
sicura. Secondo Jack e Felicia era difficile da dire, dato che gli occhi dei bambini cambiano, ma io riconoscerei quel colore ovunque.
Le altre fotografie sono di Isabel nel suo primo e unico giorno a casa. Isabel che dorme nella sua cesta. Isabel sul divano, sostenuta da un cuscino imbottito. Isabel sul fasciatoio senza pannolino, il sederino nudo coperto da una sostanza scura e appiccicosa che sto tirando via con una smorfia disgustata, la lingua in fuori e gli occhi strabici.
Isabel sul fasciatoio con un pannolino nuovo, fresca e pulita, e con indosso una tutina troppo grande. Isabel sul piccolo tappeto di pelle di pecora che qualcuno ci regal in occasione della festa per la mia gravidanza. Isabel sul nostro letto, una forma minuscola su una vasta distesa bianca, quasi presagisse di essere un puntino trascurabile, troppo piccolo per sopravvivere in uno spazio cos vuoto.
Guardo questa fotografia; sento la gola chiudersi e le lacrime che arrivano. Allora mi rendo conto che Jack non dorme pi. Non si muove, ma sento la sua energia accanto a me. Mi giro verso di lui. Ha gli occhi aperti e mi sta guardando. Le fotografie mi sfuggono dalle mani e cadono sulla coperta; la foto di Isabel sperduta nel nostro letto finisce in cima al mucchio.
Odio quella foto dice Jack. Non riesco nemmeno a guardarla.
Si allunga sul letto e sparpaglia le fotografie. Ne prende una di me e di Isabel in ospedale. Siamo di profilo, ci guardiamo in faccia. La sorreggo tenendola sottobraccio con i pollici; con le altre dita delle mani le tengo la testa e il sedere  appoggiato nell'incavo dei miei gomiti. Abbiamo lo stesso doppio mento. Questa  la mia preferita dice. E quella dove le stai cambiando il pannolino. Le ho incorniciate tutte e due e le tengo sulla mia scrivania, in ufficio.
Hai delle foto di Isabel al lavoro?
S.
Non lo sapevo. Non me l'avevi detto.
Non me l'hai chiesto.
Mi riprendo la foto e torno a guardarla. Sembro cos grassa...
Sembri una che ha appena avuto un bambino.
E questo, naturalmente, mi fa piangere. Non sto cercando di obbligare Jack a fare qualcosa, ma lui interviene
lo stesso. Si mette seduto e mi abbraccia, stringendosi affettuosamente al petto la mia testa.
Perch non sei arrabbiato con me? singhiozzo. Ha la giacca del pigiama aperta e mi pulisco il naso sui peli del petto.
Per cosa?
Premo il viso contro di lui.
Per cosa, Emilia? Perch dovrei essere arrabbiato con te?
Perch... perch ho rubato le fotografie.
Ho ordinato una ristampa e le ho fatte consegnare in ufficio.
Alzo la testa. Ma non eri arrabbiato con me perch non ti ho detto che le avevo io? Perch le ho tenute nascoste nel cassetto?
Jack prende un fazzoletto dalla scatola sul comodino e asciuga il muco che gli ho lasciato sul petto. Certo che non sono arrabbiato.
Perch no? Dovresti.
Sembra che tu mi voglia arrabbiato con te.
Appoggio di nuovo la guancia contro di lui. E cos caldo e i peli del petto mi solleticano la pelle.
Jack mi bacia la testa. Vuoi scegliere una o due foto da far ingrandire? Possiamo prendere un bel paio di cornici e appenderle da qualche parte. Magari in questa stanza. Oppure in soggiorno.
Oddio, no mormoro. Cio... non ancora. Non sono ancora pronta per questo.
Il suo sospiro  quasi impercettibile.
Non  che non vorr mai avere le sue foto appese. Solo...
lo sai. Non ancora.
D'accordo.
Per il momento ho bisogno che rimangano personali.
Mie, e di nessun altro.
Impiego un attimo per realizzare quello che ho detto.
E anche tue. Certo, anche tue.
Certo.
Riprendo in mano il piccolo mucchio di fotografie e le sfoglio finch non trovo quella di Jack e Isabel con il mio piede nell'angolo. Ti piace questa? chiedo.
Non molto risponde. Ha quell'espressione un po'
da Braccio di Ferro, con un occhio aperto e uno chiuso.
Tu sei venuto bene, per. Passo un dito sul suo sorriso.
Sembri felice.
Lo ero. I giorni pi felici della mia vita sono stati quello in cui  nata Isabel e quello in cui  nato William.
Anch'io ero felice dico.
Lo so, Emi. So che eri felice.
Impieghiamo molto tempo a prendere sonno.
...
.
...
CAPITOLO 7.
...
.
...
Il giorno seguente convinco Simon a saltare il lavoro e a venire al cinema con me. Mi rendo conto che non ha tempo per queste stupidaggini, che ha delle cose importanti di cui occuparsi, cose da grandi, mansioni da svolgere. Simon  un avvocato del lavoro, ma solo finch non lo assumono all'American Civil Liberties Union. Fa domanda, anno dopo anno, per qualsiasi posto vacante, compresi quelli che riguardano il progetto per il diritto alla riproduzione. Nel frattempo ci sono grosse probabilit che diventi socio dello studio filosindacale presso cui lavora, anche se odia quel posto. Simon  sveglio, diligente e non si distrae con facilit.
La sua dedizione a un lavoro che detesta  la ragione per cui sono costretta a giocare la carta della bambina morta.
Non  giusto, Emilia dice.
A chi lo dici replico. Lo danno all'Angelika,  cambogiano e dura tre ore e mezza. Ti offro un doppio espresso.
Alle undici del mattino siamo le uniche due persone in sala, nonostante questo tetro esercizio di noia dell'Estremo Oriente sia stato candidato all'Oscar. Il film  cos deprimente che Simon inizia a proporre sottotitoli alternativi.

Oh, signore, signore finge di leggere con un marcato accento del sud. Simon scimmiotta spesso la cadenza dell'Alabama
o del Mississippi. In realt  cresciuto a Long Island.  cos difficile tenere puliti i capelli nel marciume di questi campi di fatica!
Per la prima volta dopo molto tempo sento una risatina solleticarmi la gola.
Ehi, tu, con la pistola! Yoo-hoo! Hai del balsamo?
Una maschera ristrutturante? Della crema per i ricci?
A questo punto rido ad alta voce. La protagonista del film avanza barcollando lungo la riva di un fiume, incalzata da un soldato che brandisce una baionetta. Simon continua la sua telecronaca. Giuro, e Dio mi sia testimone, che non lascer mai pi passare cos tanto tempo senza farmi shampoo e piega!
Gli do una botta su un fianco e dico: Oddio, la vuoi smettere? Stiamo assistendo a un genocidio. Ma ormai sto ridendo cos tanto che mi scappa la pip.
No, amica mia, quello che stiamo guardando  un pessimo film dice Simon, e poi ammutolisce.
Guardo lo schermo.
La donna  caduta nel fiume. Riaffiora in superficie, l'acqua le cola dai capelli agli occhi.  circondata da cadaveri di bambini. Galleggiano sull'acqua, nudi, gli occhi aperti e senza vita. Li spinge via, gridando, urlando e piangendo per il terrore e il disgusto.
Cazzo dice Simon. Andiamocene di qui.
No.
Emilia, dai. Non  il caso di vedere queste cose.
Cominciamo a discutere. Gli ricordo che non ce ne siamo mai andati prima della fine di un film, per quanto orribile.
Abbiamo visto tutti i noiosissimi film asiatici che siano mai passati per i cinema di New York. Glieli elenco: Lanterne rosse. Il profumo della papaya verde. Accendi la papaya verde. Il profumo delle lanterne rosse 2. Siamo andati a vedere di proposito film terribili e siamo rimasti fino alla fine, leggendo addirittura i titoli di coda. Non ce ne possiamo andare ora,  una questione di orgoglio.
Simon mi passa un braccio attorno alla vita e mi fa alzare.
Forza, tesoro, andiamo insiste, e mi porta fuori dalla sala.
Nell'ingresso indossiamo sciarpa e cappotto. Simon ne ha uno nuovo, lungo e nero. Quando lo fa volteggiare per metterselo sulle spalle si gonfia, dandogli un'aria insolitamente disinvolta. Tutti i suoi vestiti sono neri, grigi o bianchi. Il suo appartamento  tutto grigio. Lui spiega questa monocromaticit
dicendo in giro che  daltonico. Non  vero.  solo un gay senza il minimo senso dello stile. Simon  alto e un po'
cadaverico. Ha gli occhi sporgenti, come se avesse problemi alla tiroide, ma non  cos. Ha pochi capelli e quelli che gli sono rimasti sono cos corti da lasciar intravedere il cranio.
Eppure, anche se in modo lugubre,  un bell'uomo.
Be', che si fa ora?
Andiamo a comprarci delle scarpe?
Perch tutti mi vogliono portare a comprare delle scarpe del cavolo? chiedo. Mindy ha insistito perch andassi con lei da Manolo Blahnik. Perch siete tutti convinti che le scarpe mi faranno sentire meglio?
Perch le scarpe ti piacciono.
S, per mi piace anche il sushi, ma nessuno pensa che un involtino risolver tutti i miei problemi. E mi piace Jane Austen, ma nessuno  convinto che rileggere Orgoglio e pregiudizio mi far riprendere dalla perdita della mia bambina.
E ti piace anche il sottoscritto, che sa di poterti aiutare a riprenderti dalla perdita della tua bambina.
Simon non mi guarda mentre pronuncia queste parole.
Ha lo sguardo rivolto verso il basso mentre si avvolge la sciarpa di lana intorno al collo e la infila dentro il bavero del cappotto. Non vede che ho gli occhi gonfi di lacrime, e anche se li vede non dice nulla. Forse perch sta per piangere anche lui. Gli infilo la mano nella tasca del cappotto e dico: Okay, dai. Andiamo a comprare scarpe.
Almeno le scarpe sono meglio dell'altra idea che ha avuto Mindy dico mentre passeggiamo verso il centro, diretti al nostro negozio preferito.
E cio?
Un Cammino della Memoria rispondo rabbrividendo.
Un... che cosa?
Al contrario di me, Mindy ha abbracciato in modo incondizionato la comunit del dolore, sia quella virtuale sia quella reale. Sta cercando di rimanere incinta, e ha avuto tre aborti in due anni.  seguita da un terapeuta che la aiuta a gestire il dolore, e partecipa attivamente non a uno ma a due siti che si occupano di infertilit. A volte penso che solo la mia derisione la trattenga dal crearsi un blog dedicato alla sua lotta contro la sterilit, con musiche di violini in sottofondo e immagini di cherubini alati. Mi aveva trascinata in questa sua ultima follia facendo leva sui sentimenti che nutro per i bambini di Central Park.
Quello di cui hai veramente bisogno aveva detto Mindy,
 essere al parco con altre persone come noi.
Persone come noi?
Persone che come noi hanno subito questo tipo di perdita.
Cos potrai riprenderti il parco e toglierlo a quelle mamme cos soddisfatte.
Il piano di Mindy per riprendersi il parco prevede una camminata. Di solito questo evento annuale si svolge in ottobre, mese a cui  stato conferito, nientemeno che da Ronald Reagan, il dubbio titolo onorifico di Mese della gravidanza e della sensibilizzazione sulla morte infantile.
Un mese intero da dedicare alla memoria di bambini persi a causa di aborti spontanei e gravidanze extrauterine, nati morti o morti entro poche ore dal parto. Una bella fortuna, per il mese di ottobre. Quest'anno abbiamo l'occasione di poterci regalare una seconda edizione per ricordare il figlio dell'organizzatrice del Cammino della Memoria di New York.
Celebriamo la sua gravidanza extrauterina? chiesi.
Non essere acida, Emilia disse Mindy. Ha perso due bambini a causa di una disfunzione renale genetica. Il pi grande  morto otto anni fa, il 29 febbraio. Gli rendiamo
omaggio con una camminata speciale perch anche questo  un anno bisestile.
Ero piuttosto avvilita e abbastanza in imbarazzo da accettare di far compagnia a Mindy e agli altri partecipanti addolorati.
Ti far bene disse Mindy.
Ne dubito risposi.
Vuoi che venga anch'io? mormora adesso Simon, con coraggio.
Oddio, no.
Nel negozio di scarpe compro un paio di stivali di pelle rossa che probabilmente non metter mai. Simon prende un paio di scarpe stringate di vernice bianca che sono certa non metter mai. Le compra soltanto perch le indossa il commesso, che gli dice quanto sono belle e quanto stanno bene sui suoi piedi lunghi ed eleganti. Aspetto che il commesso accenni al vecchio detto sul presunto legame tra la misura del piede e quella del pene, ma non ce n' bisogno. Lo sta gi servendo al meglio, massaggiandogli l'arco del piede e frizionandogli il tallone. Quando va nel retrobottega per prendere una misura pi grande, sussurro: Non sono sicura che la nonna di Jack avrebbe approvato un paio di scarpe bianche dopo la Festa del lavoro.
La nonna di Jack?
Isabel, l'esperta di stile.
Simon aggrotta le sopracciglia, chiudendole a mo' di ali di piccione. Ha l'aria triste di un clown e mi viene voglia di prenderlo a calci.
Quella da cui hai preso il nome per la bambina dice.
S rispondo, e lascio cadere la cosa. Provo il desiderio crudele e del tutto inammissibile di dire a Simon che l'unico motivo per cui il commesso  cos gentile con lui  per via della provvigione che ci ricaver. Mi trattengo, non solo perch Simon  il mio migliore amico, ma perch piano piano sta diventando anche l'unico. Non posso permettermi di allontanare anche lui. Non voglio aver niente a che
fare con gli amici che hanno bambini, o con quelli che stanno per averne. Faccio fatica anche a uscire con Mindy.
Lei  convinta che apparteniamo alla stessa confraternita del dolore, che siamo sorelle nella sofferenza, che insieme, sedute nel parco, faremo facce tristi alle madri compiaciute che ci passano davanti con passeggini e pance tonde. Ma quando sono con Mindy ho paura che da un momento all'altro le dir che non ne sa un bel niente, che un ricciolo di carne e DNA a galla in una tazza del water piena di sangue non  un bambino, e che sentirsi scivolare tra le gambe ci che resta di una gravidanza non  nulla, nulla in confronto al tenere tra le braccia il tuo bambino morto. Immagino che questi commenti non aiuterebbero molto la nostra amicizia.
Simon  l'unico amico che ho che non avr mai figli, ne sono praticamente certa, e per questo non posso allontanarlo, anche se a volte reagisce con una smorfia di tristezza poco convinta quando pronuncio il nome di Isabel.
Inoltre mi vuole molto bene e piange per la bambina. Credo sia l'unica persona non legata a Isabel da vincoli di parentela che lo fa. Non  colpa sua se non riesce a esprimere il dolore nel modo esatto in cui mi piacerebbe. Non posso pretendere che ci riesca.
Durante il pranzo sono silenziosa, e Simon deve parlare per quasi tutto il tempo, contrariamente a quanto succede di solito tra noi due. Di solito ci prendiamo in giro.
Di solito ci esibiamo in una sorta di spettacolo, e siamo una vera squadra, l'uno il pubblico devoto dell'altra. 
sempre stato cos, fin dal giorno in cui ci incontrammo durante il nostro primo anno alla facolt di legge, a un gruppo di studio che alcune matricole della nostra sezione stavano organizzando. Io non vi rimasi a lungo: erano troppo diligenti e seri per i miei gusti. Simon invece resistette e per il resto dell'anno mi pass con molta generosit gli appunti condivisi dagli studenti, violando non solo le regole del gruppo, ma un vero e proprio contratto scritto
che uno dei membri pi nevrotici aveva stilato dopo aver assistito a una lezione di diritto contrattuale su offerta e accettazione.
Simon pilucca la sua insalata di spinaci. Io finisco la mia e poi ordino delle patate dolci fritte.
Tremo all'idea di questo fine settimana sospira.
Perch?
Un altro addio al celibato. Essere gay dovrebbe liberarmi dall'obbligo di partecipare a questi terribili eventi, ma a quanto pare non  cos. Ogni volta che uno dei miei compagni di stanza del college si sposa ci si aspetta che io passi una serata a bere bicchierini di tequila e a guardare qualche povera ragazza russa girare attorno a un palo. E tu non hai davvero idea di quanto sono nude queste ragazze.
Se avessi uno speculum e un paio di cotton fioc potrei fare l'internato di ginecologia.
Sto per vomitare l'insalata. La cameriera mi porta le patatine fritte. Le fisso. Sembrano un mucchio di capelli rasati.
Raggrinzite. Morte.
Non capisco perch non ci siano mai delle retate in questi posti continua Simon. Non  che facciano le cose di nascosto. Voglio dire, le ragazze fanno i pompini direttamente nel locale, davanti a tutti. Hanno cercato addirittura di farne uno anche a me, Cristo santo. Non c' niente di pi patetico che vedermi spiegare il significato della parola
omosessuale a una contadinella della Moldavia. Alla fine mi tocca pagare perch mi lasci in pace.
Non riesco a rispondere. Non riesco a dire nulla. Ho nella mente l'immagine di mio padre e della spogliarellista russa che sosteneva di amare. La ragazza di Plainfield, nel New Jersey, che era andato a trovare tutti i luned mattina per circa un anno, la ragazza per la quale aveva ritirato 1000 dollari alle nove in punto di ogni luned mattina, dallo sportello della Citizens First National Bank. Se non avessi convinto mia madre a divertirsi con l'online banking, non si sarebbe mai accorta di queste transazioni. Sarebbero potute
passare comunque inosservate, se non fosse stato per la loro regolarit e per l'importo. Man mano che le cifre si scaricavano con simpatici rumori elettronici, unendosi e trasferendosi dal conto corrente al suo programma gestionale, mia madre era sempre pi confusa. Alla fine, luddista convinta, fece ricorso al cartaceo; scov i vecchi estratti conto e per la prima volta nella sua vita li lesse. Finalmente cap perch, nonostante suo marito fosse un avvocato distinto, presidente dell'Ordine, nominato per due volte Avvocato Immobiliarista dell'Anno del New Jersey settentrionale, lei non avesse mai abbastanza soldi per le crociere che le sue amiche facevano ogni anno, per il personal trainer che aveva sempre voluto perch l'aiutasse a perdere peso, per un'auto pi bella della Honda Accord che guidava da una vita. In principio pens che mio padre giocasse d'azzardo.
Lo affront mostrandogli gli estratti conto e lo implor di rivolgersi all'Associazione Giocatori Anonimi. Mia madre mi raccont che la discussione and avanti tutta la notte, che era quasi l'alba quando lui finalmente si decise a confessare.
Non aveva speso i soldi scommettendo sui cavalli o giocando a carte. Non era mai andato ad Atlantic City. I
soldi erano per Oksana.
Io me la immagino con la fronte alta e rotonda, capelli attorcigliati in uno chignon e labbra carnose. Mio padre ha detto a mia madre che ha solo qualche anno meno di me, ma nella mia mente lei  molto pi giovane, poco pi di una ragazzina. Sono riuscita a immaginarla senza pattini da ghiaccio, ma la tenuta  quella... tutina succinta e appariscente per stimolare la fantasia, nessun body color carne sotto, solo autentica pelle che fa capolino dalle frange di una minigonna luccicante e dal perizoma. Quando penso a loro due insieme, mio padre e la sua puttana russa, li vedo impegnati in una specie di versione pornografica del triplo lutz di coppia. Suppongo che se il nome della ragazza fosse stato Nadia oppure Olga, le mie fantasie avrebbero previsto salti mortali all'indietro e parallele asimmetriche.
La cosa pi patetica di questa storia  che mio padre sosteneva che Oksana lo amasse. Disse a mia madre che per questa ragazza lui era speciale, che non lo considerava un cliente, ma un amante, un fidanzato, l'uomo che avrebbe sposato se solo avesse potuto. Glielo disse mentre il sole sorgeva su un frizzante mattino d'autunno, gli alberi un tumulto di colori, nell'aria il profumo dell'inverno imminente.
Poi and al lavoro e mia madre mi telefon. Presi l'autobus a Port Authority e in poco pi di un'ora ero l, in tempo per poterle reggere la testa mentre vomitava. La aiutai a mettere le cose di mio padre nelle valigie e incrociai le braccia fissandola fino a farle abbassare lo sguardo quando tent di cambiare idea.
Siamo sposati da trent'anni disse. Era in piedi nella camera da letto e teneva in mano una pila di maglioni di lana.
Aveva la vestaglia abbottonata male, un'estremit le sfiorava l'orecchio, e i piedi piccoli, venati di blu e con lo smalto rosa sulle dita, erano scalzi.
Ventinove dissi.
Quasi trenta.
E da quanto tempo ti tradiva?
Non lo so. Mise i maglioni in una valigia, sistemando tra l'uno e l'altro strati di carta velina.
Strappai via la carta, la appallottolai e la buttai nel cestino.
Aprii il cassetto della biancheria intima di mio padre e, trattenendo il fiato, ne svuotai il contenuto in una grossa borsa.
Dice che  innamorata di lui.
S, come no borbottai. E ci sono state altre ragazze russe? Anche loro lo amavano?
Rimasi in piedi dietro mia madre mentre inviava una email a mio padre dicendogli dove avrebbe trovato le sue cose, poi con la macchina portai le valigie in un motel Ramada
Inn sulla Route 17, non troppo distante dal suo ufficio.
Presi una stanza a nome suo, addebitandola sulla carta di credito di mia madre e falsificando la firma che avevo perfezionato
ai tempi del liceo. Quando tornai da lei la trovai ferma nell'ingresso, ancora in vestaglia.
Non so se riesco a farlo, Emilia.
Rimasi sulla soglia, le chiavi che mi tintinnavano in mano.
Non ti perdoner mai se lo riprendi con te, mamma.
Lei mi guard. Le vacillarono le gambe e capii che era un peso troppo grande da sopportare. Capii anche quello che lei non avrebbe mai detto: che a prescindere da come mi sentivo io, da cosa pensavo, mio padre aveva tradito lei e non me.
Mi dispiace tanto dissi, e le corsi incontro. La strinsi tra le braccia e lei si abbandon, molle e umidiccia, come se la disperazione filtrasse dal suo corpo, bagnandole pelle e vestiti. Non avevo alcun diritto di dire quella cosa.
Certo che non l'avevo. Ma era anche vero che non l'avrei mai perdonata, e lo sapeva bene quanto me.
In questo momento, seduta in un caff di Soho di fronte a Simon, c' un'immagine che non riesco a togliermi dalla mente. L'immagine di mio padre e di una giovane spogliarellista russa. Vedo lui, la sua schiena nuda, la pelle flaccida e grigiastra cosparsa di piccole voglie marroni. Oltre la sua spalla vedo il viso di lei, liscio e senza rughe, annoiata e impaziente mentre guarda l'orologio sopra la porta;
verr punita se lui ci mette troppo tempo. So di avere un'immaginazione piuttosto fervida e attiva, confusa e distorta da troppa TV, da una dieta regolare a base di romanzi gotici e da un complesso di Elettra degno di vent'anni di sedute sul divano di Freud. E so anche che mio padre  un uomo sensibile, cos come lo  il mio amico Simon. Come fa a vivere in pace con se stesso?
Emilia? dice Simon.
Come?
Hai sentito quello che ho detto?
No, scusami.
Ti stavo raccontando di queste sedicenni che ballano la lap dance.
Mi sa che sto per vomitare.
Lo so.  disgustoso. E intanto cosa fa la polizia? E l'FBI?
Arrestano gente malata che fuma marijuana a scopo terapeutico.
Proteggono il mondo da vecchie signore col cancro alle ovaie che coltivano erba nel cortile dietro casa.
E non dimentichiamoci il tempo e i soldi che il Dipartimento di Giustizia spende per scrivere dichiarazioni giurate a favore del cosiddetto divieto di aborto con nascita parziale. Pronuncia la frase mimando delle virgolette con le dita. Dobbiamo fare in modo che queste donne con bambini idrocefali restino in galera per tutto il tempo che si meritano. Viviamo in un paese del cazzo, lo sapevi?
Ha alzato il tono di voce. Di solito  una persona abbastanza tranquilla, dotata di un'ironia pungente pi sussurrata che urlata a gran voce. Ma quando si arrabbia per qualche ingiustizia, quando vuol far valere una sua opinione politica, Simon  capace di tenere un comizio da grande oratore. Lo lascio continuare, sperando che il suo sdegno ad alta voce mascheri il mio silenzio. Non riesco a spiegarmi perch non ho raccontato a Simon di mio padre.
 quasi pi comprensibile che l'abbia tenuto segreto a Jack. Dopo tutto, Jack deve vedere mio padre con regolarit, deve interagire con lui e fingere di essergli affezionato.
Simon ha incontrato mio padre solo qualche volta, e non  mai andata molto bene. Anche se non lo ammetterebbe mai - anzi, mostrerebbe il pugno a chiunque
lo accusasse di esserlo - mio padre, finanziatore di lunghissima data del Partito Democratico, ex membro dell'Unione Comunista Giovanile, sibarita del sesso,  omofobo.  stato l'unico al quale abbiamo dovuto spiegare perch mio cugino Seth, che viveva a Fair Lawn in un paese vicino al nostro e che avevamo frequentato spesso durante la mia infanzia, portasse l'eyeliner e pantaloni di pelle aderenti a vita bassa a quasi tutte le riunioni di famiglia. Quando mia zia Irene finalmente spieg, come se si stesse rivolgendo a un bambino un po'
ritardato, che a Seth piacevano i ragazzi pi delle ragazze, mio padre sbianc in viso e quella sua lingua lunga gli si incoll al palato. Da allora non l'ho pi visto abbracciare suo nipote, e nelle rare occasioni in cui lui e Simon si sono incontrati ha sempre trovato il modo di non stringergli la mano. Ascoltare una storia cos spregevole su mio padre farebbe solo piacere a Simon, e non capisco perch io non sia ancora riuscita a trovare il coraggio di raccontargliela. Perch provo cos tanta lealt per un uomo che sembra del tutto estraneo a questo concetto?
L'uomo che mi  seduto di fronte, invece, conosce soltanto la lealt. Da dieci anni  il mio prode compagno e mi  rimasto accanto anche negli ultimi mesi, nonostante sia stata cos antipatica. Anzi, peggio, cos noiosa.
Simon dico. Simon, ti devo dire una cosa.
Che cosa? Reagisce con una smorfia all'urgenza che c' nella mia voce.
Tu sei il mio miglior amico, Simon, e io ti voglio bene.
E allora?
E allora? Allora niente. Volevo dirti questo.
Tutto qui? Lo so che mi vuoi bene, amica mia. Ti voglio bene anch'io. Prende una delle mie patatine fritte, la inzuppa nella salsa all'aglio e se la ficca in bocca.
Non ti merito. Sei un amico migliore di quanto mi meriti.
Oh, per favore. Da quanti cattivi fidanzati mi hai salvato?
Rabbrividisce. Non sei forse intervenuta per terrorizzare quell'orribile Christopher finch non ti ha restituito tutta la mia roba? E dov'ero io? Rintanato in ascensore, a prendere a pugni il pulsante di apertura delle porte.
Non era un buon fidanzato.
Esatto! E tu sei entrata con prepotenza nel suo appartamento e ti sei fatta dare i miei boxer neri della Hanro, il mio bel paio di jeans Diesel e lo spazzolino da denti. Sei anche riuscita a farti dare un barattolo di shampoo che
non era nemmeno mio! A proposito: quello shampoo  fantastico. Uso ancora quella marca. Bumble and Bumble.
Costa un occhio della testa, pi o meno un dollaro e cinquanta per ogni follicolo pilifero.
Non gli permetto di distrarmi. Sei stato meraviglioso con me da quando  morta Isabel.
Siamo in vena di sdolcinatezze? Perch se  cos ho bisogno del dessert. Senza dessert posso sopportare solo una dose minima di melodramma. Sembra che qui facciano una crostata buonissima.
Ma se neanche ti piacciono, le crostate! Tu e William siete le uniche due persone nell'universo conosciuto a cui non piacciono le crostate.
Come sta il caro piccolo William? Cosa combina? Sta studiando per gli esami di ammissione all'universit? Ha presentato domanda alla facolt di medicina?
Simon finge di essere sprezzante solo per farmi contenta.
In realt William gli piace. Quando viene a trovarmi finiscono sempre per imbarcarsi in accese discussioni sulla loro comune ammirazione per Philip Pullman oppure si chiudono nella stanza di William curvi su un complicato modello dell'universo della Lego. Ho l'impressione che Simon veda riflessa in William una parte del bimbo che  stato, goffo e precoce, molto pi a suo agio con gli adulti che con quelli della sua et, un outsider in grado di spiegare l'orbita irregolare delle lune di Saturno ma incapace di chiedere a un altro bambino di arrampicarsi con lui sul castello di legno del parco.
 in ottima forma. Racconto a Simon la storia fallimentare di eBay.
Oddio! esclama. Povera cara! Che incubo. Sorseggia la sua acqua minerale. Scommetto che stava solo cercando di guadagnare un po' di soldi. Quando ero bambino pensavo sempre a qualche modo per fare soldi.
Non ha bisogno di denaro. Sua madre gli d tutto quello che vuole.
Non importa.  l'idea in s. Io chiedevo a mia nonna di darmi i soldi per il mio compleanno in pezzi da un dollaro solo per poterne avere di pi. Pi banconote. Mi piacevano.
Le sparpagliavo sul letto e mi ci rotolavo sopra.
 troppo piccolo per questo ribatto acida.
William? Non  troppo piccolo per niente. Amica mia, quel tuo figliastro  pi vecchio di noi.
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CAPITOLO 8.
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 di nuovo mercoled e sta piovendo, e se da un lato questo significa che andare a prendere William alla scuola materna sar ancora pi sgradevole del solito, dall'altro so che almeno il parco sar deserto e tutto per me. Le mie prime volte a Central Park, assieme a mio padre da bambina, erano immerse in un'atmosfera di isolamento quasi onirica.
Non si trattava certo di una solitudine bucolica: all'inizio degli anni Ottanta il parco era un posto abbandonato. Turtle Pond era pieno di lattine di birra, e se a Sheep Meadow ci fossero state delle pecore sarebbero dovute sopravvivere mangiando polvere al posto dell'erba. Ma la mezza et di mio padre era permeata da un desiderio nostalgico di vialetti e campi da gioco, e per questo le visite al parco erano una specie di pellegrinaggio, a prescindere da quanto fosse diventato squallido e trascurato. Era cresciuto nell'Upper West Side, in una famiglia che poteva permettersi di soggiornare alle Catskill Mountains soltanto per un mese all'anno.
Per il resto dell'estate il suo parco giochi era Central Park. Pi o meno ogni sei mesi, quando avevamo qualche ora di tempo da occupare tra l'attesa in fila per comprare i biglietti a met prezzo per il teatro e l'inizio dello spettacolo della domenica pomeriggio, mio padre decideva che non le avremmo trascorse da Bloomingdale's o al Gotham Book Mart, ma nel parco. A mia madre queste escursioni non
piacevano; aveva paura dei borseggiatori e dei ragazzi che urlavano
Spinelli, fumo, erba mentre gli passavamo accanto.
Probabilmente le sue paure non erano del tutto infondate: il parco allora era un posto molto pericoloso, ed era probabile che questi ragazzi offrissero la loro merce pi con l'intenzione di intimidire, e non perch credevano che un bianco apparentemente benestante, con moglie impellicciata e figlie in calze bianche e ballerine, fosse davvero l per comprare droga. Ma io adoravo passeggiare nel parco con mio padre. Ci indicava i prati dove giocava sempre a baseball con i suoi fratelli e i loro amici. Con la punta di una scarpa scavava ai piedi di un albero perch era convinto di ricordare che proprio in quel luogo Bobby Finkelman aveva sepolto un dollaro canadese d'argento del 1946.
Una volta, avevo circa dieci anni ed eravamo noi due soli - non ricordo perch mia madre non fosse venuta, forse era raffreddata, o aveva litigato con mio padre, o semplicemente non le interessava vedere Dreamgirls -, pap mi port all'Harlem Meer. Fu un'avventura piuttosto temeraria. Il cielo grigio minacciava pioggia e la vecchia rimessa per le barche era un rudere bruciato, che puzzava di urina ed era ricoperto di graffiti. Non ero mai stata ad Harlem prima, e me l'ero sempre immaginato come un posto nero e spaventoso, pieno di gente nera e spaventosa.
Mio padre si rifiut persino di notare la mia trepidazione.
Mi condusse intorno al lago, indicandomi le rive di scisto e i diversi tipi di alberi che crescevano sugli alti versanti. Faceva ampi sorrisi alle poche persone che incrociavamo, perfino a un vecchio ubriaco che beveva da una bottiglia avvolta in un sacchetto di carta tutto stropicciato.
Ora capisco che si trattava di quella cortesia affettata del tipico riccone imbarazzato. All'epoca, per, pensavo a mio padre come a un paladino della parit razziale, e, una volta superati tutti i miei timori, riuscii a vedere oltre il vandalismo, ad apprezzare la bellezza selvaggia dell'angolo pi settentrionale di Central Park.
Quando mi trasferii a New York cominciai a esplorare
il parco per conto mio. Proprio allora stava iniziando la sua lenta trasformazione da giungla urbana, popolata di senzatetto che spingevano carrelli della spesa e di neri con catenone d'oro che spacciavano crack, a idilliaco contesto naturale gremito di signore bianche di mezza et che guardano uccellini gialli attraverso costosi binocoli e anziani signori di colore che pescano persici e trote. C'era sempre un che di coraggioso e pionieristico nel mio avventurarmi da sola nelle zone pi isolate del parco, come la parte del Ravine
che va dal Lasker Rink gi fino al Pool. Adesso, passato il periodo dell'amministrazione Giuliani - per cui nessuno di noi bravi progressisti ammetter mai di aver votato ma per il quale non possiamo far altro che provare una certa, seppur riluttante, ammirazione, dato che ci muoviamo in una citt praticamente priva di criminalit -, persino il Ramble  pieno di gente. Un tempo i sentieri erano percorsi soltanto da uomini alla ricerca di anonimi incontri all'aperto, soprattutto dalle parti del Point, dove di solito ignoravano gli uccelli a beneficio di distrazioni pi terrene.
Oggi, comunque,  aperto a tutti. Gli uomini in cerca ci sono ancora, Dio solo sa perch (uno spirito particolarmente sibarita in cui mi sono imbattuta pi di una volta porta addirittura con s una sedia pieghevole; la scomodit di un sentiero sassoso o di un tronco non fa per lui); a loro si sono aggiunte per orde di turisti, impiegati in pausa pranzo, tranquilli pensionati a passeggio e gruppi scolastici di bambini con schede plastificate che illustrano i nomi degli alberi.
Ma d'inverno, sotto la pioggia, ho la fortuna di trovare un po' di solitudine.
Non sono sola in ascensore, ma i miei compagni di viaggio sono cos presi l'uno dall'altra che non mi salutano nemmeno. Guardo dritto davanti a me, e fingo di non notare che il chitarrista ha la mano nei jeans della sua compagna, proprio sul sedere, nonostante lei abbia
l'impermeabile legato stretto intorno alla vita. Quando arriviamo al piano terra le d un pizzicotto sul fondoschiena e poi sfila via la mano. Mi sono concentrata cos tanto per far finta di non vederli che non mi sono preparata all'idea di attraversare il parco. Comunque la pioggia  fredda e pungente, e con un tempo del genere non escono neanche i bambini pi tenaci di New York.
Ivan mi scorta con l'ombrello ed esce dal palazzo per fermarmi un taxi. Quando gli dico che preferisco camminare aggrotta le sopracciglia e mi dice che dentro ha un ombrello di scorta. Gli mostro l'ampio cappuccio del mio lungo impermeabile. Alzo una gamba protetta fino al ginocchio dallo stivale di gomma. Gli stivali hanno piccole macchie di leopardo e sono simpatici e allegri. Per poco non li lasciavo nell'armadio all'ingresso; mi sembrava fuori luogo indossare qualcosa che contrastasse cos tanto con l'umore che sono riuscita a mantenere per tutto questo tempo, ma non arrivo al punto di rovinare un paio di scarpe buone solo per dimostrare a me stessa che sono davvero cos disgraziata. Inoltre, con questi stivali potr soddisfare il bisogno che sento ormai da un po' di tempo di camminare nel parco sotto la pioggia senza seguire strade o sentieri; potr guadare il Ramble, farmi strada sguazzando tra pozzanghere, boschi e pantani. Una volta, un paio d'anni fa, mentre stavo passeggiando nel Ramble, mi sono imbattuta in una piccola costruzione di legno e voglio trovarla di nuovo, anche se sar difficile.
Cammino seguendo i sentieri fino al Lake, poi, dalle parti del laghetto delle azalee, decido di abbandonarli e di avventurarmi nel bosco. Che impavida! Il Ramble  attraversato da molti sentieri, in inverno, per, nessuno si occupa di quelli pi piccoli, che non vengono neppure ripuliti da ci che vi deposita il vento, e cos, alla fine, riesco a perdermi. Il sottobosco secco e avvizzito mi scricchiola sotto i piedi a dispetto dell'umidit, e non riesco a vedere molto pi in l di dove cammino. Non si sente nemmeno
il traffico, che di solito rimbomba in lontananza, perch il suono della pioggia battente soffoca tutti gli altri rumori.
Sono sola e beata; potrei essere sui monti Adirondack o in qualche angolo remoto del Sentiero degli Appalachi. Mi arrampico sopra un masso aggrappandomi alla roccia fredda e coperta di muschio, e appoggio con cautela le punte degli stivali in modo da non scivolare.
Improvvisamente, con la coda dell'occhio, vedo qualcosa muoversi dall'altra parte del masso. Sono gi in piedi sulla cima, e provo a scendere in fretta dalla parte da cui mi sono arrampicata, ma non riesco a trovare un punto di appoggio sulla pietra scivolosa. Finisco per cadere di peso, procurandomi un dolore lancinante all'osso sacro. Un uomo con addosso due sacchetti della spazzatura neri - uno sopra il corpo, con dei buchi per le braccia, e l'altro a mo'
di cappuccio, con un buco per la faccia - si tira su dal terreno dov'era disteso e si alza in piedi sovrastandomi, il viso stravolto dall'ira, la bocca aperta in un ringhio che mette in mostra denti rotti e gialli e una lingua bluastra.
Urlo, penso subito al serial killer che ha violentato e preso a randellate una signora che faceva jogging nel parco, fracassandole il cranio e lasciandole come unica possibilit per il futuro quella di scrivere un memoir campione d'incassi in cui racconta tutti gli sforzi che ha dovuto fare per riprendere a leggere e a camminare, e il senso di colpa con cui era costretta a convivere per essere stata in qualche modo responsabile dei dieci anni di carcere scontati da un gruppo di ragazzi innocenti. Quest'uomo spaventoso mi guarda, occhi scuri su una faccia grigia, labbra rotte e lacerate che si muovono. Guarda i miei stivali leopardati e fa un passo indietro, emettendo un grugnito rauco. Cerco di scappare via ma cado in avanti, gi dal masso, e rotolo come una palla fino ai suoi piedi.
Lui grida e allunga le mani verso di me. Ha le unghie lunghe e spezzate, nere di terra.
Molte persone pensano di avere una riserva di coraggio,
del sangue freddo non utilizzato a cui possono attingere per poter compiere gesta temerarie in caso di necessit.
Nessuno pensa a se stesso come a una persona capace di vera e profonda codardia. Nella nostra immaginazione siamo tutti come Miep Gies, che di nascosto porta cibo e quaderni ad Anna Frank nel nascondiglio dietro la credenza della Dutch Opetka Company. Il coraggio  in larga misura una forma di autoesaltazione; le uniche volte in vita mia in cui ho mostrato di avere fegato l'ho fatto per narcisismo, per il desiderio di apparire forte agli occhi degli altri, per mostrarmi una persona di valore e avere una storia da raccontare che mi avrebbe collocata direttamente nel gruppo dei Miep Gies e dei partigiani. Come quella volta in cui corsi in difesa di una donna che era stata presa a pugni dal marito fuori da un ristorante sulla Eight Avenue.
Dissi all'autista del mio taxi di fermarsi, aprii la portiera e la feci salire, spinta da una sconsiderata euforia. Il coraggio  impulsivo,  narcisismo mitigato da nichilismo.
Non  che le persone coraggiose non si rendano conto o non capiscano l'entit del pericolo cui vanno incontro. Decidono in modo consapevole di non curarsene.
 in quel momento che balzo in piedi e urlo Vaffanculo!
pi forte che posso.
L'uomo grida e corre via, schivando rumorosamente la vegetazione.
Corro anch'io, nella direzione opposta. Facendomi strada tra un fitto groviglio di cespugli mi trovo dietro a Balanced Rock, un gigantesco masso di pietra capovolto in cima a una lastra di scisto. Salto gi da un'altezza di oltre un metro e corro pi che posso lungo un sentiero che mi  familiare e che porta dietro la Loeb Boathouse. Una volta uscita dal bosco solitario, mi piego e appoggio le mani sulle ginocchia, quasi piangendo per il sollievo. Poi corro verso l'East Drive e proseguo verso nord, in direzione della
79a, cercando di mettere tra me e l'uomo pi distanza possibile.
Quando raggiungo la Fifth Avenue la rabbia ha preso
il posto della paura. Come ha osato cercare riparo nel mio rifugio? Come ha osato spaventarmi cos tanto da impedirmi di raggiungere il mio obiettivo, ovvero un'ora di solitudine? Come ha osato sfrattarmi dal mio parco? Sono arrabbiatissima con quel pazzo ripugnante, e lo sono anche con Central Park. L'Angelo delle Acque si  dimostrato un guardiano infido e sleale, dando rifugio a senzatetto fuori di testa con la stessa amorevole grazia che dimostra a me. Perch amare qualcosa ci preserva cos poco dal tradimento?
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CAPITOLO 9.
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Ad attendere nel corridoio fuori dall'Aula Rossa c' una donna che non conosco. Non l'ho mai vista prima, ma sono certa che non  una tata.  una mamma di sicuro. 
sempre possibile distinguere le mamme dalle donne che devono essere affettuose per lavoro. Non  scontato che le mamme siano pi amorevoli con i loro bambini, anzi. Ho visto molte tate che amano i piccoli a loro affidati con una sincerit e un'intensit quasi morbose. E sapere che l'oggetto di tanta devozione potrebbe venire a mancare in qualsiasi momento per volont di un'altra persona - per motivi economici, o semplicemente per puro egoismo o cattiveria - per loro deve essere terrificante. Ma in queste scuole materne ci che distingue le tate dalle madri non  l'amore per i bambini;  una combinazione di et e classe sociale, unite a un pizzico di sfiducia in se stesse. Alcune sono chiaramente tate, donne di colore provenienti dalle isole caraibiche che si prendono cura di bambine bionde di nome Kendall, Cade o Amity. Ma la 92a Y, nonostante sia una scuola ebraica,  un inno alla diversit, e questo significa che ci sono uno o due bambini con la pelle color cacao. Nessuno comunque potrebbe mai confondere le mamme con una tata. Vige una sorta di apartheid nel corridoio che facilita il riconoscimento. Le tate, perlomeno in questa scuola, sono vestite in modo pi curato delle
mamme, che, fatta eccezione per le avvocatesse e le funzionarie
di banca, di solito sfoggiano uno stile poco elegante, vagamente artistoide - abiti comodi e sgualciti ma con prezzi a quattro cifre. Inoltre, mentre le madri sembrano sempre assillate e sconvolte, le tate hanno l'aria di chi tiene tutto perfettamente sotto controllo; qualcuna sembra addirittura annoiarsi. Sebbene all'interno di ogni gruppo ci sia un'atmosfera rilassata e piacevole, le risate delle tate sono pi discrete. Le voci delle madri risuonano squillanti; anche quando si zittiscono l'un l'altra lo fanno a tutto volume. Le tate sono pi silenziose; si salutano con affetto e con evidente piacere, ma con delicatezza, come se non volessero disturbare.
Questa nuova mamma  giovane, pi vicina alla mia et rispetto alle altre. Se ne sta un po' in disparte come me, anche se mentre la guardo si sposta in modo quasi impercettibile verso le altre madri. Incrocia il mio sguardo e sorride.
Salve dice.
Sono colta cos alla sprovvista dal fatto che qualcuno mi rivolga la parola che balbetto prima di rispondere al suo saluto.
C' solo un'altra matrigna nell'Aula Rossa, ma non si  mai azzardata a venire, non ha mai osato mostrare la sua faccia da adultera, la sua lettera scarlatta. Sono l'unica che passa qui alla scuola a prendere il figlio del marito, e tutte le altre donne, che conoscono Carolyn fin dai tempi dell'Aula Arancione, si sono coalizzate per tagliarmi fuori. Non mi parlano, mi stanno alla larga, tengono i loro figli lontani da me come se il solo toccarmi basti a trasmettere qualche strana malattia, come se l'infedelt fosse contagiosa.
Siamo nuovi qui continua la donna. Sono Adik Brennan, la mamma di Frida. Ci siamo appena trasferiti da Los Angeles.
Ah dico, ammutolita per lo stupore. Lancio uno sguardo alle altre madri per vedere se qualcuna di loro viene a prelevare Adik per scortarla nel loro circolo, per chiarire
l'equivoco che le ha fatto credere di potermi parlare come se nulla fosse.
Mi chiamo Emilia. Non voglio rovinare questa opportunit, cos non specifico la mia relazione con William.
Con la A?
No, con la E.
Che nome insolito. Anche se io sono l'ultima persona che dovrebbe parlare, giusto?
Giusto... be', no. Cio...
Questo tempo  davvero assurdo dice. Ho dovuto chiamare una macchina con l'autista per venire a prendere Frida. Con questa pioggia non se ne parla neanche di riuscire a prendere un taxi.
Sua figlia si chiama Frida? chiedo.
Con una I sola risponde. Come Frida Kahlo. Lo so, probabilmente pensa che ormai Frida Kahlo sia diventata una banale merce di consumo. Cio, a questo punto  quasi diventata il simbolo di un certo femminismo all'acqua di rose. Di sicuro il mondo dell'arte ne ha fatta, di strada, dalle politiche dell'identit.
Uhm rispondo.
Ma quando io ho iniziato a frequentarlo ero una vera fan di Frida Kahlo. Come tutte le studentesse d'arte, del resto. E mi rifaccio ancora a lei, nei miei lavori, anche se la mia  una pittura non-oggettiva. Mentre pronuncia la parola
pittura mima delle virgolette con le dita. Oggi mi ispiro a una gamma di artisti piuttosto ampia. Conosce le opere di John Currin, oppure il fotografo Philip-Lorca di Corcia?
Ho visto Frida dico. Parecchio brutto. Poi arrossisco.
Il film? Non l'ho visto ammette Adik. Il cinema non mi interessa granch. Faccio molta fatica a seguire forme di narrativa lineari.
Qualcuno mi tocca il gomito e salto per lo spavento. 
Sonia, la tata di William. Indossa un cappotto nero lungo fino al ginocchio e degli stivali alti di vernice. Il suo viso 
ben truccato, con pesante ombretto azzurro e rossetto scuro.
Non l'ho mai vista cos. Di solito  acqua e sapone e i capelli, invece dei ricci pieni di lacca che ha oggi, sono tenuti indietro da una semplice fascia o da un elastico.
 il tuo giorno libero dico confusa. Oggi dovevo venire io a prendere William, no?  possibile che abbia sbagliato giorno?
La dottoressa Soule mi dice di darti questo. Mi consegna un sacchetto della farmacia. Dentro c' una bottiglietta di medicinale rosa. Per le orecchie.
Perch non l'ha messo nel suo zaino stamattina?
Lei mi d delle istruzioni. Sono molto precise. Sonia ha una buona padronanza della lingua. Ha un vocabolario ricco e la costruzione delle frasi di solito  quasi perfetta, a differenza di certi tassisti dell'Europa dell'Est, o degli uomini che lavorano al negozio di ciambelle vicino a Stuyvesant
Town, dove facevo colazione tutte le mattine prima di andare a vivere con Jack. Per conosce soltanto il tempo presente. Non l'ho mai sentita usarne altri. E nemmeno Jack, che ha passato in sua compagnia centinaia o addirittura migliaia di ore, mentre io le ho parlato solo qualche volta. Sonia  la tata di William dal giorno in cui, quando aveva solo sei settimane di vita, Carolyn  tornata al lavoro.
Ma  il tuo giorno libero ripeto. Ti ha fatta lavorare nel tuo giorno di riposo.
La faccia di Sonia  molto ampia, come schiacciata, con lineamenti slavi che fanno pensare ad antenati predatori che scorrazzavano tra steppe e foreste in sella a pony dal pelo lungo. Batte le palpebre dei suoi occhi a mandorla e un ghigno sprezzante le sfiora la bocca ampia in modo cos rapido che non sono sicura di averlo visto davvero. Forse l'ho immaginato. Forse non respinge del tutto il mio chiaro tentativo di lusingarla, di convincerla che io e lei siamo dalla stessa parte, che siamo entrambe vittime della potente dottoressa Soule.
Ricordo a me stessa, per la milionesima volta, che sono
io quella che ha fatto del male a Carolyn, e qualsiasi rabbia lei dimostri, qualsiasi veleno voglia sputare, qualsiasi bomba voglia lanciare oltre il parco dal suo appartamento sulla Fifth Avenue fino al nostro sull'81a Ovest, sono del tutto giustificati. Ma mi fa comunque incazzare il fatto che si senta in dovere di mandare un agente segreto con le istruzioni su come somministrare un cucchiaio di antibiotico.
Prende questo tre volte al giorno. Con il cibo. E tienilo freddo. Ma non nel frigorifero.
Come faccio a tenerlo freddo se non lo metto nel frigorifero?
Sonia fa spallucce.
La dottoressa Soule dice anche che quando il signor Woolf riporta William a casa, questa volta i vestiti di William sono puliti e piegati, non ficcati nello zaino cos come capita.
Andiamo, questo non  per niente giusto. Prima di tutto  ridicolo che ci faccia restituire i vestiti del bambino ogni gioved mattina invece di lasciare che glieli mandiamo durante il fine settimana. In secondo luogo, i vestiti non erano ficcati nello zaino alla rinfusa, li avevo appena tirati fuori dall'asciugatrice e magari li ho piegati un po' troppo in fretta...
Sonia alza una mano. Signora Greenleaf, io sono solo
il messaggero. Non sono la dottoressa Soule, non  mio il messaggio. Per favore non alzare la voce con me.
Non ho alzato la voce.
 molto imbarazzante per te alzare la voce con me in pubblico.
Sonia  pi giovane di me, avr poco meno di trentanni, ma mi fa sentire come una bambina maleducata.
Scusa dico a bassa voce. Scusa,  solo che...
Annuisce. Vedo William. Poi vado al mio giorno libero.
Non dimenticare, tre volte al giorno. Al freddo ma non nel frigo.
Ricevuto dico. Al freddo ma non nel frigo. E devono essere piegati, non ficcati cos come capita.
Annuisce. Guardiamo entrambe verso la porta dell'Aula
Rossa.  ancora chiusa. Le mamme si sono avvicinate alla porta, tra di loro c' Adik. Le sorrido, ma lei si volta dall'altra parte. Qualcuna le deve aver raccontato di me. O
forse ha sentito la mia conversazione con Sonia e ci  arrivata da sola. E con questo io e Adik abbiamo chiuso, non discuteremo mai pi di arte non-oggettiva e di narrativa lineare.
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CAPITOLO 10.
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Non c' verso di prendere un taxi fuori dalla scuola materna.
Non quando piove e io e William siamo gi fradici, e soprattutto non con quel maledetto seggiolino rialzato nella custodia di plastica trasparente che sbandiera ai quattro venti il nostro status di passeggeri da incubo. Per un po' ce la metto tutta. Saltello avanti e indietro tra il marciapiede e la strada, cercando di evitare gli spruzzi d'acqua fangosa sollevati dalle auto di passaggio. Gesticolo come una forsennata in direzione dei taxi, anche quelli con l'indicatore spento, e quindi gi occupati, e anche quelli che non sono in servizio. Alla fine cedo e dico a William: Proviamo su Park Avenue. Magari l siamo pi fortunati. Almeno passano in entrambe le direzioni.
Ci dirigiamo verso ovest, le teste all'ingi per contrastare la pioggia. William indossa l'abbigliamento da pioggia pi sobrio che abbia mai visto su un bambino. I suoi coetanei portano impermeabili giallo canarino, cerate fucsia, lunghe mantelline di plastica viola. Lui ha un impermeabile verde militare che si allaccia sul davanti che in compenso ha un'imbottitura di piumino d'oca ed  molto caldo. Io tremo di freddo nel mio soprabito leggero. Nonostante lo spesso maglione di lana e la biancheria intima di seta sto congelando. Gli stivali di William, anche quelli verde spento, sono semplici stivali da pioggia, e ho paura che abbia
i piedi freddi quanto i miei. Quando arriviamo su Park Avenue ci sono taxi che passano in entrambe le direzioni, ma nessuno  libero. Mi maledico per non aver portato un ombrello. Gi mi immagino una telefonata di Carolyn che sbraita contro Jack perch ho fatto prendere freddo a William costringendolo a rimanere sotto la pioggia gelida senza ombrello. Peggio ancora, mi immagino Jack e Carolyn uniti nell'angoscia accanto al corpo di William, i polmoni collegati a un respiratore artificiale. Mentre trattengono a stento la disperazione per quel loro figlio in fin di vita, si riavvicinano fino a cadere di nuovo l'uno nelle braccia dell'altra.
Si sorreggono a vicenda. Come hanno potuto permettere che accadesse? Perch non sono riusciti a proteggere il loro bambino e il loro matrimonio? Si fanno poi una lunga serie di giuramenti e rinnovate promesse di fedelt, nel caso in cui William dovesse guarire.
Davanti a noi scorre il traffico diretto verso nord e io faccio strada in direzione opposta, cercando di passare avanti alle altre persone inzuppate che sono a caccia di un taxi. Siamo all'angolo tra la 90a e Park Avenue quando sento che  arrivato il momento di rinunciare.
Prendiamo l'autobus annuncio.
L'autobus? dice William.
Per favore, non dirmi che non hai mai preso l'autobus.
Ho gi preso l'autobus.
Grazie a Dio.
Per non in inverno. Non durante la stagione dell'influenza.
Mia madre preferisce che non prenda i mezzi pubblici nei mesi invernali.
Sposto il seggiolino rialzato sull'altro fianco e gli lancio un'occhiataccia. Tua madre non vorrebbe che tu rimanessi qui sotto la pioggia.
Avresti dovuto chiamare il servizio di taxi privato.
Certo che avrei dovuto chiamare il servizio di taxi privato.
Anche un bambino di cinque anni lo sa. L'idea, per,
non mi  nemmeno passata per la testa. Non sono tra quei newyorkesi che usano il servizio di taxi privato. Sono tra quelli che prendono il taxi o la metropolitana. Non uso nemmeno l'autobus, se non per andare e tornare dal New Jersey.
Sono solo quattro isolati. La fermata dell'autobus  cinque minuti a piedi.
L'autobus che attraversa la citt si prende sull'86a fa William.
Bene. Andiamo.
Emilia?
Che c', William?
Le Pain Quotidien  tra Madison Avenue e l'85a.
Le Pain cosa?
Le Pain Quotidien. Il mio caff preferito. Sonia mi ci porta spesso.  tra Madison Avenue e l'85a.
E allora?
A quanto ci risulta  l'unico posto della citt ad avere le paste senza latte e derivati.
William, sta piovendo a dirotto, siamo tutti e due bagnati fradici, e non ho nessuna intenzione di portarti a prendere una pasta senza latte e derivati.
William non piange ma il suo naso diventa di un rosso troppo intenso per essere causato dal freddo e dalla pioggia.
Sporge all'infuori il labbro inferiore e d'un tratto dimostra tutti i suoi cinque anni. Mi sento terribilmente in colpa. Sono un essere orribile, una vera stronza.  normale che voglia un dolcetto. Quand' che mi sono trasformata in una persona capace di negare un dolcetto a un bambino?
Solo se mi prometti che non farai storie per prendere l'autobus dico.
William solleva appena l'angolo destro della bocca, poi fa un bel sorriso. Corriamo il pi veloce possibile fino all'85a e poi verso Madison Avenue, con il seggiolino rialzato e il contenitore per il pranzo di William che ballonzolano tra noi due.
In teoria Le Pain Quotidien dovrebbe evocare la campagna francese. I pavimenti sono fatti da grandi tavole di legno di quercia lucidate, di una tonalit calda e liscia come burro. L'intonaco delle pareti  color terra di Siena e al centro della stanza c' un enorme tavolo rustico affollato di coppie madre-figlio e tata-bambino che soffiano su tazze fumanti di spessa porcellana bianca sorseggiando cioccolata e caff. Riconosco un paio di mamme, i loro bambini frequentano la scuola materna della 92a Y. A un'estremit del tavolo comune sono sedute due donne con passeggini ricoperti da parapioggia in plastica. Cerco di non guardare dentro, di non paragonare l'et dei bambini con quella che avrebbe avuto, adesso, Isabel. Accompagno invece William all'altro lato del tavolo. Quando arriva la cameriera ordino un espresso per me e una cioccolata calda a base di latte di soia per lui. Poi William chiede una cupcake
senza derivati del latte, spiegando alla cameriera che  intollerante al lattosio, il che significa che  allergico al latte e se ne beve un po' oppure mangia il burro gli viene sia il mal di stomaco sia uno sfogo sulla pelle.
Una delle prime volte che uscivo con Jack, quando non ero ancora un'esperta delle mille varianti di questa presunta allergia al latte, avevo dato a William una fetta di torta alla ricotta. L'aveva mangiata tranquillamente senza che gli succedesse nulla. Non ho mai potuto dire niente di quella fetta di torta rivelatrice, non ho mai potuto tirare in ballo questa storia per dimostrare che l'intolleranza di William ai latticini esiste solo nella sua mente e in quella di Carolyn, perch allora, quando mi ero resa conto dello sbaglio, avevo detto a William che la torta era a base di tofu,
e anche se sono passati due anni non voglio fargli sapere che ho mentito. La cameriera sta ancora aspettando e allora ordino un dolce anche per me.
Senza derivati del latte?
No, normale. Alla fragola.
William non lecca la glassa dal suo dolcetto come farebbe
qualsiasi altro bambino. O come faccio io. Lui la mordicchia tutta intorno per bene, togliendo man mano la carta. Se gli cade una briciola sul tavolo, si lecca il dito e la schiaccia per tirarla su.
La tortina che ho ordinato per me  gialla con la glassa rosa, ed  la pi buona che abbia mai mangiato. Lecco la glassa alla fragola con estrema lentezza, quasi fosse una pratica zen; mi concentro sul sapore e sulla sua consistenza burrosa sulla lingua, tanto che non registro nemmeno la donna che sta allattando il suo bambino all'altro capo del tavolo.
William - che ha, ormai irrimediabilmente, imboccato il tunnel dell'approccio razional-occidentale al dolcetto - finisce molto prima di me e poi rivolge lo sguardo impassibile verso la mia pasta. A quanto pare c' qualcosa, nel mio dolce, che lo turba.
Le paste senza derivati del latte non le fanno con la glassa rosa commenta.
Che peccato rispondo.
Soltanto vaniglia e cioccolato.
Pu darsi che non gli sia mai venuto in mente. Magari puoi lasciare un messaggio per il cuoco. Ho una penna, vuoi che te la presti?
Forse dice William. Si lecca le labbra e guarda la mia pasta con l'acquolina in bocca. L'intensit con cui la analizza mi fa scappare la voglia di mangiarla e dissolve il fulcro meditativo della mia attenzione.
Ne vuoi un po'?
S ammette. Solo che sono intollerante al lattosio.
Lo so che sei intollerante al lattosio, William. Lo sa la cameriera. Lo sa la ragazza che vende i dolci dietro al bancone.
Lo sanno tutti, qui dentro, che sei intollerante al lattosio.
Ma un po' di questa non ti far morire. Probabilmente non ti far nemmeno star male.
Magari solo un morso piccolo piccolo dice William.
Gli do la mia pasta. Ho leccato quasi tutta la glassa e
William gira il dolce con cura, in modo da poterne staccare un pezzo dove  ancora intatta. Morde con attenzione, tenendo il dolce con entrambe le mani e spizzicando appena, come un topino dei cartoni animati che tiene da conto il suo pezzetto di formaggio. Poi me la restituisce.
Grazie dice.
Non c' di che.
 molto buona.
Sono d'accordo.
Mi sembra addirittura pi buona di quella senza derivati del latte.
Davvero?
Be', quelle sono buone. Anzi, buonissime.  solo che...
la tua mi sembra pi buona. Forse appena un po' di pi.
Sar per le fragole. Il suo viso si fa molto serio. O forse per il burro.
Come si fa a non amare il burro?
William sospira.
Il bambino attaccato al seno in fondo al tavolo fa un ruttino sonoro e la madre ride. Deglutisco, chiedendomi com' possibile intrattenere una piacevole conversazione sui dolcetti e subito dopo rischiare di sciogliersi in lacrime.
William guarda il neonato. Chiss quanti mesi avr quel bambino si domanda ad alta voce.
Ha quattro mesi risponde la madre.
Sembra pi grande osserva William.  grosso per la sua et?
La madre ride e mi lancia una di quelle occhiate del tipo
Tuo-figlio--meravigliosamente-precoce. Cerco di sorridere ma non ci riesco.
 bello grosso risponde.
William sorseggia pensieroso la sua cioccolata calda.
Poi dice: Emilia, lo sapevi che Isabel non era veramente una persona?.
Cosa? sussurro tra i denti, perch altrimenti mi metterei a urlare.
Non  mai stata veramente una persona. Questo  quello che dice la legge ebraica. Per la legge ebraica un bambino non diventa una persona vera finch non ha otto giorni di vita. Isabel ne aveva solo due quando  morta. E
quindi significa che non era una persona. Non secondo la legge ebraica.
Dove hai sentito queste cose?
Lecca il bordo della tazza.  stata la mamma. Le avevo detto che ero un po' triste per Isabel, ma non cos triste come se la conoscessi da tanto tempo. Non come se avesse avuto il tempo di essere la mia vera sorellina. E la mamma mi ha detto che per la legge ebraica lei non era nemmeno una persona.
Cos non devo sentirmi in colpa per non essere molto triste.
Sono parole di Carolyn, mi dico. Non sue. Ma non riesco a trattenermi.
Isabel era una persona ribatto. Era una persona in tutto e per tutto, tanto quanto te.
William non sembra turbato dalla mia veemenza, dalla mia voce tremante, dagli schizzi di saliva che mi escono dalla bocca e si depositano sul piano tutto graffiato del tavolo di legno.
Non l'ho detto io.  la legge ebraica. La mamma ha detto che non immaginava che ci facessero fare il funerale.
Isabel  sepolta nel cimitero di Linden Hill, nel Queens, in un angolo riservato ad altri come lei, altri le cui tombe portano via cos poco spazio che se ne possono posare due o addirittura tre nel posto destinato a un unico adulto. Seppellimmo Isabel quattro giorni dopo la sua morte, aspettando pi di quanto prevede la legge ebraica di cui William e Carolyn, a quanto pare, sono delle vere e proprie autorit;
ma all'obitorio di New York avevano del lavoro arretrato, e quando un bambino sano muore senza alcuna ragione apparente deve essere fatta l'autopsia, a prescindere da cosa dice la legge ebraica a proposito di profanazione del corpo umano e di sepoltura immediata.
Al funerale portavo un paio di occhiali scuri. Il sole era
molto forte e gli occhi mi facevano male tanto avevo pianto.
Ormai piangevo ininterrottamente da quattro giorni, durante i quali non avevo mai messo piede fuori di casa.
Dentro avevo sempre tenuto le tende tirate, e la luce spietata di quel sole di met mattina nel Queens mi scaten un'emicrania che risaliva dalla base del collo. Le auto ci portarono molto vicino al luogo della sepoltura, dovemmo fare solo un breve tragitto a piedi. C'erano tutti: i miei genitori, le mie sorelle con mariti e figli, la madre di Jack, gli amici, i colleghi di lavoro. Decine di persone erano raccolte intorno alla piccola buca che era stata scavata nel terreno e ricoperta di zolle erbose di un verde vivace. La gente continu ad arrivare anche durante la cerimonia e trasalivo spaventata ogni volta che sentivo sbattere la portiera di un'auto.
La cerimonia fu officiata dalla rabbina che ci aveva sposato, e io mi chiesi chi l'avesse chiamata. Non mi ero posta
il problema di chi avrebbe officiato. Al vestito ci avevo pensato: ero riuscita a trovare cinque minuti per scegliere una gonna nera lunga fino al ginocchio e una maglia, sempre nera. Ma non mi era passato per la mente di chiedermi chi avrebbe recitato il kaddish sulla tomba di nostra figlia.
Jack era riuscito a trattenere le lacrime fino a quando l'auto privata che avevamo noleggiato per l'occasione varc il cancello del cimitero. Fino a quel giorno era stato cos occupato a consolare la madre distrutta e a farle sfogare il suo dolore che non aveva trovato tempo per esprimere il proprio. Il mio lutto divorava qualsiasi cosa. Era cos totalizzante da lasciare a Jack poco tempo per il suo dolore. Doveva vivere la sua tristezza quando poteva, ai margini della mia. Per i quattro giorni precedenti mi aveva cullata tra le sue braccia, mi aveva dato sonniferi e Valium, mi aveva comprato scatole su scatole dei fazzoletti di carta pi morbidi, era stato seduto accanto a me mentre giocherellavo con il cibo che mia madre e la sua avevano preparato. Ma sul pendio di quella verde collina sassosa a
Ridgewood, nel Queens, Jack fu sopraffatto dall'angoscia e cominci a piangere.
Le sue non erano lacrime da uomo. Non erano gocce riluttanti strappate a occhi stoici. Il suo era un pianto torrenziale, che lo scuoteva in tutto il corpo. Il tempo di scendere dalla macchina, attraversare quella striscia d'erba e sistemarci sulle sedie pieghevoli vicino a quel piccolo rettangolo di terra vuota, e Jack piangeva gi come un bambino.
Quando iniziarono a interrare la semplice bara bianca con le maniglie dorate, cos piccola, cos leggera che mi sembrava quasi di poterla sollevare senza alcuno sforzo e stringermela al petto, lui singhiozzava. La forza del suo dolore, la sua immensa purezza, mettevano a disagio le persone intorno a noi, i nostri amici e famigliari, i suoi soci e dipendenti. Le donne cominciarono a piangere, mentre gli uomini spostavano impacciati il peso da un piede all'altro.
E poi accadde qualcosa di strano. Il suo pianto mi fece uscire uno schizzo di latte dal seno gonfio e dolorante. Il latte pass attraverso le coppette assorbenti, bagn il reggiseno e and a disegnare degli aloni circolari umidi e ormai inutili sulla lana del maglione a collo alto.
Proprio quando pensavo che non sarei riuscita a sopportare un minuto di pi, quando capii che me ne sarei dovuta andare, subito, William arriv di corsa e si strinse intorno alle gambe di suo padre.
Pap disse. Pap, non piangere. Non piangere.
Oh, Dio mormor Jack. Prese il bambino in braccio e dondol avanti e indietro, tenendolo stretto a s. Pap  cos triste, Will. Pap  molto, molto triste.
William disse: Non essere triste pap. Perch io ti voglio bene. Ti voglio tanto tanto bene.
Soltanto i rabbini pi ortodossi pensano che un bambino di due giorni non sia una persona dico ora a William, cercando di essere paziente perch ricordo come  corso a confortare il padre. Noi siamo riformati e gli ebrei
riformati sanno che i bambini sono persone dal momento in cui vengono al mondo.
William ci riflette su mentre finisce la sua tazza di cioccolata.
Io penso di essere ortodosso dice.
No che non lo sei. Provo un tremendo bisogno di picchiarlo.
In realt non sei nemmeno ebreo. Perch tu sia ebreo deve esserlo anche tua madre, che invece fa parte della Chiesa episcopale.
Sono met episcopaliano e met ebreo ortodosso.
Andiamocene dico.
Fuori ha smesso di piovere. Alzo il braccio e un taxi si ferma all'istante. Il Dio del mio figliastro episcopaliano ed ebreo ortodosso ha fatto accadere un vero e proprio miracolo.
Apro la portiera del taxi e inizio a togliere il seggiolino dalla custodia.
Non voglio sedermi su un seggiolino per neonati protesta William.
Non  un seggiolino per neonati. Mi rendo conto con un senso di grande liberazione che non m'importa se questo bambino si siede sul suo maledetto seggiolino. Non m'importa se  protetto da una sicura a cinque punti o se ruzzola sul sedile posteriore dell'auto come una pallina del lotto dentro l'urna delle estrazioni.
Apra il bagagliaio ordino all'autista. Ci butto dentro
il seggiolino rialzato, che finisce accanto a una vecchia coperta dei New York Giants e a una scatola di bengala.
Sali in macchina ordino a William.
Sgrana gli occhi.
Sali!
Senza seggiolino?
Cos', all'improvviso vuoi il seggiolino?
No, no!
William  cos felice durante il tragitto in taxi che riesce a contenersi a stento.  inginocchiato all'indietro sul sedile
posteriore e guarda fuori dal lunotto. Fornisce una telecronaca a colori di quello che vede: ora abbiamo superato un acero, ora c' una donna con un grosso cane grigio, forse  un cane lupo russo, o forse un levriero scozzese. Io intanto sto seduta con la bocca chiusa, cercando di trattenermi dal gridare all'autista di fermarsi, in modo da poter mettere William al sicuro, protetto nel suo seggiolino rialzato, dov' giusto che stia.
Quando ci fermiamo di fronte al nostro palazzo e Ivan apre la porta, William balza fuori dal taxi.
Non ho pi bisogno del seggiolino rialzato! annuncia a Ivan.
Be', questa  una cosa fantastica, giovanotto dice Ivan arruffando i capelli di William con la mano inguantata.
Quando siamo soli in ascensore gli dico: William, se spifferi a qualcuno che ti ho lasciato andare in macchina senza il seggiolino rialzato, ti ci rimetto subito sopra. Ti faccio sedere sul tuo seggiolino fino a quando non avrai trent'anni.
Non puoi afferma il bambino.  sei o ventisei. Sei anni o ventisei chili.
 sei e ventisei dico. E tu sei molto magro. Ci vorr un bel po' di tempo prima che arrivi a pesare ventisei chili.
Ci vorranno anni...
William ci pensa su. Mentre apro la porta del nostro appartamento, sussurra con un vago sorriso da cospiratore:
Non lo dico a nessuno.
...
.
...
CAPITOLO 11.
...
.
...
Carolyn chiama la sera dopo. So gi che  lei appena squilla il telefono, dato che sono le dieci e Carolyn  l'unica persona che chiama cos tardi, oltre a Simon, ma  gioved sera e di gioved lui fa volontariato in una casa di riposo.
(Nonostante Simon sia una persona molto altruista, questo suo gesto non nasce dalla generosit; lo fa per incontrare degli uomini. Non dei moribondi, chiaro, non  cos fuori di testa. Semplicemente  convinto che, se si impegna abbastanza, arriver un momento in cui il bel figlio gay di qualche anziano ospite si rivolger a lui per trovare conforto al suo dolore.) Quando squilla il telefono Jack  sotto la doccia, e in un primo momento sono tentata di lasciar partire la segreteria telefonica, se non fosse che odio i messaggi che lascia Carolyn. Dopo il bip far una lunga pausa e poi, senza preamboli e senza presentarsi, dir: Jack, chiamami immediatamente.  chiaro che riconosciamo la sua voce, ma le costerebbe cos tanto dire Sono Carolyn? Capisco che accettare la mia presenza in casa dell'ex marito sia doloroso, ma mi secca il fatto che si comporti come se fosse lui l'unico proprietario della segreteria su cui lascia i messaggi.
Quello che mi d pi fastidio, per,  che non si tratta mai di qualcosa di urgente. La prontezza con cui Jack richiama non  mai giustificata, a prescindere dalla presunta crisi che pu averla prodotta.
'Fanculo dico a me stessa, e rispondo al telefono dopo il terzo squillo.
Pronto. C' la solita pausa.
Vorrei parlare con Jack, per favore. La sua voce  cos glaciale, cos meschina. Su UrbanBaby.com le donne, tutte, raccontano di quanto sia affettuosa e gentile, e di quanto ti metta a tuo agio in sala parto, trasmettendoti un senso di comprensione e sicurezza al tempo stesso. Mi chiedo, e non per la prima volta, se magari non ci sia un'altra ostetrica a New York che risponde allo stesso nome.
Come stai, Carolyn?
Come sto? Come credi che stia? Sto affrontando le conseguenze del tuo comportamento irresponsabile, quindi direi che non sto molto bene.
Quella piccola canaglia ha fatto la spia.
Io non lo definirei irresponsabile.
Ah, no? Non credi sia irresponsabile far prendere un'infezione respiratoria a un bambino?
Ti chiamo Jack.
Aspetta. Non ho ancora finito. Non so cosa tu abbia in mente, ma spero proprio che un giorno avrai un figlio e che uno sconosciuto lo porti in giro per la citt sotto un diluvio.
Magari allora ti farai un'idea di quello che sto passando ora.
Magari capirai cosa significa veder soffrire tuo figlio.
La tentazione  quasi irresistibile. Sarebbe cos facile.
Potrei dirle che ha ragione, che non capisco cosa voglia dire veder soffrire un figlio perch Isabel  morta nel sonno.
Sarebbe cos facile dire a questa donna orribile che darei qualsiasi cosa per riavere indietro mia figlia per un periodo di tempo abbastanza lungo da poterla mandare in giro sotto un diluvio con addosso un impermeabile verde smorto e un paio di stivali di gomma. Sarebbe bellissimo far sentire Carolyn in colpa e a disagio, farle quello che ha sempre fatto a me tutte le sante volte che abbiamo parlato al telefono negli ultimi due anni. Ma sono cos sollevata dal fatto che ce l'abbia con me solo per via della pioggia, e che
non sembri al corrente del seggiolino rialzato, per non parlare del dolcetto stracarico di lattosio, che mi limito a dire
Mi dispiace e porto il telefono in bagno. Jack ha finito di fare la doccia e si sta asciugando in piedi sul tappetino.
Gli passo il ricevitore.
 Carolyn dico.
Tiene il telefono in una mano e l'asciugamano nell'altra.
Resto in bagno e mentre ascolto la sua parte di conversazione faccio un disegno nella condensa che si  formata sullo specchio.
Ciao la saluta Jack.
Sento la voce di Carolyn, stridula e arrabbiata, ma non riesco a capire cosa dice. Disegno un cerchio, due occhi, un naso e una smorfia. Al posto dei capelli faccio degli scarabocchi che stanno dritti sulla testa della figura. Provo a disegnare uno stetoscopio ma non mi viene bene.
Guardo Jack. Ho dimenticato l'ombrello mormoro.
Emette un sospiro.
Mi giro di nuovo verso il disegno e lo guardo con occhio critico. Le mie limitate capacit artistiche non possono fare molto per migliorarlo, cos prendo l'asciugamano di Jack, lo piego in due e lo appendo al gancio.
Mi sembra che tu stia esagerando dice Jack al telefono.
Mi metto dietro di lui e guardo nello specchio da sopra la sua spalla. Nei punti in cui la faccia della mia Carolyn furiosa ha cancellato la condensa si intravedono frammenti di Jack.
Carolyn, lo sappiamo tutti e due che la scuola materna  un covo di batteri. Sei un medico. Sai che ha preso il raffreddore da qualcuno dei bambini e non perch  rimasto sotto la pioggia.
Allungo il braccio sopra la sua spalla e disegno una linea verticale sulla parte destra dello specchio. Uno a zero per mio marito.
S, gliene parlo. Sono sicuro che non accadr pi.
Cancello la linea con il palmo della mano.
Per un po' Jack rimane in silenzio. Poi: Credo che tu stia interpretando male la cosa.
Che cosa? dico muovendo solo le labbra.
Jack scuote la testa. Be', allora  lui che la interpreta male. E comunque che senso ha?  passato, ormai  successo.
Allora avevi detto che poteva venire. Ed era d'accordo anche lo psicanalista. Lo avevi chiamato e ti aveva detto che a William avrebbe fatto bene, che lo avrebbe aiutato a superare tutto.
Che cosa? ripeto.
Mi fa cenno di stare zitta alzando la mano. Percorro il suo corpo con lo sguardo. Dopo la doccia ha il pene ciondolante e floscio e i testicoli penzoloni. Lo prendo in mano, stringendolo con delicatezza. Lui mi afferra il polso e fa segno di no con la testa.
Lascio Jack nel bagno e vado a stendermi sul letto. Mi segue e si siede accanto a me, continuando a parlare con Carolyn.
Vanno avanti per quasi venti minuti, e prima che finisca la conversazione ho gi capito di che si tratta. Dopo aver passato la notte da noi William  tornato a casa con il raffreddore, e, tra uno starnuto e una ditata di muco sui mobili, ha raccontato a sua madre che io e lui abbiamo parlato di neonati e di funerali. Era turbato, o meglio, Carolyn ha deciso che era turbato e ha chiamato il suo terapeuta. Il
dottor Allerton le ha confermato che, col senno di poi, partecipare al funerale di Isabel ha traumatizzato William, disturbando il suo fragile equilibrio gi sconvolto dal divorzio dei genitori. Carolyn  furiosa con Jack, e anche con me, per aver costretto William ad assistere alla sepoltura di Isabel nel cimitero di Linden Hill, tra i corpi di Flora Marley Moscowitz, nata il 17 agosto 1984, morta il 1 ottobre 1984, e di Sebastian Jacob Hillman Baum, strappato ai suoi cari
il giorno della sua nascita, il 6 Elul 5759.
La mattina in cui Isabel mor, Carolyn fu straordinaria.
Comprensiva e premurosa. Rispondeva in pieno alla descrizione che le donne su UrbanBaby.com hanno fatto di
lei. Quando Jack la chiam per dirle di Isabel, pianse. Disse che le dispiaceva immensamente, che non poteva immaginare come ci sentissimo; addirittura gli disse di porgermi le sue condoglianze. Fu lei a dare la notizia a William, e, a detta di tutti, fu molto brava: glielo disse in modo semplice, serio, lasciandogli lo spazio necessario per manifestare tutti i suoi sentimenti.
Le telefonate iniziarono quella sera stessa. Carolyn voleva sapere qual era l'entit del mio dolore. Perch il terapeuta di William si era raccomandato che il bambino non assistesse a manifestazioni emotive di intensit inadeguata. Mi persi questa telefonata perch in quel momento ero stesa sul letto, Simon da una parte e Mindy dall'altra, cercando di smettere di gridare dentro il cuscino. Ma mio padre origliava dalla cucina, e sent quello che Jack, troppo esausto, troppo prosciugato, troppo disperato, non riusc a nascondere. Pi tardi, davanti a un bicchiere colmo di scotch fino all'orlo, Jack raccont a mio padre quello che aveva detto Carolyn e, in un raro momento di distensione, mio padre raccont tutto a mia madre, che a sua volta lo rifer a me, maledicendo a denti stretti il brutale egoismo di Carolyn, mentre raccoglieva i fazzoletti di carta usati e buttati a terra intorno al letto e li gettava in un sacchetto per i rifiuti.
Non so quante volte Carolyn chiam nei giorni successivi, ma so che di tanto in tanto mi trascinavo per l'appartamento in cerca di Jack, e lo trovavo in cucina, oppure nel suo studio, sprofondato su una sedia, piegato sul telefono, a stropicciarsi distrattamente gli occhi mentre ascoltava quel grido di rimprovero venire dall'altro capo della linea.
Ci furono lunghe discussioni su che cosa le insegnanti avrebbero dovuto dire agli altri bambini; se William avrebbe dovuto andare, come ogni venerd, a lezione di piano;
se avrebbe potuto partecipare a una festa di compleanno la mattina del funerale; se sarebbe dovuto venire al funerale oppure no; se gli sarebbe stato permesso di partecipare alla veglia; se Jack fosse in
debito con Carolyn di un fine settimana perch quello, dopo tutto, non
era il nostro turno. A me in realt non importava che William venisse o meno al funerale oppure alla veglia, e una volta fui sul punto di dirlo a Jack.
Eravamo seduti in soggiorno, io ero rannicchiata sul divano e mi scaldavo le mani con una tazza di t che non stavo bevendo. In casa c'erano meno persone rispetto ai giorni precedenti, da quando era morta Isabel. Mio padre aveva fatto un salto in ufficio, le mie sorelle erano a casa a occuparsi dei figli. La madre di Jack era tornata in hotel per riposare un po'. Mindy era a casa con Daniel. L con me cerano solo Simon e mia madre.
Jack pass davanti alla porta del soggiorno, il telefono in mano, e mi fece un cenno alzando le sopracciglia, come a chiedermi come stavo, se il dolore era insopportabile o solo straziante.
Jack dissi.
Indic il ricevitore.
Jack! ripetei, con un tono di voce pi alto. Dille che non importa.
Emilia, tesoro. Non farlo disse mia madre.
Aspetta un secondo disse Jack, e copr il microfono con la mano.
Cosa c', amore? Ti serve qualcosa? Cosa ti posso portare?
Non farlo mormor mia madre, cos piano che la sentii solo io.
Socchiusi gli occhi gonfi e arrossati.
Amore?
Chiusi gli occhi. Niente. Non importa. Solo sbrigati, se ci riesci.
Jack annu. Soltanto un minuto.
Questa sera, dopo aver riattaccato, Jack sembra abbattuto, tutto il vigore della doccia  scomparso dal suo corpo asciugato a met.  seduto sul bordo del letto, spossato, senza parole. In qualche modo Carolyn  riuscita a trasformarlo
in un'anteprima di come sar da vecchio.  come se, disgustata dalla sua ricerca della giovinezza nel corpo di una donna pi giovane, avesse creato un fantoccio.
Ha trasformato Jack nella bambola voodoo del suo disprezzo, l'ha piegato cos tanto che il suo corpo ora incarna la contraddizione di base del nostro rapporto. L'ha trasformato in un vecchio.
Lo afferro per la vita e lo tiro sul letto, accanto a me, abbracciandolo e avvolgendolo con il mio corpo. Mi piace la sensazione di essere vestita mentre lui  nudo. Per certi versi mi sento potente, forte, addirittura pericolosa. Lo faccio stendere sulla schiena e gli salgo sopra, mettendomi a cavalcioni sulle sue cosce, premendo la spessa cucitura dei jeans contro il suo pene. Dondolo appena, e lo sento muoversi sotto di me.
Mi mette le mani sui fianchi. Adesso ti ecciti, Emilia?
No. Premo contro il suo corpo tanto da fargli male. Il suo viso si contrae in una smorfia di dolore.
Fammi un favore, tesoro dice. Quando piove, prendi un taxi.
Ho provato a prendere un taxi. Pensi che mi diverta a stare sotto la pioggia con un bambino di cinque anni? Non sono riuscita a trovarne uno libero.
E allora dovevi chiamare il servizio di taxi privato.
Ma guarda un po',  proprio quello che ha detto William.
Jack ride.  un bambino intelligente.
Io invece non rido. Trovare un taxi privato in un giorno di pioggia  altrettanto difficile. Comunque, sai una cosa, Jack? Se non ti piace il modo in cui porto a casa William dalla scuola materna, puoi andare a prenderlo tu.
Sai che non posso. Io devo lavorare.
C'era forse una leggera enfasi su quell'Io? Nascondeva una critica?
Vaffanculo dico.
Perch? Cos'ho detto?
Torner al lavoro. Ho solo bisogno di un po' di tempo.
Emilia, perch te la prendi con me? Non ho detto niente riguardo al tuo lavoro. Non mi interessa se torni a lavorare oppure no. Ho solo detto che non posso andare a prendere William perch devo lavorare. Ma se non vuoi pi andarlo a prendere, possiamo mandarlo a casa con Sonia, come abbiamo sempre fatto.
Assaporo il gusto delizioso di quelle parole. S, facciamo cos. Facciamo cos, perch io non voglio pi stare con lui.
Le assaporo, e ho la terribile sensazione che Jack se ne sia accorto.
Certo che voglio continuare ad andarlo a prendere
dico. Ho solo dimenticato il mio maledetto ombrello.
Cristo!
Jack contrae la mascella. Sta facendo uno sforzo notevole per rimanere calmo. Il suo terapeuta  preoccupato.
Questo lo dice Carolyn.
Non  una bugiarda, Emilia. Carolyn fa un sacco di cazzate, ma  fondamentalmente una persona onesta.
Mi chiedo se baciarlo a questo punto sarebbe troppo scontato. Chiss se l'evidente intenzione di manipolarlo e la triste gelosia espresse da un bacio dato in questo momento riuscirebbero a soffocare persino il piacere che Jack proverebbe a contatto con la mia lingua. Lo bacio sfiorandogli le labbra, tenendomi la lingua in bocca.
La sua mascella si rilassa e per un attimo sento le sue labbra ammorbidirsi sotto le mie. Poi: Il dottor Allerton pensa che Will possa avere un disturbo da stress postraumatico.
William non ha alcun disturbo da stress postraumatico.
Jack si sfrega gli occhi con le mani serrate a pugno.
Oddio...! Povero Will.
Sta bene, Jack. Will sta bene.
 la prima volta, in tanti anni, che uso quel diminutivo.
All'inizio, quando avevo conosciuto William, avevo
provato a chiamarlo con il nomignolo che gli aveva dato suo padre, un po' come quando provi un vestito strano nella tua boutique preferita, o un paio di scarpe insolite.
Chiss, magari questi zoccoli color cobalto mi stanno bene.
Magari sono sempre stata un tipo da sandali argentati, ma troppo tradizionalista o troppo codarda per scoprirlo. Usai il diminutivo Will una volta o due, ma non gli stava bene quando lo pronunciavo io. Ripresi a chiamarlo William, e
il nostro rapporto divent formale quanto un paio di banalissime dcollet nere.
Mi dispiace tanto, Emi. Mi dispiace perdere sempre le staffe in questo modo sospira Jack, asciugandosi gli occhi.
Mi fa scivolare via da sopra il suo corpo e mi cinge con un braccio.
Tu non perdi mai le staffe. Quando mai hai perso le staffe?
Non risponde. Mi alzo e mi spoglio, lanciando i vestiti sulla poltroncina nell'angolo della stanza.
Mi infilo sotto le lenzuola e mi giro verso di lui. Mi bacia i capelli, che da quando mi conosce sono sempre stati di una vivace tonalit rosso scuro che sembra naturale. 
lo stesso colore che avevano i capelli di Allison prima di diventare grigi, e ho sentito dire che  lo stesso identico colore di capelli che aveva sua madre, la prima moglie di mio padre. Le mie sorelle maggiori avevano quattro e sei anni quando la loro madre divorzi da mio padre, e non erano molto pi grandi quando le abbandon del tutto.
Dato che non sono cos sicura che ci si possa fidare della memoria di un bambino quando si tratta di ricordare con precisione i colori, soprattutto se la persona in questione evoca un carico notevole di emozioni, non so se i miei capelli siano davvero dello stesso colore
di quelli di Annabeth Giskin. Le uniche foto che le mie sorelle hanno
di questa donna risalgono alla loro infanzia e sono in bianco e nero, e quando Annabeth si rifece viva loro avevano ormai trent'anni e i suoi capelli erano bianchi gi da molto
tempo. A ogni modo, ho la pelle e le lentiggini di chi ha i capelli rossi, e ho sempre invidiato i ricci color ruggine di Allison finch non mi sono resa conto che potevo averli anch'io con un piccolo aiuto dei prodotti Bumble and Bumble. E cos sono rossa, e nonostante mi renda conto che  assurdo costruirsi una personalit sulla base di un colore che  frutto di una bottiglietta di tinta, rimasi a dir poco sorpresa quando Isabel nacque con dei capelli cos scuri.
Faccio scivolare la mano sulla pancia di Jack e lui geme, ma non di piacere.
Mi ferma la mano con la sua e dice: Tesoro, non riesco a credere a quello che sto dicendo, ma non penso di potercela fare, non stasera. Sono troppo sconvolto per William.
Ti dispiace?
Tengo la mano sotto il suo palmo, sul suo addome, facendo una leggera pressione per cercare delle tracce di carne flaccida. Certo mormoro, e sono sollevata, ma solo per un istante. Dopo tre mesi di deserto sessuale, sta rifiutando le mie avance? Dopo tre mesi di masturbazioni clandestine sotto la doccia quando pensa che io non lo stia guardando, mi allontana la mano?  la prima volta in due anni, da quando stiamo insieme, che Jack rifiuta il sesso.
Fin dal principio il sesso  stato uno dei punti fermi della nostra relazione, il fulcro attorno a cui ruota tutto il nostro equilibrio. Questo non significa che il nostro amore sia meno profondo o meno vero di quello delle coppie per cui la passione fisica non  importante. Abelardo ed Eloisa non si accontentarono di rimanere compagni platonici, di leggersi la Bibbia tra loro e di comporre poesie. Al contrario.
Sperimentarono le gioie della carne sui loro corpi virginali, sfidando i loro sovrani, rischiando la scomunica, e alla fine sacrificando i testicoli alla lussuria. Be', quelli di Abelardo almeno. E cos  stato tra Jack e me. Eccetto per la questione della verginit. E per la castrazione. E la scomunica.
Comunque, se William dovesse riuscire a convertirsi
all'ebraismo ortodosso, potrebbe sempre convincere i suoi compagni di Crown Heights a cacciarci dal gregge come punizione per avergli rovinato la vita.
L'importanza che io e Jack diamo al sesso ha senza dubbio qualcosa a che fare con il fatto che Carolyn rifiutasse di fare l'amore con lui. Lo teneva a distanza prima ancora che nascesse William, negandogli l'accesso a quel lungo corpo dorato che la libido ebraica di Jack desiderava cos ardentemente.
Erano sposati da due anni quando nacque William, e rimasero insieme per altri due, e di questi quattro anni Jack giura di ricordare tutte le volte, visto che furono pochissime, che avevano fatto l'amore. Non ne ricorda nessuna dopo la nascita di William, perch non ce ne furono. Dopo che lei era rimasta incinta non avevano pi avuto rapporti sessuali.
Carolyn non sopportava che lui le chiedesse di fare sesso, mi raccont Jack. Non sopportava lui. Diceva che lo faceva sembrare patetico. Quando gli chiesi perch lei si rifiutasse di fare l'amore, mi disse che dopo la nascita del bambino era esausta, esaurita dal lavoro e dal doversi occupare di William.
E prima? Prima, mi raccont Jack, lo trovava semplicemente ripugnante. Lo amava, disse Jack, ma c'era qualcosa della sua fisicit che la disgustava. Una volta aveva confessato che era la sua bassa statura. Era come uno scoiattolo, aveva detto Carolyn, che si muoveva velocemente sopra il suo corpo.
Molto tempo fa - dopo che Jack mi raccont queste cose
- all'inizio della nostra storia, quando lo interrogavo costantemente sul suo matrimonio, cercando di consumare i dettagli che facevano parte della sua vita, di diventare la depositaria di tutti i suoi pi intimi segreti, e anche di razionalizzare il nostro tradimento, gli leccai il corpo dalle caviglie fino all'attaccatura dei capelli. Mi sollevai su di lui, gli misi le braccia al collo e gli sussurrai all'orecchio che era l'uomo pi bello che avessi mai visto, che era forte, e potente, e cos sexy che mi eccitavo solo a vedere il suo nome
sulla carta intestata dello studio. Soltanto dopo, distesi sul letto spoglio, sudati ed esausti, i cuscini e le coperte dell'hotel gettati sul pavimento, gli chiesi perch l'avesse sposata, questa donna che non l'aveva mai desiderato.
Ci pens un attimo, poi alz le spalle. Ci amavamo.
Ora sono distesa accanto a lui, la mano sulla sua pancia, qualche centimetro sopra il suo pene afflosciato. Ho il terrore di essere diventata come Carolyn, fredda nei confronti del sesso, indifferente a mio marito, senza pi alcun interesse per quella passione che una volta significava tutto per me. Peggio ancora, ho il terrore che questa donna che provava cos poco desiderio per mio marito sia riuscita a far in modo che lui non desideri pi me.
Jack?
Cosa c'?
Prometto che non lo far pi stare sotto la pioggia.
Okay. Grazie.
Ti prometto che chiamer il servizio di taxi privato e ti prometto che non dimenticher mai pi l'ombrello.
Grazie.
Anzi, comprer dei cappellini di plastica abbinati, e anche degli impermeabili. Di quelli pieghevoli, che puoi tenere nella borsetta. Io e William ce li metteremo tutte le volte che c' anche solo la possibilit che piova.
Jack sorride in modo meccanico.
Vuoi che ne prenda uno anche per te? Saresti uno schianto con un cappellino da pioggia.
Certo, Emi. Prendimi un cappellino da pioggia.
Lo bacio dolcemente facendo guizzare la lingua tra le sue labbra. Poi: Cercher di fare la brava, Jack, lo prometto.
Lo so dice, e mi stringe tra le braccia.
...
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CAPITOLO 12.
...
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...
A fine settimana alterni, quando William viene a stare da noi, Jack non va in ufficio. Programma in modo maniacale la sua attivit di archiviazione, le conference call, le deposizioni e le udienze, in modo da liberarsi per le cinque del pomeriggio di un venerd s e uno no, quando deve passare a prendere William. Ma questo venerd, all'ora in cui dovrebbe essere gi nel corridoio del suo vecchio appartamento al numero 1010 di Fifth Avenue ad aspettare immobile e imbarazzato che suo figlio abbia messo tutto ci di cui ha bisogno nello zaino a forma di stegosauro, Jack  al George Bush International Airport di Houston.
Non capisco gli dico. Sei in Texas, com' possibile che tu sia rimasto bloccato dalla neve?
Non io.  l'aereo che  bloccato dalla neve. A Denver.
E non ce ne sar un altro prima di domattina. Devi andarci tu, a prendere Will.
Sono in taxi, sto attraversando il parco diretta in centro dove Simon e Mindy mi aspettano per andare al cinema.
Volevano che cenassi con loro, ma la cena presuppone una qualche conversazione e ho la mascella troppo contratta per parlare. In pi, questo pomeriggio al supermercato c'erano due donne incinte che si confrontavano la sporgenza dell'ombelico di fronte allo scaffale dei
formaggi d'importazione, e naturalmente ho pianto. Ho bisogno di stare al buio.
In che senso Vai a prendere William? Io non sono autorizzata ad andarlo a prendere. Non sono autorizzata a entrare nell'appartamento di Carolyn. Neanche a entrare nell'atrio del suo palazzo. Sono a malapena autorizzata a camminare sulla Fifth Avenue.
Non devi salire. Devi solo dire al portiere che sei l per William. Carolyn lo far scendere.
No che non lo far scendere. Andr completamente fuori di testa. Io sono la pazza irresponsabile che gli ha fatto prendere un'infezione respiratoria, ricordi?
Non la vedrai nemmeno. Non sono ancora le cinque.
A ogni modo le ho lasciato un messaggio per spiegarle cosa  successo.
Come se servisse a qualcosa. Di' a Sonia che lo porti a casa nostra.
 tutto il pomeriggio che cerco di rintracciare Sonia e Carolyn. Devi metterti il cuore in pace e andare l, Emilia.
Hai lasciato un messaggio in ambulatorio?
Certo. Le ho lasciato diversi messaggi. Non mi ha richiamato.
Ma sto andando al cinema.
Questa frase non merita risposte e infatti non ne riceve.
Faccio un ultimo, vile tentativo.
E se provassi io a chiamare Sonia? O Carolyn? Sono sicura che prima o poi riuscirei a mettermi in contatto con una di loro.
Emi, sono bloccato in questa cazzo di Houston, okay?
Torner a casa appena possibile. Domattina presto. Alle dieci. Mezzogiorno al massimo. Puoi farmi almeno questo favore? Puoi per cortesia andare da Carolyn, prendere William e portarlo a casa? Fagli vedere un DVD, se vuoi.
Prendi Microcosmos a noleggio.
William non ha il permesso di guardare la televisione.
Guardare la TV provoca ai bambini un disturbo da deficit di attenzione e li istiga alla violenza.
Emilia, ti prego! Da quando  morta Isabel, questo  il massimo livello di rabbia che Jack abbia mai raggiunto.
Mi eccita. Finalmente ho messo alla prova la sua infinita pazienza. Sono riuscita a turbare le sue amorevoli e inalterabili premure.
Mi dispiace dico. Lo vado a prendere. Certo che lo vado a prendere.
Per favore, non arrivare tardi.
In questa richiesta mi sembra di sentire l'eco della voce insistente di Carolyn.
Ci vado subito.
Ti amo, Emi.
Cambio di programma dico all'autista. Devo tornare indietro. All'East Side. Angolo tra Fifth Avenue e l'82esima.
Solo dopo aver riattaccato mi rendo conto che questo significa che Jack non sar a casa n stasera n domattina.
Come faccio ad affrontare un'intera mattinata con William? O, peggio, un'altra notte a letto da sola? In questo periodo prendo due sonniferi prima di andare a letto, e ho paura che siano troppi, o forse troppo pochi. Non posso rischiare di svegliarmi nel cuore della notte o, peggio ancora, alle prime luci dell'alba. Con tutti i sensi di colpa che porta con s. Era l'alba quando Isabel mor.
No, non  vero. Era l'alba quando mi resi conto che Isabel era morta.
Guardo gli alberi scuri del parco fuori dal finestrino del taxi, e ripenso a quell'unica notte in cui siamo stati una famiglia in casa nostra. Dopo tutto il fermento del trasportare la bambina dall'ospedale a casa, decidemmo di andare a letto presto. Mentre Jack cullava Isabel nella sedia a dondolo io feci una doccia e, sotto il getto dell'acqua calda, il mio seno dolorante e con i capezzoli irritati cominci a indurirsi. Quando uscii dalla doccia i seni erano diventati enormi, rotondi e ingombranti, sembravano palle da bowling coperte da uno strato di pelle sottile e trasparente.
I capezzoli erano lunghi e grossi come i miei pollici.
Credo che sia arrivato il latte gridai a Jack. E fa male!
Indossai la camicia da notte bianca di tela batista con le aperture per l'allattamento che mi aveva dato Allison e andai nella stanza di Isabel. Jack aveva infilato il mignolo tra le labbra della bambina. Mi sorrise. Cerano delle rughe intorno ai suoi occhi vellutati e incresp le labbra imitando perfettamente quelle della piccola. Bene, perch questa signorina ha fame disse. Vuole la sua mamma, e subito.
Su indicazione di Felicia non avevamo permesso all'ospedale di nutrire la bambina con il biberon. Da quando era nata non aveva avuto altro che un sorso di acqua zuccherata. Il latte che aveva bevuto veniva esclusivamente dal mio seno. Puro, preziosissimo colostro.
La presi dalle braccia di Jack e la riportai nella nostra stanza. Mi tolsi la camicia da notte, mi misi a letto, e la sistemai come mostrava l'opuscolo per l'allattamento che mi aveva dato Felicia, pronta per altre facili poppate come quelle che avevamo sperimentato in ospedale. Io e Isabel eravamo una coppia di poppata perfetta, cos a nostro agio, cos naturali e impeccabili, che Felicia ci aveva fotografato per il suo opuscolo a favore dell'allattamento naturale.
In quel momento, per, Isabel continuava a sbattere contro il mio capezzolo sporgente, si sforzava di stringere in bocca l'areola a forma di tamburo, e inizi a piangere.
Passai le tre ore successive passandola da un seno all'altro, sfogliando libri sull'allattamento, spremendo il latte con le mani per ammorbidire i tessuti del seno, lasciando messaggi disperati a Felicia e al centralino della Lega del Latte, facendo docce calde e tenendo premuti sul seno impacchi caldi e sacchetti di ghiaccio istantaneo. Isabel continuava a combattere con quelle sfere congestionate che una volta avevano fornito un rivolo di caldo conforto ma ora non facevano che torturarla. Erano diventate forti e minacciose, mammelle su cui sbattere la faccia e piangere,
e non pi seni morbidi da accarezzare e abbracciare, ai quali attaccarsi serenamente e nutrirsi. Alle undici piangevo ormai pi forte della bambina e all'una Jack era al telefono pronto a offrire 1000 dollari a una consulente per l'allattamento consigliata dalla Lega del Latte purch venisse immediatamente a casa nostra. Promise che sarebbe venuta la mattina seguente, e sugger un bagno caldo.
All'una e quarantacinque, dopo un bagno in cui il latte e le mie lacrime si erano mescolati all'acqua, Isabel si attacc al seno. Dieci minuti dopo stava ancora poppando e Jack disse: Credo che tu possa stenderti.
Parla piano sussurrai.
Eravamo seduti sul bordo del letto. Io ero piegata in avanti, e tenevo Isabel sollevata con il braccio sinistro. Con la mano destra tenevo il seno lontano dalle sue piccole narici.
Aveva le labbra ben aperte e distese e succhiava a ritmo, con un piccolo sussulto alla fine di ogni sorsata e uno scatto quando deglutiva. Restammo cos, immobili, per quasi venti minuti. Poi, all'improvviso, lei inarc la schiena, si stacc dal seno e cominci a urlare. La girai in fretta dall'altra parte e ripresi la stessa posizione al contrario;
questa volta la sorreggevo con il braccio destro. Si assest con un piccolo grugnito e riprese a poppare felice. Dopo qualche minuto mi spostai leggermente all'indietro, verso la testiera del letto, fermandomi ogni volta che la sentivo muovere o agitarsi.
Vuoi un cuscino sotto il braccio? mormor Jack.
Feci no con la testa. Mi piegai all'indietro con molta delicatezza finch non fui quasi del tutto distesa, Isabel accanto a me, raggomitolata nell'incavo del braccio, il suo peso sul materasso. Con la mano sinistra le tenevo il mio seno lontano dal naso, e, dato che ero inclinata su un lato, avevo il gomito sinistro per aria.
Sei sicura?
S, va bene cos sussurrai. Spegni la luce, credo che stia dormendo.
Quando mi svegliai erano passate tre ore. Isabel era nella stessa posizione, sul mio braccio destro, accoccolata vicino al mio corpo. Il braccio sinistro mi ciondolava sul fianco. La bambina si era staccata dal seno e aveva la bocca leggermente aperta. Nella luce fioca che veniva dalla finestra scorgevo appena la punta della sua lingua che sporgeva da una parte, arricciata come un minuscolo gamberetto rosa. Era ghiacciata. Le tirai su il piumone fino al mento e le strofinai una manina. Era rigida e cerea. Mi ricadde tra le mani. Scattai in piedi sul letto e le presi il mento tra il pollice e l'indice. Mi avvicinai alla sua bocca. Poi iniziai a urlare. So che non  possibile, ma ricordo di essermi ritrovata sopra il letto, vicino al soffitto, e mi guardavo urlare, guardavo Jack affiorare a fatica dal suo sonno pesante, ribaltare l'DVD, allungarsi sul letto per raggiungere e accendere la lampada sul mio comodino. Ricordo che era a quattro zampe sul letto, la sua bocca che copriva la bocca e il naso di Isabel. Pompava aria nei suoi polmoni mentre io ero inginocchiata accanto a loro, le mani sulla faccia, le unghie che scavavano solchi sotto gli occhi, la bocca spalancata in un grido di dolore che non riuscivo a sentire.
Jack cerc il telefono a tastoni, con una mano, continuando a respirare nella bocca immobile di Isabel. Chiam il 911 e mi pass il ricevitore. Non ricordo cosa dissi. Non so come sono riuscita a spiegarmi, ma in qualche modo capirono.
Credo che sia stato Ivan a farli entrare nell'appartamento, non sono sicura. Erano in molti, con uniformi diverse.
Poliziotti, paramedici. Ricordo addirittura dei vigili del fuoco. Ci fecero scendere dal letto con mani grandi ed esperte, e si raccolsero intorno alla nostra bambina. Uno di loro si pieg in avanti appoggiando un ginocchio sul materasso, e io fissai le suole spesse delle sue scarpe. Un pezzo di chewing gum rosa era incastrato tra le fessure del carrarmato.
Il paramedico che aveva pestato il chewing gum si alz
in piedi e ci disse: Mi dispiace molto, ma temo che se ne sia andata.
Tornai in alto, vicino al soffitto. Poi guardai gi, verso me stessa, e pensai, con una curiosit spassionata, quasi analitica: quando mi sono rimessa la camicia da notte? Ed  proprio vero che quando una persona  colpita da un dolore insopportabile crolla a terra. Guardai me stessa stesa sul tappeto della camera da letto, la camicia da notte attorcigliata intorno alle gambe. Sul viso di Jack c'era un'espressione particolare: sopracciglia increspate, bocca stretta in una smorfia di perplessit. Avrei ricordato quell'espressione molte volte, nei mesi a venire; un'espressione di cui avevamo anche parlato nelle rare occasioni in cui il ricordo di quell'alba grigia sembrava tollerabile. Quando Jack ci pensava - talvolta sosteneva di ricordarsela e altre invece di non averne la minima idea - diceva che era il volto di un uomo sbalordito, incapace di comprendere la catena di eventi che aveva portato a quell'esito cos assurdo. Dicevo sempre che gli credevo;
era naturale che fosse sbalordito. Ma per me quello era inequivocabilmente uno sguardo di accusa, uno sguardo che diceva: come hai potuto lasciare che accadesse? O addirittura: Emilia, cos'hai fatto?
Appollaiata lass in cima alla stanza guardai Jack crollare in ginocchio e accogliermi sul suo grembo. Vidi le sue labbra formare il mio nome, pi e pi volte.
Non riuscivo a udire alcun suono.
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CAPITOLO 13.
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Le livree dei portieri dell'Upper East Side sono pi sontuose di quella di Ivan: il tessuto della giacca  pi rigido, la doppia fila di bottoni di ottone lucidata in modo pi accurato, la passamaneria dorata gira pi volte intorno all'imbottitura delle spalle. Chiss se Ivan aspira a una posizione degna di tanto splendore. Magari ha inviato il curriculum a tutti i condomini di questa zona e sta solo aspettando la chiamata che lo porter a prestare servizio sul lato pi elegante del parco.
Il portiere di Carolyn apre la portiera del taxi e io scendo dall'auto. Non mi dirigo verso l'enorme portone d'ingresso camminando. Mi trascino. Tremo all'idea di entrare in questo edificio, anche se so che con molta probabilit Carolyn  al lavoro. Mi si stringe lo stomaco al pensiero di mettere piede nel territorio che ha marcato con il suo profumo acre.
A met del vialetto d'ingresso il portiere mi tocca la spalla. Signorina dice. Sta cercando William?
Temo proprio che per Ivan non ci siano speranze. Non ha quell'inflessione irlandese che qui fa la differenza.
Scusi?
 venuta a prendere il piccolo William Woolf?
Uhm, s.
William e Sonia la stanno aspettando al parco giochi Three Bears. Sulla 79a. Poco oltre il Metropolitan.
Che cosa?  buio e fa freddo, e il sole sta tramontando.
Guardo l'orologio. Sono le cinque meno cinque.
La stanno aspettando al parco giochi.  soltanto a quattro isolati da qui.
Perch non mi hanno aspettata qui nella hall?
Il portiere fa spallucce, si sistema tra me e il portone dell'edificio e capisco che non ha alcuna intenzione di farmi entrare. Chi gli avr detto che rappresento un possibile pericolo, un rischio per l'elegante palazzo che difende con la sua uniforme da generale? All'improvviso, e proprio perch mi  vietato, provo una voglia irrefrenabile di entrare nell'edificio, e valuto la possibilit di fare irruzione, di scartare il portiere e fiondarmi nell'ingresso, staccare una foglia da una delle palme in vaso o rubare il men da asporto di un ristorante cinese come prova della violazione messa a segno. Invece lo ringrazio e percorro in fretta l'isolato.
Attraverso la strada, decisione che si rivela subito stupida, dato che mi ritrovo a dover schivare la folla di turisti assiepata davanti al Metropolitan Museum. Mentre danzo un insofferente passo a due con un gruppo di adolescenti che, chiss per quale motivo, hanno aspettato di raggiungere il bordo del marciapiede per indossare sciarpe e cappotti, mi convinco che chiunque indossi una maglietta con su scritto Rebel Rebel sia tutto tranne che un ribelle. Finalmente riesco a passare facendomi largo a spintoni.
Sono le cinque mi informa William.  seduto su una panchina, accanto a Sonia, con lo zaino a forma di dinosauro sulle gambe e il seggiolino rialzato vicino ai piedi, nella custodia. Il parco giochi chiude alle cinque. Venire qui adesso  contro la legge. Potrebbero arrestarci.
L'immagine di William che viene trascinato via con le manette ai polsi  cos appagante e ridicola che quasi mi viene da sorridere. Non arrestano le persone perch rimangono nel parco dopo le cinque ribatto.
S che lo fanno.
Prima di tutto, William, non potevo fare altrimenti. Il
taxi mi ha lasciata davanti a casa tua dove, se proprio vogliamo essere precisi, era previsto che ti venissi a prendere.
Sono corsa qui il pi in fretta possibile. Seconda cosa, guardati intorno. Questo parco giochi  pieno di bambini e mi sembra che nessuno di loro stia per essere arrestato.
Li indico col braccio a sostegno della mia tesi. Il parco giochi Three Bears  uno dei pi patetici di Central Park.
C' la statua dei tre orsi e, su una superficie antiurto, una vecchia struttura per arrampicarsi. C' una sabbiera con uno scivolo di metallo e una scala che non porta da nessuna parte. I bambini che giocano qui non sembrano teppistelli, ma non danno nemmeno l'impressione di divertirsi granch.
Avresti dovuto chiamare il servizio di taxi privato. Loro avrebbero aspettato puntualizza William.
Sospiro. William, non tutti possono avere una macchina privata con autista sempre a disposizione. Non tutti possono permettersi di saltare da una parte all'altra della citt in un'auto di lusso.
Sonia fissa un punto in lontananza, dietro la mia testa.
Il suo volto rimane inespressivo, ma il suo disgusto  cos palese che  come se avesse storto la bocca. Sonia sa, come
lo so io, e come sa anche William, che possiamo permetterci di tenere alle nostre dipendenze un servizio di taxi privato. Possiamo permetterci di saltare da una parte all'altra della citt cambiando una limousine dopo l'altra.
Jack  socio del quinto studio legale pi importante della citt; uno dei pi grandi e affermati degli Stati Uniti. Certo,  un socio giovane, ci nonostante il suo onorario  probabilmente tre volte quello di mio padre.
Chi voglio prendere in giro? L'ipocrisia della mia improvvisa parsimonia  evidente anche per un bambino di cinque anni. Certo, i miei genitori avrebbero avuto a disposizione pi soldi se mio padre non avesse speso gran parte del suo tempo alle prese con la sua libido insaziabile,
ma comunque in vita mia non ho mai conosciuto il bisogno.
Condividere un miniappartamento con altre due ragazze nell'East Village e mangiare spaghetti cinesi per cena tre volte a settimana - come cameriera ero troppo scarsa per riuscire a mantenere un lavoro pi di due mesi di fila - non si pu considerare un sacrificio. Dall'espressione controllata di Sonia si capisce invece che lei la miseria l'ha conosciuta eccome. Non so se sia mai andata a letto tormentata dai morsi della fame, ma sono sicura che qualsiasi difficolt l'abbia spinta a farsi seimila chilometri per finire al freddo in questo miserabile parco giochi al tramonto sia ben peggiore del ritrovarsi con il cellulare bloccato per non aver pagato la bolletta o dell'osservare la commessa del negozio di scarpe Otto Tootsi Plohound che ti taglia la carta di credito mentre aspetti i risultati dell'esame di ammissione alla facolt di giurisprudenza.
Vai a giocare dico a William.
Come?
Sei in un parco giochi. Vai a giocare.
Non voglio giocare. Fa troppo freddo. Ed  buio.
Non sentirai pi freddo se cominci a muoverti. Guarda, nessuno degli altri bambini ha freddo. Sono tutti troppo indaffarati a giocare.
Nel parco ci sono pi bambini di quanti mi sarei aspettata di trovare a un'ora cos tarda, e il loro modo di giocare ha un che di disperato, di frenetico, come se stessero cercando di spremere ancora qualche momento dal grigiore di quella giornata. William sospira come se lo stessi mandando a estrarre carbone dalle viscere di una miniera del West Virginia, e non ad arrampicarsi su una struttura a spirale della Fifth Avenue. D il suo zaino a Sonia, e con le mani infilate nelle tasche del cappotto, trascinando gli stivali nel fango, si incammina verso una zona lontana dal gruppo di bambini, fermamente deciso a non volersi divertire.
Mi siedo nel posto che ha lasciato libero. Il suo piccolo fondoschiena  riuscito a scaldare la panchina pi di quanto avrei creduto possibile.
Odio i parchi giochi dico.
Come, scusa? chiede Sonia.  in procinto di andarsene, ma si ferma quando comincio a parlare.
I giardinetti. Li odio. Adesso. Cio, da quando  morta Isabel. Isabel era la nostra bambina.
Sonia si rimette a sedere. So che Isabel  il nome di tua figlia.
Credo che le comprer un libro di grammatica, cos potr imparare pi tempi verbali.
Intreccia le dita coperte dai guanti. Sono molto belli, di pelle color mattone, con l'interno in pelliccia. Ma non di coniglio.  visone, o castoro rasato. Per la pelle sulla punta delle dita  pi scura e le cuciture sono sfilacciate, il che mi fa pensare che siano guanti smessi da Carolyn.
Sonia aspetta un attimo prima di dire qualcosa, e quando lo fa avverto che ha scelto di restare a parlare con me, di intrattenere una conversazione che va oltre ci che viene considerato imprescindibile o auspicabile dalle regole base del galateo. Dice: Perch adesso odi i giardinetti?
Espiro sonoramente e con la mano indico i giochi e le altalene, che nell'oscurit si intravedono appena. Tutti questi bambini. Soprattutto i neonati. Mi fanno sentire la mancanza di Isabel.
I neonati ti rendono triste.
Non solo triste. E come se... Mi interrompo e guardo una donna che tiene una neonata sul fianco mentre infila in fretta un altro bambino dentro a un passeggino doppio.
La neonata indossa una tuta da neve imbottita, cos spessa e stretta che le gambe sembrano piccole salsicce. Agita le braccia a pi non posso e la madre la fa dondolare su e gi mentre lega l'altro bambino nel passeggino.
Provo una gran rabbia dico.
Provi rabbia quando vedi i neonati?
S, insomma. Mi viene da chiedermi: perch questi bambini sono vivi e invece la mia bambina  morta?
Guardo il viso rotondo della neonata con la tuta da neve.
Ha le guance molto rosse, screpolate dal freddo. Ma non odio i bambini. Odio le mamme.
William! esclama Sonia. Restituisci il gioco al bambino.
Dall'altra parte dell'enorme sabbiera riesco a malapena a distinguere William, chino accanto a un bimbo piccolo, che avr s e no due anni. Il bambino  l seduto, impotente, mentre William sta facendo qualcosa con il suo bulldozer giallo.
Probabilmente lo sta aggiustando dico a Sonia.
Sa che non deve toccare i giocattoli degli altri bambini
sentenzia. William!
William mette gi il bulldozer e si alza in piedi. Accarezza il bimbo sulla testa e si sposta in un'altra zona del parco giochi.
Credo che le persone sono sempre tristi e arrabbiate quando succede qualcosa di terribile dice Sonia.
Pu darsi ammetto.
Io credo che hai un altro bambino e allora non odi pi le madri. Perch poi sei una madre e non odi te stessa. Non vuoi che il tuo nuovo bambino muore.
Questo, credo,  il massimo che confider a Sonia. Ben pi di quanto abbia mai confidato alla maggior parte della gente. Sono in pochi a sapere di questa mia rabbia.
Mindy sa cosa provo nei confronti delle mamme, perch lei prova esattamente la stessa cosa. Una volta ho detto a Jack che avrei voluto che al posto di Isabel fosse stato portato via un altro bambino. Quello che non ho detto a nessuno  che non riesco a pensare di avere un altro figlio.
Non voglio un altro figlio, proprio perch quello che dice Sonia non  vero. Io vorrei che il mio nuovo bambino morisse, se questo potesse in qualche modo restituirmi Isabel.
Se un baratto tanto grottesco fosse possibile, se ci fosse un
Satana col suo forcone con cui poter stringere un patto, metterei al mondo e ucciderei anche mille bambini, se questo servisse a restituirmi Isabel.
Alzo lo sguardo e mi trovo davanti William. Il cartello dice che il parco chiude al tramonto. Il tramonto  gi passato da un bel po'.
Va bene dico.  meglio andare.
Ciao, William. Ci vediamo luned. Dammi un bacio.
Sonia gli stampa un bacio sulla guancia, e lui lo accetta con molta pi docilit di quando sono io a baciarlo. Ho paura che William sia molto pi sensibile di quanto lo creda capace.
Sa che l'affetto di Sonia, per quanto severa possa essere,  sincero, e quindi risponde con affetto. Temo che percepisca il sottofondo di rancore che c' nei miei sentimenti, ed  per questo che si irrigidisce quando lo abbraccio.
O forse  solo perch Sonia gli piace pi di me.
William si infila lo zaino sulle spalle e guardiamo Sonia che lascia in fretta il parco. La seguiamo a debita distanza.
Svolta per la Fifth Avenue.
Dove va Sonia? chiedo.
A prendere la valigia. Non le piace portare i bagagli al parco perch poi deve tenerli sempre d'occhio e non pu giocare con me.
Ma doveva solo accompagnarti. Non c'era tempo per giocare.
Immaginavamo che saresti arrivata in ritardo.
Sai, William dico mentre aspetto che il semaforo diventi verde, liberando cos un altro flusso di auto nella nostra direzione, non ero proprio in ritardo. Sono corsa appena tuo padre mi ha chiamata. E voi non stavate giocando.
Eravate seduti su una panchina.
Ho fame dice William.
Non cede di una virgola, questo bambino. Che ne pensi di un gelato? propongo. Ti va una bella coppa di gelato per cena? Con il caramello caldo? Sei mai stato da Serendipity?
 il migliore. Hanno delle coppe grandi cos. E
cioccolata calda shakerata col ghiaccio.
William scuote la testa. Sono intollerante al lattosio.
Oddio! Devo essermene dimenticata.
Vuol dire che sono allergico ai latticini. Il gelato  un latticino. Potrei sentirmi molto male, se mangio il gelato.
Oh, be'. Allora mi sa che dovremo tornare a casa e guardare cosa c' nel frigo. Magari c' qualche avanzo di cibo cinese o roba del genere.
Si ferma un taxi. Apro la portiera e lancio dentro il seggiolino rialzato. William mi passa sotto il braccio e sale a bordo. Prima di lasciarmi dire all'autista dove andiamo, William si gira verso di me, con un'espressione insolita sul viso.
Emilia, secondo te  possibile che da Serendipity facciano anche i gelati senza latticini? domanda. Credi che possano avere un tipo di coppa gelato senza latte?
Mi rendo conto che l'espressione insolita che c' sul suo viso, quella che non riconosco,  speranza.
Non lo so ammetto. Provo disgusto per me stessa. Sono cos meschina, e William  solo un bambino. Ma sar punita a dovere per la mia crudelt. Non c' altro posto in tutta New York dove ci siano pi neonati, bambini e adolescenti di quanti se ne trovino in fila fuori da Serendipity
il venerd pomeriggio alle cinque e mezza. E non c' neanche una possibilit su un milione che abbiano gelati senza latticini.
Vada sulla 60a, tra Second e Third Avenue ordino all'autista.
Abbiamo dei frapp arcobaleno dice la cameriera.
Quelli hanno i latticini. I frapp hanno il latte. William sta rasentando il panico.  in ginocchio sul cuscino della sua sedia di metallo lavorato, i gomiti appoggiati sull'elegante tavolo in stile vittoriano, le mani ben aperte sul menu appiccicoso. Abbiamo aspettato quasi un'ora al
freddo per poterci sedere a questo tavolo e William  disperato.
Ha passato tutto il tempo a dissertare sui vantaggi della cioccolata calda e delle coppe gelato senza latticini, mentre io facevo i miei esercizi di respirazione yoga e cercavo di non fissare le famiglie in fila assieme a noi. Ho provato un incredibile sollievo quando la direttrice di sala ha annunciato che i passeggini non erano autorizzati dentro il locale e la coppia dietro di noi ha preso il passeggino da jogging con dentro la bambina di quattro mesi ed  partita alla ricerca di lidi pi ospitali. Tutto di quella bambina mi ricordava Isabel. Non sopportavo di averla cos vicina.
Sono sicura che William non si sia accorto n dell'annuncio n del mio sollievo; era troppo preso da una discussione a voce alta con se stesso, in cui si domandava se il non essere riuscito a smuovere l'intestino quel giorno fosse un sintomo di stitichezza troppo chiaro per arrischiarsi a mangiare una banana split.
Credo che prender un frullato dice William, quasi piangendo. Anche tu prendi un frullato?
Lui prende una cioccolata calda shakerata con ghiaccio
ordino. E una banana split. Doppia dose di nocciole.
Non posso, Emilia. Sono intollerante al lattosio. Potrei stare molto male. Ha il viso pallido e tirato. Sembra stare gi molto male.
Ora  il momento giusto per dirgli che non  intollerante al lattosio, che una volta ha mangiato senza alcun problema una grossa fetta di torta alla ricotta, che sua nonna, la madre di Jack, farcisce regolarmente la torta salata che prepara per lui con formaggio Munster e groviera e poi mente dicendogli che si tratta di formaggio di soia. Lei non crede a questa storia dell'allergia al latte pi di quanto ci creda io. Ma non trovo il coraggio. E allora dico: Qui da Serendipity hanno il Lactaid. Sai quella medicina che prendi per l'intolleranza al lattosio? La cospargono sulla cioccolata calda shakerata e sulle coppe gelato. Mi giro verso la cameriera, una donna di mezza et con un
grembiule a volant. Non avete il Lactaid in polvere? So che costa di pi, ma non importa, sono pronta a spendere.
La cameriera scuote titubante la testa e io le sorrido, sperando che stia al gioco, che accetti la mia dubbia autorit, che mi aiuti a ingannare questo bambino perch decida di rischiare un mal di pancia immaginario in cambio di un'ora di beatitudine. Perch, a prescindere da quello che pensa William, sono convinta che il piacere del caramello caldo, del gelato, della panna montata e della crema sia di gran lunga superiore agli improbabili rischi dei suoi presunti disturbi.
Mia madre non  convinta che il Lactaid sia efficace
commenta William.
Fidati gli dico.
Questa richiesta impossibile pesa enormemente sulle sue piccole spalle.
Che tipo di gelato? chiede la cameriera.
William?
Uhm, cioccolato?
Puoi scegliere tre gusti continua la cameriera mentre tamburella impaziente con una matita sul block notes.
Cioccolato, stracciatella e biscotto dico. Cosa te ne pare?
William annuisce.
Mi rivolgo alla cameriera: Per favore, dica allo chef di tritare il Lactaid molto fine, cos non si sentono i granelli nel gelato.
Bene dice. E per lei?
Io prendo una coppa di gelato al caramello con pezzetti di cioccolato alla menta. E un caffellatte con latte scremato.
Dopo che la cameriera se n' andata, William domanda:
Perch ti preoccupi di mettere il latte scremato nel caff se poi prendi gelato e panna montata?
William mangia tutta la sua cioccolata calda shakerata con ghiaccio e quasi tutta la banana split. Lecca il cucchiaio
da una parte e dall'altra, usa le dita per raschiare il caramello che si  infilato nelle venature del piatto di vetro, e usa la cannuccia per tirare su il gelato sciolto con la forza di un aspirapolvere. Si china cos tanto sul bicchiere lungo e sottile da appannarlo con il fiato che gli esce dal naso. Mi rendo conto che  la prima volta che passo un periodo di tempo cos lungo in compagnia di William senza sentirlo parlare. Di solito stare un'ora con lui  come assistere alla lezione universitaria di un professore in miniatura.
Ora, a parte il sibilo nasale del suo respiro, il risucchio del liquido nella cannuccia e lo schiocco della lingua sul lungo cucchiaio di metallo, William  completamente muto.
Per la prima volta provo un senso di benessere in sua presenza. Mangio il gelato e bevo il caffellatte, e lo guardo mentre crema e caramello gli gocciolano sulla camicia di piquet. Alla fine la preoccupazione per il suo intestino ha la meglio sulla sua ghiottoneria e cos lascia le banane in una pozza di gelato sciolto in fondo alla ciotola a forma di mezzaluna. Me le offre cortesemente, ma io le rifiuto con altrettanta cortesia.
Quando ha finito, quando le sue guance sono sporche di panna e di creme dai vari colori e la sua pancia sporge come un piccolo tamburo rotondo, ce ne andiamo. Mentre aspettiamo un taxi in piedi all'angolo della strada, William infila la mano nella mia. Mi si irrigidisce il palmo e mi tremano le dita. Mi rendo conto che alle sue mani ho messo guanti, cerotti, le ho lavate, ma non le ho mai tenute tra le mie. Afferro le sue piccole dita morbide e le stringo forte.
 stato fantastico sospira William.
Questo  un altro segreto dico. Come il seggiolino rialzato.
Alza lo sguardo e mi lancia un'occhiata d'intesa. Affare fatto.
...
.
...
CAPITOLO 14.
...
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...
Il mattino seguente, non appena Jack arriva dall'aeroporto, siamo di nuovo su un taxi, diretti a casa di Allison per la festa di compleanno della mia nipotina. Voglio bene ai miei nipoti, ma di solito evito la compagnia di mia sorella e della sua famiglia. Anche se i giudizi che esprime non sono tanto insopportabili quanto quelli di Lucy - Allison  pi onesta e le sue intenzioni sono sempre buone -, il fervore religioso con cui vive i propri ideali pu risultare fastidioso. Inoltre  arrogante, e anche se Jack mi fa notare che questo  un tratto caratteristico della famiglia Greenleaf, sono convinta che Allison sia pi insopportabile di me, per il semplice fatto che lei non ha ereditato da mio padre quell'umorismo autolesionista che, invece, io coltivo con tanta assiduit. O almeno lo spero. A cosa serve tutta questa autocritica se non per mitigare un egotismo altrimenti stomachevole?
William non  mai stato a casa di mia sorella a Carroll Gardens.
Cosa ancora pi sorprendente, sostiene di non aver mai messo piede, nemmeno una volta, nel distretto che ha dato i natali al ristorante Lundy's, alla torta Charlotte e ai Brooklyn Dodgers, scomparsi ormai da tempo e maledetti, sebbene ancora amati e rimpianti. Mentre lasciamo Manhattan gli dico che se uno non  mai stato dall'altra parte del ponte di Brooklyn pu dirsi a malapena newyorkese.

Brooklyn non  proprio New York chiarisce.  seduto sul sedile posteriore del taxi, tra Jack e me, e non mostra alcuna conseguenza dei bagordi di lattosio della sera prima.  nel suo seggiolino rialzato, al quale, con mia gradita sorpresa, si  fatto agganciare senza alcuna protesta. A quanto pare ha preso il nostro patto molto sul serio.
Jack interviene: Conosco circa due milioni e mezzo di persone che avrebbero qualcosa da ridire sulla tua affermazione, mio caro.
Ma quando la gente dice New York intende Manhattan.
Se si riferiscono a Brooklyn allora devono dire
Brooklyn. E lo stesso vale per il Queens o il Bronx o Staten Island, o il New Jersey.
Il New Jersey non  un distretto di New York dico.
Lo so, Emilia fa William. Non sono un bambino stupido.
So che a New York ci sono solo cinque distretti. Ma a volte anche tu dici di essere di New York. Mentre in realt sei del New Jersey. New York significa Manhattan.
Non Brooklyn. E di sicuro non New Jersey.
Jack sbruffa cercando di trattenere una risata e indica fuori dal finestrino.
Guarda dice. Se ti volti indietro, puoi vedere dov'erano le torri.
Non posso voltarmi indietro per colpa del seggiolino rialzato ribatte William. Poi mi lancia un'occhiata complice.
Ma non importa, perch sono contento di stare sul mio seggiolino.  molto sicuro. Sei anni e ventisei chili, questa  la regola.
Gi, ventisei chili dico. Sarai alle superiori, per allora, ma non importa.
William ride sotto i baffi.
Che cos'avete da sghignazzare, voi due? Jack mi vede condividere una battuta con William, e il macigno che lo schiaccia da pi di due anni improvvisamente mette le ali, si stacca dalla sua schiena e vola fuori dal finestrino del
taxi, e lui fluttua ad almeno un palmo dal rivestimento plastificato del sedile.
Mi allungo oltre William e strofino il naso contro la faccia di Jack.  un segreto sussurro, e bacio la barba ruvida sulla sua guancia da rasare.
Il sorriso di Jack  cos ampio che le pieghe del viso sono dure e contratte sotto le mie labbra.
Il tavolo della cucina di Allison  imbandito con decine di ciambelle, zuppiere di ceramica smaltata piene di formaggio fresco, pesanti vassoi di salmone affumicato, piatti colmi di polpa di diversi tipi di pesce. Ci sono pomodori, cipolle rosse e capperi. Ci sono svariati piatti di pasta multicolore, salse da spalmare e pasticci che non riconosco, che presumo provengano dalle famiglie con la pelle scura assiepate nel soggiorno. Il gruppo di amici di Allison  sempre rigorosamente assortito e multietnico.
Prende i nostri cappotti, ci consegna in cambio dei piatti e ci spinge verso il buffet. Dovete provare il riso al cocco con il pollo dice. L'ha fatto Marybeth Babalalu ed  assolutamente squisito. Allison indica una donna bianca dal viso giallastro che indossa un abito lungo fino al polpaccio, nero, verde e giallo, di tessuto kente, con una fantasia di rombi e frecce. Ha un altro pezzo della stessa stoffa avvolto intorno ai capelli. Pende, formando una torre alta e instabile, leggermente sbilanciata in cima. Suo marito, che ha la pelle di un nero violaceo e una piccola cicatrice rosa sotto un occhio, della stessa identica tonalit del suo carnoso labbro inferiore, indossa pantaloni di cotone ben stirati e una camicia bianca button-down.
William, sei diventato un gigante! esclama Allison.
Prendi qualcosa da mangiare e poi vai gi nel seminterrato.
Emma  l con tutti gli altri bambini.
Emma, la figlia di Allison, ha nove anni.  al terzo anno delle scuole elementari di Carroll. Naturalmente si tratta
di una scuola pubblica. Lennon, il figlio di Allison, si diploma quest'anno alla Stuyvesant High. Mia sorella si era tormentata per un po' quando Lennon aveva deciso di fare domanda presso una scuola superiore tanto richiesta.
Allison  contraria alla pratica dell'instradamento scolastico, che suddivide le classi in base alle capacit degli studenti.
 convinta che stigmatizzi quelli che non hanno la fortuna di possedere un'intelligenza facilmente quantificabile e avvantaggi in modo ingiusto le classi medio-alte.
Lennon, comunque, desiderava moltissimo andare a scuola dall'altra parte del fiume con il suo gruppo di amici, e il punteggio che ottenne al test di ammissione fu tra i pi alti della citt. Suo padre, al quale di solito non viene concessa la possibilit di interferire con le decisioni della Non-ancora-incarica-ma-futura-prossima-giudice-Greenleaf, ha preso le parti del ragazzo. Allison non dovr affrontare la stessa crisi con la figlia. La povera Emma ha un ritardo dell'apprendimento, e deve sforzarsi molto anche per i compiti a casa pi semplici. Lo scorso anno, durante la Pasqua ebraica, dopo il terzo bicchiere di vino e in un raro momento di insicurezza materna - se non di disperazione -
Allison mi ha confessato di essere preoccupata che la bambina non impari a leggere, che i suoi deficit si rivelino permanenti, che possa non essere mai in grado di muoversi anche nell'ambiente accademico di livello pi basso.
Mia sorella  fermamente decisa a combattere le sue paure.  rappresentante dei genitori della classe di Emma, e la maggior parte degli adulti presenti a questa festa di compleanno, come Marybeth e Olatunji Babalalu, sono appunto genitori dei compagni di classe della bambina.
Lucy non  venuta. Questo fine settimana il figlio minore  impegnato in una partita di hockey a Lancaster, in Pennsylvania, e lei l'ha accompagnato. Allison mi informa che Lucy nutre grandi speranze nell'allenatore di hockey, padre divorziato di due dei ragazzi che giocano nella squadra.
Da quando ha divorziato, qualche anno fa, Lucy  riuscita
a lavorarsi due allenatori di calcio, un tutor per gli esami di ammissione all'universit e un insegnante di scienze della Terra.
William non vuole scendere con il resto dei bambini. 
in piedi accanto a me e suo padre e mangia dei triangoli di pita con hummus di un colore fin troppo vivace mentre Jack parla del pi e del meno con Ben, il marito di Allison.
Ben mi  simpatico, anche se mi ricorda un uovo.  calvo e rotondo, e ha la pelle liscia e costellata di macchie. Anche la sua personalit fa pensare a un uovo. E difficile legare con Ben, entrare in confidenza o capire se quello che stai dicendo ha un qualsiasi effetto su di lui. Allison sostiene che i suoi clienti lo adorano, soprattutto i giovani afroamericani, perch vedono in lui uno spirito affine.
Trovo molto difficile credere che un ragazzino nero di sedici anni con i pantaloni larghi calati cos in basso da impedirgli quasi di camminare abbia qualcosa in comune con Ben, comunque voglio concedere a mio cognato il beneficio del dubbio.
Come va il lavoro? chiede Ben a Jack.
Bene risponde Jack. Non parla mai del suo lavoro con Allison e il marito. Non perch si vergogni di essere un avvocato civilista in ambito commerciale. Jack non accetta che Allison lo consideri uno strumento dell'establishment industriale. Non dovrei criticare mia sorella. Come ho detto, lei  l'incarnazione dei suoi principi. Da quando si  laureata in giurisprudenza fa l'avvocato nei casi di interesse pubblico e rappresenta solo i pi poveri. Prima ancora ha fatto un anno di volontariato nel Burlna Faso, a scavare pozzi. La famiglia di Allison mangia cibi biologici, in parte provenienti dal loro orto; hanno il termostato impostato su 170 e lei non guida la macchina. Non posso mettermi a cavillare sul modo in cui mia sorella vive la sua vita, ma il suo sguardo di sdegno quando Jack aveva descritto per la prima volta il suo lavoro mi aveva fatto venir voglia di sbatterle in faccia un vassoio di spaghettini freddi
conditi con salsa di soia. Mio padre aveva invitato Lucy, Allison e Ben a cena in un ristorante cinese perch incontrassero l'uomo con il quale stavo per andare a convivere, l'uomo che avevo intenzione di sposare - come avevo detto a pap - non appena il suo divorzio fosse stato definitivo.
Credo che Jack si aspettasse una certa diffidenza da parte della mia famiglia, ma probabilmente pensava che il motivo sarebbe stato la differenza di et, o il fatto che, quando ci siamo incontrati, lui era gi sposato. Non immaginava che sarebbe stato a causa dell'atteggiamento di Allison, per la quale qualsiasi avvocato che non consacri la sua vita a difendere i meno privilegiati  come se avesse venduto l'anima al diavolo. Io e mio padre non facciamo eccezione, s'intende. Avrei dovuto avvertirlo, ma ero cos presa da lui che l'idea che qualcuno potesse non trovarlo cos perfetto non mi era neppure passata per l'anticamera del cervello.
Allison accolse il resoconto dell'ultimo caso di Jack, un'acquisizione finita in tribunale, con un sorriso sarcastico e una palese manifestazione di disgusto.
Dissi: Come mai le uniche persone per le quali fare soldi  immorale sono proprio quelle che hanno sempre sguazzato tra i soldi?
Emi, stai calma disse Jack.
No, tesoro, non ti preoccupare continuai. Allison, sei cos maledettamente ipocrita! Be', vuoi sapere una cosa?
Jack non ha avuto un'infanzia come la nostra. Non  cresciuto in una bella casa spaziosa del New Jersey. Non ha mai preso lezioni di equitazione. Per un breve periodo, quando aveva circa dodici anni, Allison aveva avuto il desiderio di diventare un fantino. Jack  cresciuto a Yonkers, in una casa trifamigliare che suo padre si  visto portare via dal fisco quando lui era al secondo anno di liceo.
Ha studiato alla State University of New York - la SUNY - New Paltz, perch l il college era gratuito, e ha vinto una borsa di studio alla Columbia Law School. Manda
soldi a circa duecento cugini siriani, ha comprato casa a Boston sia alla madre sia alla sorella, e paga pi alimenti per suo figlio di qualsiasi altro padre divorziato di tutta New York. Quindi lascialo in pace, Allison. Lascialo in pace, cazzo.
Jack fissava il piatto, rastrellando con i bastoncini cinesi A mucchietto di riso che conteneva.
Il lavoro che facciamo  il riflesso del mondo che vogliamo
fu il commento di Allison.
Basta cos, ragazze intervenne lui. Era seduto dall'altra parte del tavolo, di fronte a me, e da sopra il piano portavivande stracolmo di salsa di soia, tubetti di senape e vassoi traboccanti di pietanze intravedevo le sue mani tese a mo' di supplica. Questa  una cena di famiglia, non una tribuna politica.
Con Allison tutto  una tribuna politica replicai. E
se hai il coraggio di dire che anche il privato  politico lo ammonii, vengo l e ti infilo i gamberetti gi per il collo della camicia!
Risero tutti, facendo finta che avessi scherzato, e per il resto della cena ci comportammo come se non fosse successo nulla, come se pochi minuti prima non avessi umiliato il mio fidanzato tirando in ballo le sue credenziali proletarie quasi fossero un motivo d'onore, una carta vincente nell'eterno gioco della famiglia Greenleaf a far sentire gli altri inferiori. Jack ormai non parla pi del suo lavoro con nessuno di loro, a eccezione di mio padre, e solo quando il resto dei miei parenti non  presente.
Jack dice: E tu, Ben? Hai avuto dei casi interessanti, di recente?
Un caso di stupro. Forse l'avrai letto sul giornale. Sembra che alla vittima sia stato tagliato un dito.
William,  ora che tu vada gi a giocare con gli altri bambini grida Allison dall'altro lato della stanza. Il piano di sopra  riservato agli adulti, adesso. Allison ha dei poteri magici; riesce a sentire nei minimi particolari qualsiasi
conversazione avvenga tra le mura di casa sua. Deve essere frustrante averla come madre.
Non voglio andare di sotto protesta William.
Su, Will dice Jack. I bambini sono tutti l. Ti divertirai.
Lennon viene verso di noi attraversando lentamente la stanza, mandato senza dubbio dalla madre.
Ciao, William dice. Ti ricordi di me?
S risponde William. Sei Lennon, come John Lennon.
Esatto, amico. Sei un po' troppo piccolo per conoscere John Lennon.
Ogni tanto mio padre mi porta a Strawberry Fields.
Grande!
Non mi piacciono i Beatles.
Forse non hai ascoltato le canzoni giuste. Nessuno ti ha mai fatto sentire Imagine? Lennon mi strizza l'occhio.
Ce la sta mettendo tutta, questo ragazzo di buoni sentimenti.
 fantastica. Lennon canta Imagine all the people, living for today... con una voce sorprendentemente intonata.
William ribatte: Imagine non  una canzone dei Beatles.
John Lennon l'ha scritta da solo.
Vai di sotto con Lennon dico. Se non ti diverti, puoi tornare su.
William chiude gli occhi, serra le labbra in una linea sottile e poi annuisce. Segue Lennon oltre la porta ad arco e
li guardiamo allontanarsi. Sono divisi da appena dodici anni, questi due, eppure  come se appartenessero a specie diverse. Lennon  enorme, intorno al metro e novanta, e se suo padre  l'uovo, allora lui  il pulcino, con ginocchia nodose e piedi piatti e palmati. I capelli soffici come piume si ribellano alla corazza di gel blu acceso, le braccia sono lunghe ali che si agitano ai lati del corpo, ed  come se la loro misura lo sorprendesse cos tanto da non riuscirne a controllare i movimenti improvvisi. Inoltre, mentre Lennon,
che  molto pi grande, sembra ancora incompiuto, i contorni leggermente sfumati dalla crescita e dal cambiamento, la piccola forma di William ha un che di rigido e definito, come se fosse sempre stato di questa misura, come se avesse sempre avuto questo aspetto e intendesse mantenerlo per il resto dei suoi giorni.
Dopo la discesa di William nelle pericolose viscere della stanza dei giochi, Ben ci racconta del processo, del suo cliente al limite del ritardo mentale, della vittima che secondo Ben si  mutilata il dito indice da sola mentre tagliava a pezzi un pollo. Ci racconta questa storia con il solito misurato distacco, come se stesse parlando di una monotona e inutile partita dei Mets, giocata quando la squadra ha ormai perso da tempo ogni speranza di vincere il campionato. Mi domando se Ben abbandoni lo stile laconico quando  di fronte ai membri di una giuria, o se  proprio questa pacatezza a convincerli cos spesso ad assolvere i suoi clienti.
Ben chiama Allison dall'altra parte della stanza, ho bisogno che tu faccia un salto al supermercato.
Lui con un dito si sistema gli occhiali sulla faccia da uovo e annuisce distrattamente, continuando a raccontare i suoi tentativi frustranti di convincere il giudice ad autorizzare l'utilizzo di fondi per pagare un esperto di automutilazione.
Subito, tesoro insiste Allison.
Ben scatta sull'attenti.
Ti sei dimenticato i dolci al latte di riso gli dice in tono di rimprovero.
Latte di riso?
Per i bambini che non possono mangiare il gelato.
Non preoccuparti per William fa Jack. Manger solo la torta di compleanno. Ce abituato.
Non essere sciocco dice Allison con la sua voce stentorea.
Ci sono altri bambini che hanno problemi con il lattosio.
Ho delle cose al farro per chi  allergico al grano, e voglio
qualcosa con il latte di riso per chi  allergico ai latticini. Ben, devi andare subito se vogliamo tagliare la torta alle 12,30.
Ben va verso la porta. Mentre si avvolge una pesante sciarpa viola intorno al collo tozzo, chiede a Jack: Non  che hai voglia di venire con me? Di fare una passeggiata fino al supermercato?  solo a pochi isolati da qui.
Certo acconsente Jack.
Sto per seguirli quando Allison dice: Emilia, vieni, ti presento Lizbet. Sua figlia Fiona ha l'et di William. Anche Lizbet e Angela, la sua compagna, vivono nell'Upper West Side.
Jack mi fa l'occhiolino dall'altro lato della stanza e se la svigna. Io mi avvicino controvoglia per essere presentata a una versione leggermente pi giovane di mia sorella.
Lizbet ha gli stessi capelli ricci e grigi di Allison, la stessa espressione giudiziosa e compassionevole.
Lizbet ha iscritto Fiona alla scuola pubblica dice Allison.
Speriamo di rientrare nel programma con la doppia lingua aggiunge Lizbet. Dopo otto anni i bambini sono perfettamente bilingui. Hai gi iscritto anche William? O
lo mandate alla... A questo punto si interrompe e storce le labbra su quelle parole, come se fossero troppo aspre per essere pronunciate senza fare una smorfia. Alla scuola privata?
Non siamo noi a decidere rispondo. La madre di William non lo farebbe mai e poi mai avvicinare a una scuola pubblica.
 un tale peccato dice Allison con voce addolorata, come se le dispiacesse veramente per William. E per me.
William  un bimbo cos dolce, ma credo che in lui si vedano gi gli effetti di un'educazione iperprotettiva. Quando un bambino cresce circondato solo da persone che appartengono alla sua stessa razza e classe socio economica, non ci si pu aspettare che sia sensibile alla diversit.
Per l'amor di Dio, Allison. Va alla scuola materna della
92a Y dico. In classe con lui ci sono bambini neri e asiatici. La diversit  una delle loro prerogative.
Conoscere persone ricche di tutti i colori non significa sperimentare la diversit.
Non tutti sono ricchi l.
Voi s.
Non proprio ribatto. Ma certo che siamo ricchi. Di sicuro pi delle altre persone presenti in questa casa. Di sicuro pi di quanto avrei mai immaginato.
Olatunji Babalalu, che sta ascoltando la nostra conversazione, mi rassicura. Le scuole private possono essere meravigliose. Io stesso ho frequentato la Bishop Pertteerson
Comprehensive Secondary School, a Mbosi.
Riesco a evitare di rispondere grazie ai tonfi provenienti dalle scale che dal seminterrato portano al piano di sopra.
Compare Lennon, sudato e con il viso rosso. Emilia!
grida. Ti conviene scendere subito di sotto!
Cos' successo? William sta bene? Attraverso la stanza di corsa, scansando il tavolo della cucina e facendo quasi cadere una donna con un sari verde mela.
Scendo i gradini due alla volta, con Lennon alle calcagna.
In fondo alla scala, nel seminterrato che mia sorella ha trasformato in una stanza per i giochi con cuscinoni per sedersi, un'orribile moquette color pesca, e uno stereo antiquato
- ma naturalmente senza TV, videoregistratore o qualsiasi altro oggetto possa inquinare la mente immacolata dei suoi figli -, trovo una decina di bambini accalcati sotto uno striscione con scritto FELIZ COMPLEANOS, EMMA.
Dov'? grido. Dov' William?
Mia nipote, che si sta succhiando l'estremit di una delle sue trecce rosse, indica un divano di gommapiuma. 
nascosto dietro il sof.
Afferro un lato del divano e lo sollevo, pensando di dover usare tutta la mia forza per smuoverlo, ma  cos leggero che vola via dal muro e finisce in mezzo alla stanza, verso il gruppo dei bambini, che si disperdono strillando.

William  raggomitolato sul pavimento, la testa nascosta sotto le braccia incrociate. Capisco subito cos' successo,  tremendamente ovvio. L'odore  soffocante.
Oh, no, William dico. Ti sei fatto la cacca addosso?
Lui si raggomitola in un nodo ancor pi stretto.
Stavamo giocando alle belle statuine interviene Lennon.
Mi si  avvicinato e si capisce che sta cercando di respirare con la bocca. Parla con voce nasale. Era stato toccato, e secondo me aveva paura di muoversi o qualcosa del genere. Deve essere stata una cosa improvvisa perch un minuto prima stava benissimo e poi... non saprei. L'aveva gi fatta.
Mi inginocchio vicino a William e, facendo del mio meglio per non soffocare dal fetore, gli allungo una mano incerta.
William. Ehi, William. Stai bene?
Il suo gemito  attutito dalle braccia chiuse sulla testa.
Oh, William. Perch non hai detto a Lennon che dovevi andare in bagno? Non avrei dovuto dirgli questo, lo so ancora prima che lui inizi a singhiozzare, ma io qui sono davvero allo sbando. Non so come affrontare questo genere di situazioni, n l'imbarazzo di William.
William, andiamo a prendere dei vestiti puliti, okay?
Okay, tesoro?
Vattene via!
Mi chino per tirarlo su, ma mi fermo, le mani sospese all'altezza dei suoi pantaloni color cachi, nel punto in cui si sta allargando una macchia scura e pestilenziale.
Lasciami stare! grida. Voglio la mamma. Voglio subito la mamma.
Certo,  naturale che voglia Carolyn. Lei saprebbe cosa fare.  suo figlio, parla la sua lingua, lei non ha bisogno di simulare una reazione materna. Le mie capacit di interpretazione e decodificazione, a malapena adeguate quando tutto fila liscio, falliscono miseramente quando William si sente umiliato e sta male. Quando ha davvero bisogno di una madre, un facsimile non basta.
La tua mamma non  qui, tesoro sussurro.
Pap! urla.
Il pap  uscito un secondo. Per comprare i dolci al latte di riso. Oh, no! Mi rendo conto che  stata tutta colpa mia. Il gelato. Ha avuto un terribile attacco di diarrea a causa del gelato. Ci sono solo io, William. Sono la sola, qui. Ma ti posso aiutare, tesoro. Ti posso aiutare.
Non ti voglio! Tu non sei la mia mamma! Voglio la mia mamma! Voglio subito la mia mamma! Si allontana da me con uno scatto, scalciando come se stesse pedalando il pi forte possibile. Con una pedata mi colpisce dritto allo stomaco. Emetto un grugnito e cado in ginocchio, piegata dal dolore all'addome.
William, ti prego dico. Tesoro, vieni con me. Hai la cacca nei pantaloni e devi cambiarti i vestiti.
Ti odio! strilla William. Ti odio!
Fammi provare dice Allison, con delicatezza. Non l'avevo nemmeno notata, ma ora capisco che probabilmente  scesa dietro di me, e deve aver assistito a tutta la scena assieme al resto degli ospiti l radunati. Mi invita a farmi da parte. Si inginocchia accanto a William, e accarezzandogli i capelli gli si avvicina e gli sussurra qualcosa all'orecchio. All'inizio lui scuote la testa e continua a piangere, ma dopo qualche minuto comincia a calmarsi.
Alla fine, con un sospiro rotto e tremante, si scioglie dal nodo in cui si era stretto e si alza in piedi. Allison lo prende per mano e lentamente escono da dietro il sof.
William evita di proposito di incrociare il mio sguardo.
Si aggrappa ad Allison mentre salgono le scale. Io li seguo a ruota.
Arrivati di sopra Allison si volta verso di me e mi dice:
Lo porto su e gli faccio un bagno veloce. Perch non rimani qui? Torniamo subito.
 tutto a posto dico. Me ne occupo io.
No! grida William, appoggiandosi a mia sorella.
Non voglio Emilia. Voglio te!
Ci penso io dice Allison. Guida William verso le scale che portano al secondo piano. Emilia, puoi farmi la gentilezza di preparare la torta? Le candeline sono nel cassetto vicino al fornello.
Mentre salgono le scale Allison incrocia il mio sguardo e con le labbra forma le parole Non preoccuparti. Facile a dirsi, per lei.
Gli altri ospiti hanno ormai ripreso a chiacchierare, anche se c' qualcosa di studiato nell'attenzione che non mi stanno prestando. Una donna mi sorride con aria comprensiva, ma tutti gli altri evitano di guardarmi negli occhi.
Mentre sto sistemando le candeline sulla torta, nove per celebrare gli anni della vita di Emma e un'altra per quello che verr, Ben e Jack ritornano. Mi sto preparando per raccontare a mio marito quello che  successo quando sento il suo passo leggero salire le scale di corsa.
...
So che non dovrei provare sollievo per aver evitato il compito di raccontare la vergogna e la rabbia di William, ma  cos.
Porto la torta nel soggiorno e la metto al centro del tavolo.
Qualche minuto dopo Allison scende; ha i vestiti di William stretti in un fagotto.
Li prendo io dico.
Te li metto in una borsa.
La seguo in cucina. Infila i vestiti in una borsa della spesa e la chiude con un nodo stretto. Me la consegna e si lava le mani.
Sta bene? chiedo.
S,  tutto a posto. Si  solo spaventato. Ha avuto un attacco di diarrea. Era molto imbarazzato, e gli altri bambini hanno peggiorato la situazione mettendosi a ridere. Emma gli scriver una lunga lettera di scuse.
Non ce n' bisogno.
E invece s.
Per un istante faccio dondolare la borsa con le dita. 
colpa mia se ha la diarrea.  intollerante al lattosio e gli ho fatto mangiare del gelato.
Perch l'hai fatto?
Perch non credevo che fosse veramente allergico.
Pensavo fosse solo una delle assurdit di Carolyn. Avanti, dimmi che sono una persona orribile.
Sospira con impazienza. Non sei una persona orribile, Emilia. Sei immatura ed egocentrica, ma non sei una persona orribile.
Caspita, grazie.
Cosa c'? Vuoi che ti dica delle bugie?
No. Hai ragione. Arriccio il naso. Dalla borsa di plastica arriva il fetore dei vestiti di William. Mi odia.
No che non ti odia.
Ha detto che mi odia.
Non ti odia sul serio. E un bimbo triste e confuso. Tutto qui. I bambini della sua et non provano sentimenti come l'odio. Quella  una cosa da grandi.
Lo so. So che hai ragione. E invece ha torto. Credo che sottovaluti William. Credo che lui sia perfettamente in grado di provare tutti i sentimenti che provano i grandi, compreso l'odio.
Vieni dice Allison, spingendomi fuori dalla porta della cucina.  l'ora della torta.
Mentre attraversiamo il ponte di Brooklyn, la voce di William incrina il silenzio opprimente che c' dentro il taxi. Odio Brooklyn dichiara.  la prima cosa che dice da quando lui e Jack sono scesi dopo il bagno. Sotto il cappotto invernale indossa una salopette di Emma, arrotolata fino alle caviglie, e una T-shirt bianca.
Nessuno di noi due risponde.
Si vede il posto dov'erano le torri gemelle dice.
Bene risponde Jack.
William fissa lo spazio vuoto all'orizzonte.
Emma ha nove anni dice. Quasi il doppio di me. Il
doppio di cinque  dieci. E nove  soltanto uno meno di dieci.
S, esatto.
E non  nemmeno capace di leggere!
Okay, Will dice Jack. So che sei arrabbiato e in imbarazzo, ma non c' bisogno che tu dica delle cattiverie su Emma.
Io ho solo cinque anni e riesco a leggere dei libri interi.
William! esclama Jack. Ti ho detto di smetterla.
 stupida.  una bambina stupida.
William!
Non  stupida, William intervengo. Ha solo dei problemi con la lettura.
E che differenza c'? chiede lui.
Jack accarezza William con il palmo della mano. Basta, Will. Fai il bravo, ora.
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CAPITOLO 15.
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Quando arriviamo a casa, sulla segreteria telefonica c' un messaggio di Simon. Visto che gli ho dato buca la sera prima, ho voglia di andare con lui e Mindy a una matine oggi? Lo richiamo subito accettando l'invito. Non sopporto l'idea di trascorrere il resto della
giornata con William e il suo sguardo accusatore davanti agli occhi. A
Jack racconto che  evidente che lui e suo figlio hanno bisogno di passare del tempo da soli. Cerco di non mostrarmi troppo sollevata per la sua mancanza di obiezioni.
Dopo il film, io, Simon e Mindy finiamo in un ristorante indiano sulla East Sixth. Simon finge di essere stato trascinato contro la sua volont. Ha soprannominato questo quartiere la zona della diarrea, e pilucca il suo vindaloo brontolando perch tutti i locali indiani usano un'unica cucina, cucina che l'autorit sanitaria ha dichiarato non a norma.
Ho sentito tanti discorsi sulla diarrea da averne abbastanza per un bel po'. Questa  vecchia, Simon.  la tipica battuta di chi viene da fuori Manhattan. Vedi quell'uomo? e indico un signore tarchiato con i capelli scuri che gli si arrampicano sulla testa e scendono gi dal colletto della camicia come muschio su un tronco.
Ha raccontato la stessa storiella stasera mentre attraversava l'Holland Tunnel.
Non essere cos snob, Emilia dice Simon. Tu vieni dal New Jersey.
S, vengo dal New Jersey ma accetto New York. Accetto il Bombay Palace. Mangio di gusto il mio pollo tikka masala e non mi lamento per un paio di scarafaggi o per qualche caso sporadico di salmonella.
Simon alza gli occhi al cielo ma so che  felice. Ho visto lui e Mindy stringersi rapidamente la mano in segno d'intesa mentre stavamo venendo qui dopo il cinema, quando ho dichiarato di avere appetito e di aver voglia di cibo indiano.
Mindy infilza l'ultimo, duro e tiglioso pezzetto di pollo.
Lo sapevate che il tikka masala non  per niente indiano?
 stato creato dagli indiani che abitavano in Inghilterra perch i loro clienti non riuscivano a reggere le spezie e gli aromi delicati della vera cucina indiana. C' dentro del ketchup, o della zuppa di pomodoro. Non ricordo quale dei due.
Raccolgo quel che resta della salsa con un pezzo di nan bruciato. Il tikka masala  fatto con il concentrato di pomodoro
dico. E aromatizzato con cardamomo, curcuma, cumino, noce moscata e, credo, macis. E se  stato creato dagli indiani allora  indiano, a prescindere dal motivo per cui l'hanno inventato.  come dire che la pizza non  veramente italiana.  una cosa che non sopporto.
Sono stata in Italia. La gente laggi mangia pizza in continuazione. E pasta. Come se il fatto che Marco Polo rub gli spaghetti ai cinesi significhi chiss cosa. Gli involtini primavera sono cinesi. La pasta  italiana. Fine della storia.
Il piacere con cui Simon e Mindy accolgono la mia sanguigna invettiva sull'origine dei vari alimenti  cos grande che quasi mi stupisce non vederli balzare in piedi, prendersi per mano e ballare la bora intorno al tavolo. Pensano che Emilia, notoriamente testarda, pungente e sempre nevroticamente attenta a dare di s l'impressione di una donna
tagliente e spiritosa, sia tornata quella di sempre. Non si rendono conto che farei qualsiasi cosa, intratterrei conversazioni argute e brillanti fino al punto di far appannare i loro occhi per la stanchezza, terrei in equilibrio piatti colmi di riso basmati e agnello roganjosh, fingerei che l'effigie del dio Ganesh appesa sopra la cassa non sia esattamente come quella stampata sulla piccola
T-shirt che avevo comprato per Isabel quando ero incinta di soli sei mesi al bazar indiano di Park Slope, vicino a casa di Mindy; farei qualsiasi cosa, pur di farli restare con me tutta la sera, pur di tenermi lontana da quell'appartamento, da quel prodigioso bambino dai mille talenti, capace di farmi sentire una persona orribile e di ricordarmi tutte le volte che pu che non solo non sono sua madre, ma che non sono la madre di nessuno. Farei qualsiasi cosa pur di tenermi alla larga dal posto dove lui  vivo e lei non  altro che un ricordo congelato, rigida e fredda, la lingua arricciata all'angolo della bocca, il respiro chiuso per sempre nel suo piccolo stomaco.
Secondo me dovremmo andare a ballare propone Mindy.
Non essere ridicola risponde Simon, e le d un calcio sotto il tavolo. Ha le gambe cos lunghe che nel colpirla lo fa traballare e una ciotola di salsa viola si rovescia sul piano di vetro.
Alla faccia della discrezione dico, e appoggio il tovagliolo sulla macchia perch non si allarghi. I tovaglioli sono rosa, di un incredibile tessuto di poliestere idrorepellente.
Mi sembra un'idea magnifica. Andiamo a ballare.
Simon scuote la testa. Non vuoi andare a ballare sul serio, Emilia.
E invece s. Quello che voglio  proprio andare a ballare.
Non possiamo dice, e si rivolge a Mindy con uno sguardo eloquente. Lei spalanca gli occhi con finta ingenuit e batte le ciglia appesantite da una generosa dose di mascara.
Certo che possiamo dico.
Non abbiamo gli abiti adatti.
Non fare il cretino. Sei in jeans e T-shirt nera. Se anche rimanessi per quattro ore davanti all'armadio, alla fine sceglieresti di mettere esattamente questo. Poi, per quanto mi riguarda... Primo: non mi importa niente del look. Secondo: ho una T-shirt sotto il maglione nel caso dovessi avere caldo. Mindy, come al solito,  vestita da rimorchio. A proposito
le chiedo, come ha reagito Daniel alla minigonna di pelle rossa? Non ha pensato che eri un tantino vistosa per il cinema?
Fa spallucce.
Siamo belli continuo. Siamo splendidi. Facciamo fuoco e fiamme. Andiamo a ballare.
Simon incrocia le braccia sul petto. Scuote la testa e rivolge a Mindy un'occhiataccia collerica.
Cosa c'? domando.
Mindy si avvolge l'involucro della cannuccia intorno a un dito, bloccandone la circolazione fino a farlo diventare rosso in punta e bianco vicino a dove  legata la striscia di carta. Un sorriso fa capolino agli angoli della sua bocca.
Che cosa succede? insisto.
Non possiamo andare a ballare, Emilia dice Simon con la voce tenera di una mamma che parla al suo bambino, la stessa voce con cui mi parlava nei giorni successivi alla morte di Isabel.
Perch no? chiedo.
Perch Mindy  incinta.
Oh faccio io. Che razza di persona  una che invidia questa gioia alla propria amica? Una che nega alla propria amica il diritto di provare un momento di beatitudine dopo due anni di frustrante attesa? Una che a malapena si trattiene dal ricordarle le tre volte in cui si  abbandonata alla felicit per poi ritrovarsela sparsa sulle mutande, rovesciata sul pavimento del bagno, raschiata via e gettata in un secchio dell'immondizia dell'ospedale?
Questo significa che non devo venire con te al Cammino della Memoria? dico.
No, non devi venire con me al Cammino della Memoria
mi risponde Mindy. Cio, pensavo di andarci comunque, e pu darsi che vada a quello di ottobre. Ma non credo di volerci andare questo mese. Sono un po' superstiziosa a riguardo. Non voglio fare progetti.
Bene dico, perch io non ho mai voluto venire.
Sei sempre stata piuttosto chiara, in proposito.
E comunque niente discoteca, stasera.
Ma io voglio andare a ballare dice Mindy. Ho provato a stare a riposo. A non fare esercizio fisico, o le scale, a non correre e a non camminare. Ma il bambino lo perdo anche se sono stesa a letto, immobile. Stavolta voglio tentare un approccio diverso. Voglio provare con il ballo. Voglio provare a saltare sulla pista finch non sar tutta sudata, roteare finch non mi gira la testa, ballare fino allo sfinimento, e vedere che cazzo succede. Chi lo sa, magari questo rimane attaccato.
Io e Simon ci scambiamo un'occhiata. Lui scuote la testa ma alza la mano come a volersi arrendere. Stasera all'Opaline c' Misstress Formika dice. Non puoi dire di aver vissuto se non ti sei fatto vedere almeno una volta all'Area
10009.
L'Opaline  una specie di caverna che pulsa di musica elettronica; i neon sono tubi di luci stroboscopiche color pastello che si muovono su corpi turbinanti, scuri e illuminati da flash fosforescenti. I cubisti ballano sul bancone;
sono tutti maschi tranne un'unica donna che indossa copricapezzoli con delle nappine e pantaloni leopardati. Ritagli di chiappe delle sagome dei ragazzi. Pettorali lucidi e unti d'olio in una canottiera bianca strappata da mani avide.
I maschi in pista ci inghiottono dentro la loro nebbia, e sembrano noncuranti del fatto che io e Mindy siamo le sole due donne nel locale a eccezione della cubista e di qualche lesbica stravaccata sulle panche con i capelli lisciati all'indietro e il rossetto scuro.
Balliamo insieme, tutti e tre, The i'th dei Fisherspooner nel remix di Felix Da Housecat. Io e Mindy ci stringiamo a Simon con i fianchi, schiacciandolo come una salsiccia in un panino troppo piccolo, finch un uomo con una zazzera di capelli neri come la fuliggine lo trascina via, un uomo tutto acconciatura, piercing al capezzolo, e, ahim, un occhio allenato a riconoscere la solitudine, la voglia di lasciarsi illudere, la disponibilit di Simon a slacciarsi la cintura nel retro di un club dell'East Village senza chiedere nulla in cambio se non un numero di telefono scarabocchiato su un pezzo di carta, molto probabilmente il numero della drogheria coreana sulla 57a Ovest. Io e Mindy balliamo da sole finch lei non appoggia le mani sui fianchi e mi urla: Sono sfinita. Vado a prendere un bicchiere d'acqua.
Annuisco e faccio per seguirla ma lei mi ferma. No, tu rimani. Ti stai divertendo grida.
Continuo a ballare da sola, girando in tondo, ma ora che non ci sono i miei amici accanto a me mi rendo conto che fa caldo, e che mi manca Jack. Ruoto pi lentamente e vorrei essere a casa, nel mio letto, a trascorrere la serata come faccio di solito, distesa accanto a mio marito, a pensare a mia figlia e ad autocommiserarmi. Non che queste serate in casa mi divertano. Anzi, sono deprimenti e noiose. Tuttavia, quel dolore ormai familiare mi provoca una sorta di piacere, lo stesso che si prova a tormentare la crosticina dura e spessa di una ferita, oppure a infilare la lingua in un'afta. La desolazione che provo sulla pista da ballo dell'Opaline non mi  familiare;
non riconosco questo dolore e di conseguenza non mi piace neanche un po'.
Sento delle mani sulle spalle e girandomi vedo un uomo che balla dietro di me, muovendo i fianchi a tempo con i miei. Sembra pi giovane di me, avr venticinque o ventisei anni.  bello, magro, ha il naso a punta, occhi assonnati e labbra sottili. Ha un cappellino di nailon verde pisello messo di traverso. Serra di scatto la mascella,
facendo finta di mordermi, e io rido. Il fatto che sia gay  piuttosto evidente; gli uomini etero non indossano T-shirt attillate di Christina Aguilera e pantaloni cos a vita bassa da lasciar intravedere i peli del pube oltre il bottone aperto dei pantaloni. Fa scivolare le mani sui miei fianchi, poi le congiunge, facendole serpeggiare nell'aria. I suoi anelli brillano nella luce intermittente. Alzo le braccia come lui e ballo, replicando i suoi passi come se fosse davanti a uno specchio; braccia, gambe e fianchi si muovono all'unisono.
Balliamo esattamente allo stesso modo, i fianchi ondeggiano con lo stesso ritmo, le gambe si sollevano da terra nello stesso istante e raggiungono la stessa altezza. Siamo fluidi. Splendidi. Una coppia perfetta; il re e la regina della pista da ballo. Siamo due pattinatori sul ghiaccio.
Dovrebbero scritturarci nel cast di Ice Capades. Il mio partner mi prende la mano. Il suo corpo si muove sinuoso come un serpente mentre mi attira a s. Le nostre ginocchia si toccano, poi i fianchi, l'inguine, la pancia. Il mio seno tocca il suo petto, le mie labbra la sua spalla.
Apro la bocca e spingo la lingua nell'incavo della sua gola.
Ha la pelle salata e pungente, quasi amara. La mia lingua sente il suo battito, e questa sensazione mi percorre tutto il corpo, scende lungo il collo, i seni, mi attraversa la pancia, fino all'inguine. Mi sciolgo, le ginocchia mi cedono e lui mi afferra con le braccia.
Rrroww fa le fusa. Sei proprio una gattina focosa!
Rido, come se stessi scherzando anch'io, come se non fossi quasi crollata a terra per quell'ondata di desiderio viscerale nei confronti di uno strano gay con una T-shirt orribile.
Lo saluto con la mano e mi infilo tra la folla, alla ricerca di Simon e Mindy. Non so cosa mi  preso, ma devo andarmene da qui prima che accada l'irreparabile.
Jack ha lasciato accesa per me la piccola lampada da tavolo dell'ingresso, e con questa luce fioca appoggio borsa
e cappotto e mi avvio in camera da letto. Lui naturalmente sta dormendo;  gi mezzanotte passata e deve alzarsi presto per portare William a scuola prima di andare in ufficio.
Mi tolgo i vestiti sudati e li getto in fondo al cesto della biancheria da lavare. Poi salgo sul letto.
Jack mi prende in giro dicendo che l'ho sedotto con l'inganno, che siccome il nostro primo vero approccio sessuale  stato un pompino, gli ho fatto credere che fossi un'appassionata di sesso orale, e che quel genere di pratica sarebbe stata una costante dei nostri amplessi. Mi hai fregato
ha detto pi volte.
Ho sempre pensato che fosse una cosa buffa. Stasera sono decisa a replicare quella prima volta. Devo fare sesso con mio marito perch all'Opaline avevo voglia di scopare quel ragazzo gay. Ma non sopporto l'idea di avere Jack dentro di me. Al solo pensiero il mio ventre si contrae e si rivolta. Mi si chiude. Quello non riesco ancora a farlo. Ma questo s.
Quando Jack si sveglia e si accorge di essere nella mia bocca,  cos contento che i suoi occhi blu, quegli occhi che amo cos tanto, si riempiono di lacrime. Dopo essere venuto mi tiene la testa tra le mani, mi accarezza i capelli allontanandoli dalle tempie, e mi dice che mi ama. Poi mi fa sdraiare sulla schiena e inizia a darmi dei baci rapidi e leggeri in direzione dell'ombelico.
Non importa dico.
Ma lo voglio fare.
No.
E tu?
Sto bene. Sono a posto.
Appoggia il viso sulla mia pancia.
Ha chiamato Allison. Altri tre bambini hanno avuto quello che ha avuto William, di qualunque cosa si tratti.
Pensa che sia stato l'hummus color arcobaleno. Dice che le dispiace molto.
Sono cos sollevata che non sia stato il gelato!
Hummus color arcobaleno. Le costava cos tanto ordinare della pizza? dico.
La risata di Jack  leggera e il soffio d'aria che gli esce dalla bocca mi fa venire la pelle d'oca sullo stomaco. Mi dimeno.
Sei sicura? Non vuoi proprio che ti faccia venire?
dice.
Sicurissima. Sto bene.
Mi bacia di nuovo, ma non insiste.
Fisso la stanza buia, la sua testa  pesante sul mio ventre, e ricordo l'inizio. Dopo quel primo leggero contatto nel suo ufficio, dopo che Marilyn aveva chiuso la porta lasciandoci piegati sulla consolle in un atteggiamento sessuale animalesco, ci separammo e finimmo la redazione del verbale. Da brava e scrupolosa dipendente presi le pagine con le correzioni e tornai nel mio ufficio, dove riscrissi con cura il documento seguendo le indicazioni di Jack.
Non ci vedemmo per due settimane, finch, il tardo pomeriggio di un marted, non chiam il mio interno. In quei giorni l'avevo evitato, mi ero tenuta alla larga dal diciassettesimo piano, stampando interi casi da Internet piuttosto che andare nella biblioteca a prendere un volume dallo scaffale.
Pensavo di essermi spinta troppo in l. Dopo essere stata con pazienza sulle tracce del mio bashert per anni, come un falco dalla coda rossa insegue un cane nella prateria, con occhio acuto e indulgente, da oltre un miglio di distanza, avevo perso tutto colpendo troppo in fretta, avvicinandomi troppo, spingendomi dove non ero desiderata.
Ciao dissi, un piccolo sussulto nella voce, come una tredicenne alla prima telefonata con un ragazzo.
Ciao disse. Uhm. Lavori fino a tardi.
Ho molte cose da fare. Non era vero. Stavo comprando della roba su Internet mentre aspettavo che mi chiamasse Simon per dirmi che per quel giorno aveva finito il lavoro e potevamo andare a mangiare sushi.
Oh.
Ti serve che faccia qualcosa per te?
Non se sei impegnata.
Ho mentito. Sto navigando in Internet. Non sto assolutamente lavorando. Di cosa hai bisogno?
Jack rise. Ho bisogno di qualcuno che mi aiuti a preparare della documentazione sulle prove. Non  molto eccitante.
Anzi,  piuttosto terrificante. C' un deposito pieno di vecchi hard drive e documenti scritti a mano. Note e appunti. Cartaccia, in realt. Ho bisogno di un collega che mi aiuti a esaminare tutto quanto.
Andr nel tuo ufficio a prendere le dichiarazioni processuali e le richieste di documentazione. Va bene domani, o vuoi che venga ora? E dove devo andare? Qui vicino o devo prenotarmi il viaggio?
A Emeryville, in California. Sai dov'? Fuori San Francisco, vicino a Oakland. E non vai da sola. Ci sar anch'io.
Potrai leggere la documentazione sull'aereo. Sempre che tu possa partire domani mattina.
Prepari tu l'esibizione delle prove? I soci non frugano quasi mai tra scatole di carte e dossier pieni di polvere.
Quel genere di lavoro  lasciato a chi occupa i gradini pi bassi della scala gerarchica.
 un cliente importante. Marilyn ha fatto le prenotazioni.
Ti invier il biglietto per email.
Mi hai gi prenotato l'aereo?
Non ci fu alcun suono nell'apparecchio, nessun ronzio elettrostatico, nessun brusio di aria vuota.
JFK o La Guardia? chiesi.
Era marzo, e la baia era nel pieno del suo splendore primaverile.
I ciliegi giapponesi avevano gi perso i fiori rosa ed erano ricoperti di foglie rosse. Adesso era il turno di fioritura di susini e aranci, che adempivano al compito in modo sontuoso, tanto da umiliare, con le loro esplosioni floreali incontrollate, tulipani, giunchiglie e narcisi bianchi. Il nostro hotel era adagiato maestosamente sulle
colline di Oakland, una struttura irregolare in vago stile vittoriano, una torta nuziale bianca bordata di glassa azzurra, una torretta e filari potati di rose inodori. Io e Jack arrivammo l proprio al tramonto, dopo una lunga giornata in business class a decifrare sotto luci fluorescenti troppo intense documenti scarabocchiati.
Cenammo su una piccola terrazza guardando le luci di San Francisco. La serata era fresca, ma accanto al nostro tavolo c'era una lampada a raggi infrarossi che teneva caldo, cos indugiammo sulle pietanze, in una conversazione poco spontanea e animata solo a tratti. Condividemmo ricordi d'infanzia, libri preferiti e pettegolezzi sull'ufficio. A
volte le nostre voci si smorzavano non appena uno dei due ricordava che quel viaggio era fuorilegge, o poteva diventarlo.
Eravamo in un hotel, lontani da casa, ed era stato chiaro fin dal momento in cui avevamo messo piede nel deposito di Emeryville che questo non era, n aveva mai avuto l'intenzione di essere, un lavoro per due. Jack mi aveva portata dall'altra parte del paese con una scusa, e io ero venuta sperando che fosse proprio cos.
Quando non potemmo pi stare seduti al nostro tavolo, dopo aver ordinato e consumato dei biscotti con gelato che nessuno dei due voleva, dopo aver bevuto due tazze di caff ciascuno, dopo che Jack aveva guardato la lista dei digestivi prendendo in considerazione l'idea, per poi accantonarla, di ordinare un Fernet Branca, uscimmo dal ristorante.
Entrammo in ascensore e io premetti il pulsante per il terzo piano. Rimanemmo in silenzio in quella piccola cabina coi pannelli in legno, non parlammo mentre percorrevamo il lungo corridoio. Avevamo lasciato le valigie al fattorino mentre cenavamo, e ora procedevano sobbalzando dietro di noi, il cigolio delle ruote attutito dalla moquette era l'unico suono nel corridoio. Guardai il cartoncino che avevo in mano, e poi i numeri sulle porte man mano che le superavamo. Quando raggiungemmo la mia stanza, mi fermai.
Be', eccomi qui dissi. Dov' la tua camera?
Allo stesso piano della sala benessere.
Ma quello  il piano sotto la hall.
Lo so.
Si pieg in avanti e mi baci. Lasciai andare l'impugnatura della valigia e aprii le mie labbra alle sue. Jack mise le mani sul muro ai lati della mia testa e premette la bocca sulla mia, leccando e mordicchiando il mio labbro inferiore, percorrendo con la lingua i miei denti e le mie gengive, assaggiandomi.
Divorandomi. Ci baciammo pi volte, in piedi nel corridoio fuori dalla mia stanza. Lo desideravo cos tanto;
ero in delirio per quanto lo volevo e per la felicit di sentire finalmente la sua bocca sulla mia.
Dopo un po' Jack si fece da parte e disse: Okay, basta cos. Ti dispiace? Non credo di poter fare altro, in questo momento.
A patto che tu non dica che sei sposato, che non l'hai mai fatto prima e che hai paura di ferire tua moglie.
Sono sposato. Non l'ho mai fatto prima. E ho paura di ferire mia moglie.
Dicono tutti cos.
Il mattino seguente Jack ricevette una telefonata che lo informava che la parte querelante aveva provvisoriamente accettato l'accordo proposto dal nostro cliente. Non c'era pi nessun caso. Arrivammo in aeroporto con un'ora di anticipo rispetto al nostro volo, e Jack fece in modo che potessi raggiungerlo nell'Admiral's Club dell'American Airlines. Ci sistemammo in poltrone vicine, ognuno con una copia del New York Times e una tazza di caff.
Mentre scorrevo velocemente i titoli, sentii gli occhi di Jack su di me. Alzai lo sguardo.
Mio Dio sussurr. Sei cos bella.
Sorrisi e tornai a guardare il giornale.
Qualche minuto dopo si alz. Torno subito disse.
Lo guardai attraversare la stanza e mi alzai di scatto.
Quando raggiunsi la toilette, un uomo con un completo elegante usciva dalla porta, agitando le mani per asciugarle.
Quante persone ci sono dentro? chiesi.
Prego?
Nel bagno. Quanti uomini ci sono?
Soltanto uno rispose.
Gli feci l'occhiolino e sgattaiolai dentro. Jack era all'orinatoio, le gambe leggermente divaricate, i fianchi protesi in avanti. Quando mi vide, rimase a bocca aperta per la sorpresa. Attraversai la stanza, lo afferrai per la cintura e lo trascinai nell'ultimo gabinetto in fondo alla fila.
Se qualcuno dei nostri compagni di viaggio avesse guardato sotto la mezza porta, forse avrebbe visto le mie gambe, in pantaloni a zampa d'elefante e stivali a tacco alto, inginocchiate sul pavimento. Qualcuno avrebbe sicuramente avuto delle obiezioni sul fatto che due persone occupassero un gabinetto singolo. Qualcun altro forse si sarebbe eccitato spiandoci; si sarebbe appostato accanto ai lavandini, lavandosi le mani molto pi a lungo del necessario.
Ma nessuno entr nella toilette degli uomini dell'Admiral's
Club durante quei pochi minuti. O forse, se qualcuno entr, non ci feci caso. Ero troppo occupata ad ascoltare Jack che sussurrava il mio nome per sentire se sulle piastrelle del pavimento riecheggiava il suono di eleganti scarpe da uomo.
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CAPITOLO 16.
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Ho trascorso il mercoled successivo alla disastrosa festa di compleanno a Brooklyn con mia madre, nel New Jersey, lasciando che Jack si prendesse il pomeriggio libero per stare con il figlio. Il weekend seguente era il turno di Carolyn.
Ho cercato di non pensare affatto a William, in questi ultimi dieci giorni. Ma, quando succede, il senso di colpa che provo per non essere riuscita ancora una volta ad assolvere al pi elementare dei compiti materni mi fa stringere lo stomaco. Ricordo a me stessa che almeno non sono pi nei guai per averlo portato da Serendipity.
Quando vado a prenderlo la settimana successiva alla scuola materna, sembra che abbia dimenticato cos' successo ed  il William di sempre. Il suo saluto  rigido e impacciato come al solito, e anche il mio.
Mentre si prepara per uscire, guardo gli altri bambini.
C' una bimba piccola con addosso dei guanti rosa acceso e un costume luccicante da pattinatrice sul ghiaccio che fa piroette su un piede mentre la tata cerca di infilarle un morbido cappotto bianco.  fine e aggraziata, una fata in miniatura. Piega la schiena con scioltezza, toccando quasi la punta del piede con la coda di cavallo a penzoloni. Se dovessi trascorrere il pomeriggio con lei, invece che con William, la porterei a pattinare sul ghiaccio.
Adoro pattinare. Non sono particolarmente dotata, e
non ho mai fatto agonismo. Quello l'ho lasciato a mia sorella Lucy. Si allenava tre pomeriggi alla settimana, e quando ero piccola non avevo altra scelta che seguire lei e mia madre. A un certo punto la mamma si stanc di sentirmi frignare e inizi a noleggiare dei pattini anche per me, cos, durante l'ora di lezione di Lucy, io giravo intorno alla pista.
Qualcosa nella velocit, nell'armonia del movimento e nel suono delle lame che tagliavano il ghiaccio mi mandava in estasi. Quando andai al liceo provai addirittura a entrare nella squadra femminile di hockey. E avrei anche potuto farcela, ma non arrivo al metro e sessanta, e l'agilit non pu sostituire l'altezza quando un mostro di ragazza da uno e ottanta con spalle da giocatore di football ti viene incontro a tutta velocit con un bastone da hockey in mano.
William si piega per fissare la chiusura in velcro degli scarponcini, ma perde l'equilibrio e si ritrova con il sedere a terra. Si rimette in piedi trascinandosi dietro il cappotto, ma pesta una delle maniche e finisce per incespicare e cadere di nuovo. Forse il motivo per cui questo bambino  cos goffo, cos diverso dall'agile bimba coi guanti rosa e il cappotto bianco,  che nessuno si  mai preoccupato di renderlo differente da come . Jack non l'ha mai portato a sciare, dopo il divorzio, e sono sicura che le attivit approvate da Carolyn sono tutte di tipo cerebrale.
Ehi gli dico, rialzandolo. Avresti voglia di pattinare sul ghiaccio?
Che cosa?
Andiamo a pattinare al Wallman Rink. Non dovrebbe essere troppo affollato, durante la settimana.
Non so pattinare.
 facile dico.
La piccola ballerina dice: Io so pattinare. Ci vado sempre.
Vedi? dico. Pattinare  bellissimo.
La bimba aggiunge: Mio padre  un pattinatore. Ha vinto una medaglia d'argento alle Olimpiadi.
Una mamma ride. Rendall, tuo padre  un banchiere.
Possiede una banca. Non  un pattinatore olimpionico.
La piccola ha ragione interviene un'altra mamma.
Misha ha gareggiato alle Olimpiadi nel pattinaggio di figura.
Ha vinto davvero una medaglia d'argento. A Innsbruck.
 cos che Colette l'ha incontrato. Anche lei pattinava.
Ma non nella squadra olimpica o che. Nell'Ohio.
Oh, mio Dio! esclama la mamma che ha parlato per prima. Rendall, sei proprio una bambina fortunata.
Andiamo, William dico. Non vincerai mai quella medaglia d'argento se non iniziamo ad allenarci oggi.
William  scandalizzato dal fatto che alla pista di pattinaggio siano sprovvisti di caschi di protezione.
Chi pattina sui rollerblade ha bisogno del casco dice.
E il ghiaccio  duro come l'asfalto. Anche pi duro.
Il ghiaccio non  duro come l'asfalto brontolo allacciandomi i pattini. C' un nodo sulla stringa e devo tirare con forza per farlo passare oltre il foro.
Invece  addirittura molto pi duro. In effetti l'asfalto  piuttosto morbido. Pi morbido del cemento. Ecco perch la mamma corre sulla strada e non sul marciapiede. I
marciapiedi provocano una sofferenza medio-tibiale. Mia madre lo sa perch  un medico.
Perch non pensi a metterti i pattini?
Non credo che dovrei pattinare se non ho il casco. Pattinare sul ghiaccio  come andare sui rollerblade, e non  previsto che tu vada sui rollerblade senza casco. E protezioni.
Dovresti indossare ginocchiere, paragomiti e polsiere.
Le polsiere sono le pi importanti perch quando cadi metti davanti le mani per attutire il colpo.
Il parco  pieno di gente sui rollerblade che non indossa n caschi n protezioni.
Be',  una cosa molto stupida. Nello studio del mio pediatra ci sono delle foto di bambini coi rollerblade che indossano casco e protezioni. Ci sono anche delle foto di bambini in bicicletta. C' anche la mia, di quando ho compiuto
tre anni, due anni fa, e mi hanno regalato il triciclo.
Nella foto ho su il mio casco azzurro. Ne ho anche uno rosso.
Se vuoi davvero pattinare sul ghiaccio allora dovremmo andare a casa mia a prendere uno dei miei caschi.
Non andiamo a prendere uno dei tuoi caschi. Vedi qualcuno che indossa un casco, William? No, non lo vedi.
Nessuno porta il casco sul ghiaccio. E adesso smettila di agitarti che ti infilo i pattini.
Mentre glieli allaccio ben stretti, annodandogli le stringhe intorno alle caviglie, lui guarda la pista con la fronte corrugata, misurandola con lo sguardo.
Sembra pi grande di 3000 metri quadrati osserva.
No, non sembra pi grande. Aggrotto le sopracciglia.
Come fai a sapere quanto  grande il Wollman Rink?
Lo dice il mio libro.
Quale libro?
Quello su Central Park.
Quale? Quello che ti ho regalato io?
Alza le spalle. Un anno fa, per il suo compleanno, alla montagna di giocattoli, peluche, puzzle, costruzioni e vari libri sui dinosauri che Jack scelse per William dopo ore e ore di shopping frenetico, aggiunsi un libro su Central Park. Lo avevo comprato per capriccio un giorno che ero passata davanti al Dairy, una ex latteria dove un tempo i bambini di New York andavano a prendere del buon latte fresco e dove oggi i turisti possono comprare felpe delle squadre di baseball, tazze decorate con mappe in miniatura del parco, pupazzetti che indossano T-shirt con la scritta I V NY e materiale sul parco. Ero entrata nel negozio di souvenir perch volevo vedere com'era; non avevo mai messo piede nel Dairy da quando l'avevano rinnovato. Il libro, in parte fotografie e in parte testo informativo, aveva catturato la mia attenzione non tanto come regalo per William, ma perch quel poco che so sul parco l'ho ricavato quasi per caso dalle iscrizioni alla base dei monumenti e delle arcate, oppure dagli opuscoli raccolti nei miei giri.
Sfogliai il volume e trovai una foto color seppia di un cammello attaccato a un tosaerba.
Pur essendo chiaro che il libro non era alla portata di un bambino, sapevo che era pieno di quelle notizie tra il vero e il falso per cui William va pazzo.
Immaginavo che avremmo solo guardato le foto e letto le didascalie. Lo comprai, lo avvolsi in una cartina del parco e lo aggiunsi alla pila dei regali. Quell'anno William era molto pi interessato a un set da costruzione fatto di asticelle e palline magnetiche. Guard il libro abbastanza a lungo per ringraziarmi e poi lo mise da parte.
 un ottimo libro, non trovi? dico ora. Hai visto la foto di quel cammello che tosa l'erba su Sheep Meadow?
No risponde.
Oh. Be', cos'altro diceva il libro sul Wollman Rink?
Niente.
Mentre procediamo lentamente intorno alla barriera di legno che circonda la pista, un ragazzino ci passa vicino con un sibilo, cantando una canzone a voce alta mentre pattina. Indossa il casco. E le polsiere.
Questa cosa mi fa paura, Emilia mormora William. Si aggrappa al bordo della pista con entrambe le mani, le caviglie sono cos piegate l'una verso l'altra che quasi sfiorano il ghiaccio. I suoi piedi sembrano margherite a cui  stato spezzato lo stelo, appena sotto la corolla.
Non fa paura. Per niente. Devi solo staccarti dal muro.
Non puoi dire che cosa mi fa paura. Lo so io quando sono spaventato. Tu non hai paura perch sai pattinare.
E quel ragazzo non ha paura perch sua madre gli ha portato il casco. Quest'ultima frase la pronuncia quasi piangendo.
Stacco le mani di William dalla parete e pattino all'indietro molto lentamente, trascinandolo con me. All'inizio si agita sul ghiaccio, i piedi si muovono in modo isterico, come se stesse cercando di catapultarsi indietro verso il bordo pista, al sicuro. All'improvviso sembra arrendersi.
Mette i pattini uno di fianco all'altro e si piega leggermente mentre io continuo a pattinare all'indietro, di fronte a lui. Azzardo un sorriso.
Vedi? dico. Non  poi cos terribile.
Forse non per te brontola.
Fantastico di ruotare improvvisando una figura ad angelo, sempre pi veloce, finch la pista non diventa sfocata e l'unica cosa nitida  il viso di William che piroetta oltre le mie braccia tese. Poi immagino di staccare le mie mani dalle sue e che lui continui a volteggiare sul ghiaccio.
Completiamo un altro giro lento e riporto William a bordo pista. Faccio un giro da sola dico. Tu rimani attaccato alla parete e vai avanti piano. Andr tutto bene.
Mi allontano e inizio a girare intorno al circuito, aumentando man mano la velocit. D'un tratto mi rendo conto che accanto a me c' una sagoma. Mi giro e vedo un ragazzo, avr diciassette anni.  molto bello, ha capelli neri e ricci, le guance rosse e un dente davanti scheggiato. Il tipo di ragazzo che non mi avrebbe mai degnata di uno sguardo quando avevo la sua et.
Facciamo una gara! grida.
Mi piego ancora di pi verso il basso e inizio a muovere le braccia avanti e indietro. Questo ragazzo non sa con chi ha a che fare. Rimarr senza fiato nella mia scia.
Gli far mangiare il ghiaccio, anche se lui indossa dei pattini da hockey e io invece sono dentro a dei pattini di plastica verde chiaro per pattinaggio artistico di una misura in pi.
Io e il mio bel ragazzino facciamo due giri intorno alla pista, e lui mi batte. Tutto sommato non sono poi cos brava come credevo. Gli do comunque del filo da torcere, e quando ci fermiamo, le mani appoggiate sulle ginocchia, anche lui ha il fiatone.
Sei veloce dice.
Tu di pi sbuffo, e poi vedo William dall'altra parte
della pista che cade sbattendo il sedere a terra. Corro all'impazzata sul ghiaccio, ma la gara mi ha stancata e quando arrivo da lui sta gi piangendo.
Pattino fin dietro le sue spalle e cerco di tirarlo su prendendolo per la vita, ma prima ancora di accorgermene sono per terra vicino a lui. Merda dico.
Sono caduto! urla.
Anch'io.
Cerco di rialzarmi, ma scivolo e cado di nuovo. William mi afferra, e cadiamo sul ghiaccio uno sopra l'altra, come in uno sketch dei Fratelli Marx.
Sono caduta e non riesco ad alzarmi! grido, e comincio a ridere. William non coglie il riferimento comico. E come potrebbe? Ha solo cinque anni, e non gli  permesso guardare la TV. Ma mi sorprende emettendo una sorta di risolino patetico. Non posso far altro che ammirarlo. Non vuole essere qui, da qualche parte dentro di lui probabilmente sa che ce l'ho portato sapendo che sarebbe stato un pattinatore terribile, eppure si sforza di ridere alle mie misere battute. Come fa a sapere che tengo cos tanto al mio senso dell'umorismo, e perch si preoccupa di assecondarmi?
Forse non  cos. Forse ai bambini viene sempre da ridere quando vedono un grande che cade.
Riesco a mettermi in piedi e a tirare su anche lui. Stai bene? gli chiedo. Ti sei rotto nulla?
Credo di no. A meno che non sia una frattura leggerissima...
Vuoi che ce ne andiamo o vuoi provare a fare un altro giro intorno alla pista?
William lancia un'occhiata piena di desiderio verso l'uscita e poi guarda il ragazzo con il casco che ora pattina all'indietro, continuando a canticchiare tra s e s. Puoi farmi vedere come si fa? domanda. Invece di trascinarmi?
Certo. Come no.
Per il quarto d'ora successivo, io e William pattiniamo
in mezzo alla pista tracciando piccolissimi cerchi. Cade tre volte, ma si rialza con fermezza e coraggio per tentare di nuovo. Gli mostro come deve mettere i piedi, prima vicini, e poi come farli scivolare verso l'esterno per darsi la spinta e avanzare con calma. Finalmente si sente abbastanza sicuro da provare un giro.
Per ci teniamo per mano dice.
Certo che ci teniamo per mano.
Impieghiamo molto tempo, e facciamo il percorso pi lungo, intorno al perimetro esterno della pista, ma completiamo il giro. William pattina quasi esclusivamente con
il piede destro, come se il sinistro fosse paralizzato, un piede di legno dentro un pattino per pattinaggio artistico.
Per pattina.
Sei stato bravissimo gli dico mentre lo spingo davanti a me verso l'uscita. Molto meglio di quanto abbia fatto
io la prima volta.
Uscendo inciampa nel tappeto di gomma. Che sensazione strana. Sembra strano camminare.
Sembra sempre strano camminare dopo che sei stato sul ghiaccio.
Barcolla e si aggrappa a me. Lo tengo fermo.
Lo sapevi dice che prima che ci fosse il Wollman Rink la gente pattinava sul Lake, qui a Central Park? Una parte si chiamava Ladies Pond e ci potevano pattinare soltanto le donne. Agli uomini era vietato.
L'hai letto sul libro?
S.
Sorrido e lo prendo per mano.
Mentre siamo in fila per restituire i pattini, William dice:
Emilia?
S?
Credo che oggi dovrebbe essere un altro segreto. Perch ero senza casco. E perch mi sono bagnato i jeans. Mia madre non sopporta che mi bagni i vestiti.
Anch'io mi sono bagnata i jeans.
...
.
...
CAPITOLO 17.
...
.
...
Ieri sera, ai colloqui tra genitori e insegnanti, la maestra di William ha smontato tutti i pregiudizi pi subdoli e abietti che potessi avere sul suo conto. Ora posso solo dire cose belle a proposito di Sharlene. Sono innamorata di questa donna, l'insegnante sudafricana della scuola materna che ha avuto il fegato di tenere testa alla dottoressa Carolyn Soule.
Jack e Carolyn avevano spostato il colloquio gi due volte, la prima a causa di un parto gemellare pre-termine e la seconda perch Jack era imbottigliato nel traffico del Lincoln Tunnel mentre tornava a casa da una deposizione.
Fissare una data per l'incontro era stato pi difficile che programmare un processo per omicidio colposo, e aveva comportato una serie lunghissima di telefonate tese e risentite. Suggerii a Jack di andare a parlare con Sharlene da solo, ma la scuola tiene particolarmente alla presenza di entrambi i genitori, a meno che la loro relazione non sia cos deteriorata da mettere in difficolt l'insegnante. L'educato risentimento che scorre tra Jack e Carolyn a quanto pare non rientra in questa categoria.
Stando alla versione di Jack, lui e Carolyn erano seduti su delle piccole sedie ai lati opposti di un tavolo ottagonale e ascoltavano Sharlene decantare l'abilit di William nei
giochi matematici quando Carolyn ha lanciato lo sguardo oltre la testa dell'insegnante e ha visto uno dei disegni di suo figlio appeso a una cordicella per il bucato.
Cos' quello? ha chiesto, indicandolo. Mi sembra quasi di vedere quel dito teso, lungo e tremante. Mi immagino le unghie perfette nella forma, chiare e rettangolari, pulitissime per i continui lavaggi pre e postoperatori. Sono sicura che non si mette lo smalto.
Non sono incantevoli? ha detto Sharlene. Abbiamo svolto un modulo sulla struttura della famiglia. Ogni bambino ha disegnato la propria. Vi faccio vedere il disegno di William.  davvero notevole.
Ha tolto la molletta che lo teneva appeso e lo ha portato da loro. In mezzo al foglio William aveva disegnato se stesso, con in testa un berretto rosso. Vicino a lui, da una parte, c'era Carolyn. Erano grandi uguali. Le aveva disegnato dei capelli lisci marroni, e un naso lunghissimo a forma di carota. Jack era dall'altra parte, anche lui grande come William. Indossava un berretto rosso, proprio come quello di suo figlio. Accanto a Jack, dall'altra parte, c'era una persona pi piccola, rotonda, coi capelli rossi. William aveva disegnato me. Sospesa nell'aria sopra la mia testa c'era una figura tra l'arancione e il rosa, quella sfumatura che di solito viene chiamata color carne. L'aveva tracciata in modo cos leggero da renderla quasi invisibile. Era un neonato, con le ali.
Ha raffigurato la sua sorellina come un angelo ha detto Sharlene. Quando l'ho capito mi si  quasi spezzato il cuore.
Carolyn le ha tolto il disegno e si  messa a fissarlo. Le sue mani capaci, sicure e ferme quando si tratta di tagliare pelle, grasso, pareti addominali e uteri, tremavano cos forte che il pezzo di carta da disegno si agitava tra le sue dita ben chiuse. In quella stretta il foglio ha cominciato a sgualcirsi e a piegarsi, e Sharlene si  rivolta a lei, esitante.
Dottoressa Soule? Carolyn?
Carolyn ha inspirato e poi, con una sicurezza ferma e improvvisa, come se le sue mani fossero di colpo tornate alla loro abituale competenza, ha strappato il disegno in due.
Sharlene  rimasta a bocca aperta e ha ripreso il foglio.
Era strappato quasi del tutto, tenuto insieme solo da qualche misero centimetro di carta.
Come si permette! ha esclamato Sharlene con voce tremante.
Carolyn ha distolto lo sguardo.
Come si permette! ha ripetuto. Questo disegno  di William. Appartiene a lui, non a lei. E questa  la mia classe.
Non le lascer distruggere le cose della mia classe! La potenza delle parole della giovane donna, la forza con cui aveva difeso l'integrit della sua aula e del suo territorio contrastavano con le lacrime che le riempivano gli occhi.
Posso? ha detto Jack, gentilmente. Ha allungato una mano.
Sharlene era indecisa.
La prego ha detto Jack.
Sharlene gli ha passato il disegno strappato. Lui lo ha tenuto in mano per un attimo e poi l'ha portato sul tavolo da lavoro in fondo alla stanza. Lo ha appoggiato e fissato con
lo scotch da entrambe le parti, lisciando i bordi del nastro adesivo in modo da renderli quasi invisibili. Poi ha riappeso il disegno alla corda assieme agli altri.
Quindi William  bravo con i numeri,  cos? ha detto Jack, rimettendosi a sedere sulla sedia in miniatura.
Carolyn non ha parlato per il resto dell'incontro.  rimasta rannicchiata sulla sedia, l'armoniosa cascata dei capelli a nasconderle gli occhi. Una volta fuori dalla classe, mentre si infilavano il cappotto, Jack le ha detto:
Questo fine settimana vorrei andare a prendere William prima, se non ti dispiace. Subito dopo la scuola, invece che da te alle cinque.
Perch?
Mi hanno dato due biglietti per lo spettacolo di venerd sera del Re Leone, e pensavo di approfittarne e passare l'intera giornata con lui.
Il Re Leone l'ha gi visto ha risposto Carolyn.
Non gli dispiacer vederlo di nuovo.
Sembrava che Carolyn fosse sul punto di protestare, ma ha deglutito e alzato le spalle.
Perci domani lo vengo a prendere qui ha aggiunto Jack.
Domani ci arrivano le risposte dalle scuole.
Fantastico. Chiamami e fammi sapere in che scuola andr.
Glielo dir io.
Carolyn ha lisciato il collo di castoro sul suo cappotto di lana. Vorrei essere io a dirglielo. Ho seguito assieme a William tutta la procedura di selezione. Sono andata con lui all'ufficio per le ammissioni. L'ho accompagnato a tutti i colloqui. Credo che dovrei essere io a informarlo.
Bene. Diglielo tu.
Perch io e William abbiamo scelto la Collegiate di comune accordo. Lo abbiamo deciso insieme, e, quando sar ammesso, festeggeremo insieme. Dovrei proprio essere io a dirglielo.
Ho detto va bene.
 solo che lui sa che le lettere arrivano domani. Aspetter di conoscere l'esito.
Carolyn, domani pomeriggio vengo a prendere William qui alla scuola materna. Domani sera lo porto a vedere Il Re Leone. Poi passer il resto del fine settimana con me. Se vuoi che sappia domani in quale scuola andr, allora glielo dir io. Altrimenti aspetti e glielo dici luned.
Jack non ha detto alla ex moglie che, siccome si era comportata come una bambina capricciosa, cercando di distruggere quel disegno in cui suo figlio si era tanto impegnato a rappresentare la sua famiglia a pezzi, aveva perso
- almeno temporaneamente - il diritto di avanzare
qualsiasi richiesta. A ogni modo questo  ci che il tono sommesso e metallico della sua voce significava. Carolyn l'ha capito, e questo le fa onore.
D'accordo ha risposto.
Naturalmente non so se le cose siano andate proprio cos.
Il racconto di Jack  stato esauriente ma non comprendeva alcun dettaglio emotivo. Quelli li ho aggiunti io, e mi chiedo se di fronte alla collera di Carolyn Jack abbia davvero sfoderato un'intransigenza cos pacata.
Oggi incontro mio marito e suo figlio alla scuola materna, cos posso vedere come William ha disegnato Isabel.
Poi passeremo il pomeriggio insieme prima che loro due se ne vadano a Broadway per godersi il loro spettacolo trito e ritrito. Vedere Il Re Leone non mi interessa proprio.
Sono un po' in ritardo, e Jack ha gi infilato il cappotto a William.
Dammi solo un secondo dico. Voglio fare un salto nell'Aula Rossa per vedere il disegno.
Jack! La voce  penetrante e il tono cos alto che per un momento zittisce il baccano post-scolastico che c' nel corridoio. Carolyn si sta facendo largo tra la folla di persone.
Non la vedo da quasi tre anni, da molto prima che io e Jack ci mettessimo insieme. L'unica volta che l'ho vista, in effetti,  stata a casa sua e di Jack, in occasione di una cena natalizia che avevano organizzato per i colleghi dello studio legale. Adesso sembra pi vecchia. Ha il viso tirato e solcato da rughe. Eppure sono sorpresa da quanto sia bella. Avevo dimenticato che Carolyn  molto pi attraente di me.
Jack ripete. Lo afferra per la manica del cappotto.
Dobbiamo parlare, adesso. Adesso!
Jack libera il braccio dalla stretta delle bianche dita di Carolyn. Calmati dice.
Subito, Jack. Subito!
Okay dice, con una nota di condiscendenza nella voce. Emilia, puoi portare William nella sua classe per un momento? Carolyn, questa  Emilia, non so se vi conoscete.
Ci siamo conosciute alla tua festa di Natale le ricordo.
Tre anni fa.
Non qui. Carolyn si guarda intorno, furente. Qualcuna delle altre mamme la sta fissando. Sembra addirittura che una o due vogliano avvicinarsi, chiederle cosa c' che non va, offrire aiuto, ma qualcosa nella sua frenetica agitazione invia a tutti i presenti un messaggio molto chiaro: state alla larga.
Bene, andiamocene sospira Jack.
Voglio vedere il disegno di Isabel, sono venuta per questo, ma li seguo fino all'ascensore. Mercoled sar di nuovo qui. Vorr dire che lo vedr allora.
Restiamo in silenzio fin gi in strada. Carolyn si incammina a passo svelto e noi non possiamo far altro che seguirla.
Quando siamo ormai abbastanza lontani dalla scuola e dagli altri genitori, Carolyn si ferma. Jack tiene William per mano, il contenitore per il pranzo del bambino a tracolla, il seggiolino rialzato sotto il braccio.
Non  stato ammesso mormora Carolyn guardandosi oltre le spalle, come per assicurarsi che nessuno la stia ascoltando.
Come?
La Collegiate! urla digrignando i denti. Non  stato ammesso alla Collegiate.
Oh fa Jack.
Oh? Oh?! Questo  tutto quello che hai da dire? Non  stato ammesso alla Collegiate! Non  stato ammesso alla Collegiate, n alla Dalton, n alla Trinity. Non l'hanno ammesso nemmeno alla Scuola Internazionale delle Nazioni Unite!  nella lista d'attesa della Riverdale Country, una scuola dove ho fatto domanda solo perch hai insistito tu,
perch hai passato l'infanzia a Yonkers a guardare i bambini sul treno che andavano alla Riverdale e a desiderare di essere uno di loro. Be',  in lista d'attesa. Non  stato ammesso.
L'unica scuola che l'ha preso  l'Ethical Culture!
L'Ethical Culture  una scuola fantastica osserva Jack.
Non  una scuola fantastica ribatte Carolyn stizzita.
 una scuola mediocre.  di seconda categoria. Non posso credere che non siamo riusciti a entrare in una scuola di serie A.  un disastro, Jack, un disastro. E il fatto che tu non te ne renda conto significa che sei ancora pi idiota di quanto pensassi.
Carolyn, non  di seconda categoria.
Senti, Jack intervengo, porto via William. Ci vediamo a casa.
Jack annuisce. Carolyn  troppo intenta a fare a pezzi l'ex marito per accorgersi che prendo suo figlio per mano e fermo un taxi.  cos intrisa di vetriolo da non vedere che
il suo bambino  pallido come un cencio e sta ansimando.
Non si rende nemmeno conto che non ho preso il seggiolino rialzato.
Stai bene? chiedo quando siamo sul taxi.
No sussurra William.
Ci fa scendere il pi vicino possibile al Castello del Belvedere?
chiedo all'autista.
William ansima cos tanto mentre saliamo la ripida scala a chiocciola del castello che, quando arriviamo in cima all'ultima terrazza, sono convinta che gli sia venuta l'asma.
Gli allungo uno degli zaini verdi con dentro il kit informativo che ho preso sul bancone del guardiano al piano terra.
Cosa c' nel tuo? domando.
Si stringe nelle spalle.
Apro il mio zaino e ci trovo una versione malridotta e senza copertina della Peterson Field Guide, una manciata di evidenziatori e matite colorate, un fermablocco con qualche foglio per appunti.
Guarda. Qualcuno ha lasciato qui il suo disegno. Mostro a William l'illustrazione di un uccello rosso fuoco ancora agganciata al blocco. Le sue zampe sono cos sproporzionate rispetto al resto del corpo che sembra indossi degli stivali di pelo. Non mi meraviglia che il bambino che l'ha fatto non se lo sia portato via dico. Questo disegno fa schifo. Che cosa dovrebbe rappresentare? Un cardinale rosso con gli scarponi da sci? Dovresti disegnare qualcosa tu, William. Sei mille volte meglio di questo bambino.
Gli si forma un sorriso agli angoli della bocca; lo ricaccia indietro.
Tiro fuori dallo zaino un piccolo binocolo che, con mia grande sorpresa,  di ottima qualit. Prendi il tuo binocolo e cerchiamo dei falchi dico. I falchi sono degli uccelli predatori, proprio come quei velociraptor che ti piacciono tanto. Ce ne sono tantissimi, a Central Park. Di falchi, non di velociraptor. Sai niente su di loro?
No risponde.
Apro il suo zaino e gli allungo il binocolo. Lo prende ma non se lo porta agli occhi. Io guardo con il mio, mettendo a fuoco prima Turde Pond, proprio sotto il castello, e poi le cime degli alberi e il cielo grigio. Lo scruto in cerca di rapaci, ma non ne vedo nemmeno uno. Mi chiedo se sto semplicemente osservando nel posto sbagliato. Quando mi stanco di cercare falchi, mi concentro sulle persone che si trovano nel prato vicino a Turde Pond. Seduto sull'erba c' un signore grasso con una giacca a vento marrone. Ha riparato uno strappo sulla manica del giubbotto con del nastro adesivo color argento e ora si sta infilando le dita nel naso. Mi giro per indicarlo a William, che  seduto accanto a me con il binocolo appeso alla cordicella.
Dai,  divertente dico.
Inspira in modo irregolare.
Non vuoi che ti racconti qualcosa sul Castello del Belvedere?
Per esempio chi l'ha costruito e quando?
Provo con qualcos'altro. Lo sapevi che ci sono due falchi dalla coda rossa che abitano proprio vicino a te? Si chiamano Pale Male e Lola e hanno costruito il loro nido sul cornicione di un palazzo di Fifth Avenue.
D un calcio al muro, manifestando disinteresse nei confronti di questi uccelli e del loro stravagante gusto immobiliare.
 troppo arrabbiato, o forse non gli importa nulla dei rapaci a meno che non siano estinti.
William, non  la fine del mondo. L'Ethical Culture  una scuola fantastica. Conosco moltissime persone che ci sono andate e si sono trovate benissimo.
La scuola migliore  la Collegiate.
No, non  vero. Alla Collegiate hanno la puzza sotto il naso. Ed  per soli maschi. Chi vorrebbe frequentare una scuola per soli maschi?
Se vai alla Collegiate, dopo puoi andare ad Harvard.
Primo, non tutti gli studenti della Collegiate vanno ad Harvard. Anzi, la stragrande maggioranza degli alunni non ci va. Mi  capitato di incontrare moltissimi diplomati alla Collegiate cos stupidi che  gi una fortuna se li ammettono al Bergen Community College. Tralascio di raccontargli che con alcuni di loro ci sono anche andata a letto.
Secondo, ci sono un sacco di ragazzi dell'Ethical Culture che vanno ad Harvard. Terzo, hai cinque anni. Cosa cavolo ti importa di andare ad Harvard?
Tu ci sei andata.
S, e guarda come sono ridotta adesso.
William prende la mia risposta pi seriamente di quanto vorrei.
William, il tuo pap  andato alla SUNY. E guarda dove  arrivato. L'universit che frequenti non conta poi cos tanto.
E la scuola che frequenti non conta assolutamente nulla.
Ci che importa  che andare a scuola ti piaccia. E tu ami la scuola. La ami. Sei il re dei numeri. Lo dice Sharlene.
Tu non capisci.
S che capisco. Sei depresso perch ti eri gi immaginato
con in testa uno di quegli stupidi berretti della Collegiate. Ma ti passer, te lo prometto. E passer anche a tua madre.
Non portano i berretti, hanno una divisa con giacca e cravatta.
Be',  anche peggio. Ti immagini? Indossare la cravatta ogni giorno? Che orrore!
A me piacciono le cravatte.
Appoggio il binocolo sul muro di pietra del castello e mi abbasso alla sua altezza. William sta guardando il suo binocolo, gioca con la cordicella e si sforza di non piangere.
Ascolta, giovanotto dico. Non ha importanza.
Davvero.
Il suo sussurro  rauco e spezzato. La mamma  arrabbiata con me.
Vorrei rassicurarlo e dirgli che non  vero, ma questo bambino non  uno stupido. Sa riconoscere la collera quando la vede. Carolyn  furiosa, e lui si sente investito dalla sua rabbia.
Quando i grandi vogliono qualcosa e non la ottengono, a volte perdono la testa spiego. Si arrabbiano con tutto e con tutti. Tua mamma ce l'ha soprattutto con la Collegiate. E ce l'ha con tuo padre. Per sembra che sia arrabbiata con te perch  tanto arrabbiata con tutti gli altri.
William continua a non guardarmi. Allungo un braccio in modo goffo e lo stringo. Per un attimo si appoggia a me, lasciando riposare la testa sulla mia spalla.
Poi, come se si rendesse conto all'improvviso di ci che ha fatto, si ritrae.
Tu non ne sai niente. Tu non capisci cosa vuol dire andare alla Collegiate perch non sei sofisticata. Sei del New Jersey e non sei sofisticata come me e la mamma.
Mi alzo in piedi e lo afferro per la vita. Lo sollevo e mi giro verso il muro di pietra che mi arriva all'altezza dello stomaco. In basso, un bel po' sotto di noi, affiora la roccia sopra cui  stato costruito il castello.
Guarda dal binocolo, William.
Con i talloni mi d dei calci sulle gambe, in preda al panico.
Non farmi cadere!
Non ti faccio cadere, William. Siediti quass e guarda dal binocolo. Lo metto in equilibrio sul muro, tenendolo stretto intorno alla vita.
Si porta il binocolo agli occhi.
Vedi qualcosa? chiedo. Gli mostro come mettere a fuoco sulla vasta distesa di parco che si apre davanti a noi.
Ora guarda quegli edifici. Quella  l'Upper West Side. L  dove abitiamo io e il pap, e l c' anche la Collegiate.
 tra la 78a e Broadway precisa.
Esatto. Ora guarda dall'altra parte. Gli giro il binocolo verso est. Quella  l'Upper East Side. L  dove abitate tu e la mamma. Poi gli indico il nord. Vedi quanto lontano riesci a vedere verso nord? Se non fosse una giornata cos brutta forse riusciresti a vedere fino a Riverdale.
Gira la rotella della messa a fuoco con decisione, iniziando finalmente a divertirsi, suo malgrado.
 una vera metropoli, William.  una citt enorme, e la Collegiate  un puntino piccolo piccolo.  un minuscolo punto insignificante.  una citt grandiosa e tu avrai una vita grandiosa. E ti assicuro, ti garantisco, che la Collegiate non significa nulla. A prescindere da quello che succeder, e da quanto le persone si arrabbieranno e saranno tristi, ti devi ricordare la grandezza di tutto questo, e di quanto lontano puoi vedere. Okay?
Sposta il binocolo avanti e indietro, ma non risponde.
Okay? ripeto.
Non riesco a vedere nulla dice. Lo metto a terra, gli prendo il binocolo e mi avvio verso la scala a chiocciola.
William mi segue con passi goffi e pesanti, strisciando i suoi costosissimi scarponcini francesi contro i gradini di pietra. Mentre ripongo il binocolo sul bancone dove l'ho preso, do un'occhiata alla bacheca. I tour settimanali del parco per naturalisti ricominceranno il primo aprile; si richiedono
volontari per la conta degli uccelli acquatici in migrazione il prossimo anno; ci sar uno speciale Cammino della Memoria l'ultima sera di febbraio. Gli interessati sono invitati a comunicare la propria adesione via Internet o per telefono. Chiss per quale motivo hanno bisogno di un'iscrizione? Forse perch gli organizzatori possano verificare l'autenticit della perdita subita? Controllano per caso ospedali e certificati di morte? O forse creano delle mailing list molto particolari, che poi vendono a prezzi gonfiati a ditte specializzate, per esempio produttori di fazzoletti di carta super assorbente a due veli, di mascara resistente all'acqua, o di urne funerarie in miniatura.
So tutto sui falchi mi informa William. Si  avvicinato ed  alle mie spalle. Pale Male vive al numero 927 di Fifth Avenue, all'angolo con la 74a. A Central Park ci sono sparvieri striati e con la coda larga, falchi pescatori, gheppi e falconi. So tutto di loro, Emilia.
Buon per te, William. Su, andiamo a casa.
...
.
...
FINE Parte 1.